Denise Cosco, il processo ascoltato di nascosto e quelle parole del pentito: «Anche lei rischiava di essere uccisa»
Nel 2013 seguì l’udienza da un corridoio per ragioni di sicurezza. Venturino spiegò perché Lea «portava una macchia» e riferì le parole attribuite a Carlo Cosco dopo le dichiarazioni della figlia
LAMEZIA TERME Denise era lì, a pochi metri dall’aula, eppure per tutti doveva restare invisibile. Nascosta in un corridoio per ragioni di sicurezza, ascoltava la voce di Carmine Venturino attraversare la porta e ricostruire davanti ai giudici la condanna a morte di sua madre, Lea Garofalo. Era l’aprile del 2013 e Denise aveva poco più di vent’anni. Da quella posizione protetta, lontana dagli sguardi ma non dalle parole, sentiva raccontare il tradimento, la vendetta, il codice criminale che aveva segnato la vita della sua famiglia. E soprattutto sentiva spiegare perché Lea, per la ’ndrangheta, doveva morire. Da parte civile contro suo padre e gli altri imputati, Denise assisteva così al processo senza poter comparire, costretta ancora una volta a vivere nell’ombra di una storia dalla quale lei e sua madre avevano tentato disperatamente di uscire. E oggi, dopo la morte di Denise a 35 anni, quella scena torna alla memoria con una nuova forza, restituendo la misura di ciò che quella ragazza aveva attraversato negli anni. A cominciare dalla scomparsa della madre, poi la scoperta del suo assassinio, infine un processo nel quale apprese che anche lei, secondo il racconto di un collaboratore di giustizia, avrebbe rischiato di diventare un bersaglio.

«Portava una macchia»
Ma andiamo con ordine. Perché fu proprio Venturino, coinvolto nell’omicidio di Lea e successivamente diventato collaboratore di giustizia, a pronunciare una delle frasi rimaste più impresse di quel processo. Secondo il pentito, Lea «portava una macchia». Una «macchia» che, nella logica della ’ndrangheta, aveva due origini. Lea aveva lasciato Carlo Cosco mentre l’uomo si trovava in carcere e, soprattutto, aveva deciso di parlare con i magistrati. Venturino descrisse l’omicidio «come un delitto maturato dentro quelle regole criminali». Lea aveva «spezzato un vincolo considerato intoccabile, aveva scelto di sottrarsi all’ambiente nel quale era cresciuta e aveva iniziato a raccontare agli investigatori ciò che sapeva».
Per questo, secondo il collaboratore, doveva essere punita. Una ricostruzione molto diversa da quella proposta da Carlo Cosco, che durante il processo cercò di ricondurre l’omicidio a un «raptus», negando che dietro la morte dell’ex compagna vi fossero una decisione maturata in precedenza e una matrice mafiosa. Le sentenze avrebbero poi consegnato alla storia giudiziaria una vicenda nella quale la scelta di Lea di rompere il silenzio rappresentava uno degli elementi centrali.
Denise dietro quella porta
Ma durante quella deposizione Venturino parlò anche della ragazza che, senza poter essere vista, stava ascoltando tutto da quel corridoio. Dopo la morte della madre, Denise aveva iniziato a collaborare con gli investigatori. Le sue dichiarazioni sarebbero diventate fondamentali per ricostruire quanto accaduto a Lea e per accertare le responsabilità degli uomini coinvolti nel delitto. Ed è proprio allora, secondo quanto raccontò Venturino ai giudici, che anche Denise sarebbe diventata un problema. Il collaboratore riferì che Carlo Cosco, venuto a sapere delle dichiarazioni della figlia, avrebbe pronunciato parole inquietanti: «Se sono vere queste dichiarazioni che sta facendo, fate quello che dovete fare». Denise, dunque, ascoltava un uomo raccontare in aula che sua madre era stata uccisa perché aveva parlato con la giustizia e che, per la stessa ragione, anche lei avrebbe potuto correre un pericolo. Aveva scelto esattamente la stessa strada di Lea.

Madre e figlia contro lo stesso codice
È uno dei passaggi più drammatici dell’intera vicenda e uno di quelli che meglio raccontano la storia di Lea Garofalo e Denise Cosco: una madre e una figlia profondamente segnate dalla violenza della ’ndrangheta, due donne che, in momenti diversi, avevano infranto lo stesso codice. Lea aveva deciso di uscire da quel mondo e di raccontarlo. Denise, dopo il suo assassinio, aveva continuato ciò che la madre aveva iniziato, contribuendo con le proprie dichiarazioni al percorso giudiziario che avrebbe portato alle condanne. E mentre i giudici ascoltavano il pentito spiegare perché Lea «portava una macchia», Denise restava dietro una porta, protetta e invisibile. La figlia della donna uccisa dalla ’ndrangheta ascoltava così il racconto della propria storia. E scopriva che, in quella stessa logica criminale, anche la sua scelta di parlare poteva essere considerata una colpa. (g.curcio@corrierecal.it)
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