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LA RICOSTRUZIONE

’Ndrangheta, dalla Colombia alla Spagna sotto falsa identità: la fuga europea del narcos «Pirry»

Il capo di «El Mesa» si nascondeva come cittadino venezuelano. Avrebbe coordinato spedizioni di droga verso Italia, Francia e Spagna, con collegamenti con gruppi albanesi e calabresi

Pubblicato il: 11/09/2026 – 7:00
di Giorgio Curcio
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LAMEZIA TERME Per mesi si sarebbe mosso in Spagna nascondendosi dietro una falsa identità venezuelana, mentre in Colombia era considerato uno dei latitanti più pericolosi di Antioquia. Una fuga europea terminata a Salou, in provincia di Tarragona, quella di Jhonatan Alexander Castrillón Arango, alias «Pirry», indicato dalle autorità colombiane come uno dei vertici dell’organizzazione criminale «El Mesa». Alle spalle avrebbe una storia criminale lunga oltre vent’anni, iniziata nelle fila del Bloque Centauros delle Autodefensas Unidas de Colombia (Auc) e proseguita fino a raggiungere una posizione di comando nella struttura attiva soprattutto nel dipartimento di Antioquia. Secondo quanto ricostruito da El Tiempo, per informazioni utili alla sua localizzazione era stata offerta una ricompensa da 250 milioni di pesos colombiani. Il suo nome figurava inoltre in una circolare rossa Interpol e Castrillón Arango era richiesto ai fini dell’estradizione. Le autorità colombiane gli attribuiscono una carriera criminale di circa 22 anni e un ruolo nel traffico internazionale di stupefacenti diretto verso l’Europa.

La falsa identità venezuelana

La copertura avrebbe iniziato a cedere quando gli investigatori spagnoli hanno accertato la presenza nel Paese di persone legate al latitante, ricostruendone gli spostamenti in diverse zone del territorio nazionale. Durante gli approfondimenti è comparso un uomo le cui caratteristiche fisiche coincidevano con quelle del ricercato colombiano. I documenti, però, raccontavano un’altra storia: quella di un presunto cittadino venezuelano. Lo scambio di informazioni con le autorità colombiane avrebbe consentito alla Policía Nacional di stabilire che dietro quell’identità si nascondeva proprio «Pirry». Gli investigatori sono così arrivati fino a Salou, dove è stato predisposto il dispositivo per catturarlo. Anche gli ultimi istanti della fuga sono stati movimentati. Dopo essere stato individuato dagli agenti e sottoposto ai primi controlli, «Pirry» avrebbe tentato di allontanarsi a bordo di un veicolo. La fuga è durata poco: è stato intercettato e bloccato dopo avere opposto resistenza. Nemmeno una volta trasferito negli uffici della polizia spagnola avrebbe però abbandonato la propria copertura. Nonostante gli accertamenti sulla sua identità, avrebbe continuato a sostenere di essere un’altra persona di nazionalità venezuelana. Le verifiche hanno confermato invece che si trattava del ricercato colombiano, arrestato in forza della richiesta internazionale e affidato all’autorità giudiziaria per le procedure di consegna alla Colombia.

La droga verso Italia, Francia e Spagna

Ma è soprattutto la dimensione internazionale del narcotraffico a rendere particolarmente rilevante il profilo di «Pirry». Le autorità gli attribuiscono attività legate al traffico di stupefacenti, al controllo del territorio e agli scontri con organizzazioni rivali. Soprattutto, avrebbe ricoperto funzioni di coordinamento nelle spedizioni internazionali di droga verso l’Europa, con una particolare incidenza sulle rotte dirette in Italia, Francia e Spagna. Un elemento riportato da El Tiempo e confermato anche dalle autorità spagnole e colombiane. Ed è proprio lungo questa direttrice che compare la ’Ndrangheta. Secondo la ricostruzione riportata dal quotidiano colombiano, le operazioni finite sotto la lente degli investigatori sarebbero infatti collegate sia a organizzazioni criminali di origine albanese sia alla mafia calabrese, all’interno della catena internazionale del narcotraffico. Non vengono indicati, almeno nella documentazione resa pubblica, i nomi delle cosche o dei soggetti calabresi coinvolti nei rapporti con il gruppo colombiano. Un quadro che rafforza l’immagine di un narcotraffico sempre più fondato su reti transnazionali, nelle quali produttori, intermediari, broker e organizzazioni europee entrano in contatto lungo le grandi rotte della cocaina.

La strage di Rionegro

Sul conto di Castrillón Arango pesa anche uno degli episodi più sanguinosi contenuti nel suo dossier. Le autorità colombiane lo indicano come presunto mandante di un attacco avvenuto nel giugno del 2024 a Rionegro, in Antioquia. Nella sua qualità di presunto capo di «El Mesa», avrebbe ordinato un attentato diretto contro componenti di bande rivali. Il bilancio fu pesantissimo: sette persone morirono e un’altra rimase gravemente ferita. Anche questa vicenda ha contribuito a farne uno degli obiettivi prioritari delle autorità di Antioquia.

L’asse tra Colombia, Spagna e Italia

La storia di «Pirry» si colloca in una geografia criminale già emersa più volte nelle indagini sul grande narcotraffico: la Colombia come uno dei principali territori di approvvigionamento della cocaina, la Spagna come snodo e base logistica europea e l’Italia come destinazione dei carichi e terreno operativo di organizzazioni capaci di dialogare direttamente con i fornitori sudamericani. Uno scenario tornato prepotentemente alla ribalta nell’estate del 2025 con una serie di catture che hanno riguardato uomini ritenuti dagli investigatori centrali nei rapporti tra Sudamerica e criminalità italiana. A luglio, a Bogotà, era stato arrestato Giuseppe «Peppe» Palermo, indicato dalle autorità come una figura di primo piano della ’Ndrangheta in America Latina. Secondo la polizia colombiana, avrebbe gestito l’acquisto di ingenti carichi di cocaina in Colombia, Perù ed Ecuador, coordinandone poi le rotte marittime e terrestri verso i mercati europei. Meno di un mese dopo, il 9 agosto, a Cali era finita la latitanza di Federico Starnone, originario della Locride e coinvolto nell’inchiesta «Pratì» della Dda di Reggio Calabria. Secondo l’impianto accusatorio, dal Sudamerica avrebbe svolto il ruolo di intermediario e referente di un gruppo calabrese di Platì nei rapporti con i narcos colombiani ed ecuadoriani, in relazione anche a tentativi di importazione di ingenti quantitativi di cocaina. E nello stesso mese anche la Spagna si era confermata territorio cruciale per le reti legate al narcotraffico. Il 15 agosto, a Ibiza, i carabinieri del Ros e la Policía Nacional avevano catturato i tre latitanti italiani Marco Lenti, Federico Mennuni e Alessio Di Pietro, ricercati nell’ambito dell’inchiesta «Anemone» della Dda di Roma. I tre erano gravemente indiziati di appartenere a un’organizzazione di matrice ’ndranghetista attiva nel traffico internazionale di stupefacenti. Secondo le indagini di «Anemone», la cocaina veniva acquistata in Sudamerica e introdotta in Europa attraverso porti della Spagna e dell’Olanda, oltre che attraverso Gioia Tauro, prima di raggiungere le piazze di spaccio romane. Una rete che avrebbe inoltre mantenuto rapporti stabili con gruppi criminali albanesi.
Storie e indagini differenti che restituiscono la continuità di un asse criminale tra Colombia, Spagna e Italia sul quale viaggiano cocaina, broker e latitanti. Ed è lungo lo stesso corridoio internazionale che oggi, nella storia del capo di «El Mesa», riaffiorano ancora una volta i riferimenti alle organizzazioni albanesi e alla ’Ndrangheta. (g.curcio@corrierecal.it)

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