’Ndrangheta, l’asta da tre milioni e il patto sul terreno. «Quanto vuoi per andartene?»
Rilanci minimi per guadagnare tempo, incontri e trattative parallele sulla gara. Il gip: nell’affare «esponenti apicali della criminalità organizzata reggina» e un’operazione capace di accrescere le…
CATANZARO «Quanto vuoi per andartene?». La domanda, ripetuta nelle conversazioni intercettate, restituisce meglio di qualunque formula giudiziaria ciò che, secondo il gip di Catanzaro Andrea Odierno, sarebbe accaduto attorno a una delle aste finite al centro dell’inchiesta sfociata nel blitz della Guardia di finanza che ha esecuzione l’ordinanza di applicazione di misure cautelari personali e contestuale decreto di sequestro preventivo, emessa dal gip del Tribunale di Catanzaro, nei confronti di 5 persone. In carcere sono finiti Carmelo Costa e Alessandro La Rosa mentre Danilo Abramo, Roberto Mercurio e l’avvocato Gennaro Pierino Mellea sono finiti ai domiciliari.
L’indagine sui PAC
L’inchiesta, coordinata dalla Procura di Catanzaro, avrebbe fatto luce su alcune procedure esecutive e fallimentari portate avanti dal gruppo con l’obiettivo di favorire soggetti di notevole spessore criminale. Tra questi anche l’affare da circa tre milioni di euro relativo ad un grande appezzamento di terreno. Da quanto si legge nell’ordinanza, gli ingredienti sono tanti: i rilanci minimi utilizzati per guadagnare tempo, ma anche una trattativa parallela per arrivare a un accordo sulla spartizione del bene. Sullo sfondo, secondo l’ordinanza, «esponenti apicali della criminalità organizzata reggina». Questo è a tutti gli effetti uno dei capitoli più significativi del provvedimento cautelare che ricostruisce il sistema di interessi immobiliari, aste, società e movimentazioni di denaro emerso dalle indagini. Ma non solo: in questa vicenda, infatti, il giudice ritiene configurata anche l’aggravante mafiosa: la dimensione dell’operazione, si legge nell’ordinanza, avrebbe potuto incrementare le capacità operative della cosca e consolidare l’intera realtà criminale, anche attraverso futuri investimenti o operazioni speculative sul terreno.
«Quanto vuoi mu te ne vai?»
La trattativa emerge con forza dalle intercettazioni. Gennaro Pierino Mellea avrebbe raccontato che Giovanni Oliveri gli avrebbe chiesto di rinunciare alla partecipazione: «Quanto vuoi ma te ne vai?». Nella vicenda emerge anche Danilo Abramo che sarebbe intervenuto scherzando nella conversazione: «Io gli avrei detto 500.000 e me ne vado». Nel corso dello stesso dialogo viene ricordato anche un precedente episodio a Girifalco: «È venuto da me e mi ha detto: “Quanti soldi vuoi per andartene?”». Ma la posta in gioco era molto più alta. Secondo la ricostruzione contenuta nel provvedimento, i Costa avrebbero potuto spingersi fino a tre milioni di euro per acquisire il cespite. Nel frattempo, si ragionava sulla possibilità che la controparte offrisse del denaro per ottenere una rinuncia. «Se quelli vengono con i soldi mo, vengono col pacchetto», dice Mellea. E ancora: «Se poi portano i soldi ti chiamo», ipotizzando una proposta da «300.000 euro». L’ipotesi discussa arriva persino oltre. Uno degli indagati, secondo quanto riportato nell’ordinanza, propone che, qualora fosse stato consegnato del denaro per ottenere la rinuncia all’asta, la somma venisse incassata e che la gara venisse comunque portata avanti: «Me li date a me, che poi facciamo che se li vengano a prendere da me! Che domani ce la prendiamo lo stesso l’asta».
L’ipotesi della “password”
Le indagini ricostruiscono quindi una serie di contatti e incontri. E in uno dei passaggi compare anche l’ipotesi di intervenire sul funzionamento della gara telematica. Dopo un incontro, Abramo invita un altro indagato a comunicare che «la cosa della password non si può fare». Secondo il gip si faceva riferimento alla possibilità, prospettata dal gruppo degli Oliveri, di simulare un malfunzionamento informatico per invalidare la partecipazione dei Costa. L’idea, stando alla ricostruzione, non sarebbe poi stata praticabile. È in questo quadro che assume un significato particolare anche l’andamento concreto della gara. L’ordinanza annota che, «per avere il tempo di contrattare, da una parte e dall’altra», a distanza di quindici minuti venivano effettuati rilanci minimi di 5mila e 10mila euro. Alla fine, l’asta viene aggiudicata al gruppo degli Oliveri, attraverso la società agricola a loro riconducibile, per tre milioni di euro più il rilancio minimo di 5mila euro. Per il gip non si sarebbe trattato, dunque, semplicemente di strategie aggressive tra concorrenti. Il giudice ritiene che l’iter della gara sia stato «viziato» attraverso patti diretti a condizionarne il normale svolgimento e la libera concorrenza.
«È bello pesante»
A rendere ancora più delicato il quadro è la consapevolezza, attribuita agli indagati, dello spessore criminale dei soggetti coinvolti. Nell’ordinanza Carmelo Costa viene indicato come già condannato per associazione mafiosa e recentemente raggiunto da un’altra ordinanza del gip di Reggio Calabria in cui viene definito «esponente apicale della cosca di Melicucco» e «dominus dell’affare». In un’altra conversazione Mercurio, parlando della gara e del territorio sul quale insisteva l’affare, la definisce «bello pesante». Il gip interpreta quelle parole nel contesto della consapevolezza che la procedura interessasse soggetti appartenenti alla criminalità organizzata locale. È da questi presupposti che secondo il gip «il turbamento della procedura sarebbe stato diretto a ottenere un accordo sulla spartizione del terreno nel quale erano intervenuti esponenti apicali della criminalità organizzata reggina». Un affare da tre milioni che, nella prospettiva del gruppo facente capo ai Costa, avrebbe potuto accrescere non soltanto il patrimonio del singolo ma le capacità operative della cosca. Un intreccio nel quale, sempre secondo la ricostruzione cautelare e ferma restando la natura provvisoria delle contestazioni, l’asta immobiliare diventa il punto di incontro tra affari, denaro e interessi riconducibili alla ’ndrangheta. (g.curcio@corrierecal.it)
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