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l’intervista

Case di Comunità nel Cosentino, D’Ingianna: «Con 8.400 mammografie abbiamo scoperto 62 tumori in fase iniziale»

Il segretario provinciale della Fimmg illustra il nuovo modello: dalle patologie croniche all’assistenza domiciliare, fino al teleconsulto e alla prevenzione

Pubblicato il: 13/09/2026 – 10:31
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COSENZA Una sanità più vicina al cittadino, costruita sull’integrazione tra medici di medicina generale, pediatri, specialisti, infermieri di comunità, operatori sociosanitari e amministrativi. È questa, secondo Antonio Pio D’Ingianna, segretario provinciale di Cosenza della Fimmg (Federazione italiana medici di medicina generale), la sfida delle nuove Case di Comunità che stanno prendendo forma sul territorio provinciale. Un modello che, nelle intenzioni, punta a spostare una parte importante della gestione della salute fuori dagli ospedali, intervenendo soprattutto sulla prevenzione e sulla presa in carico delle patologie croniche.
«Nelle Case di Comunità c’è anzitutto l’integrazione multiprofessionale tra le varie professioni», spiega D’Ingianna. Un’équipe nella quale trovano spazio «i medici di medicina generale, i pediatri di libera scelta e i vari specialisti», insieme «agli infermieri di comunità, agli operatori sanitari Oss e agli amministrativi». A questa componente si aggiunge quella sociosanitaria, collegata ai Comuni. «Insomma, c’è la parte che riguarda i sociosanitari, quindi la parte collegata con i Comuni. È il centro vitale della gestione del distretto in generale».

«Nelle Case di Comunità non si fanno le urgenze»

Il primo chiarimento riguarda la funzione delle nuove strutture. «Non si fanno le urgenze, diciamo subito questo», precisa il segretario provinciale della Fimmg. Per le emergenze restano infatti i canali tradizionali: «Per le urgenze restano sempre 118 da attivare e pronto soccorso, quando si tratta naturalmente di codici importanti».
Le Case di Comunità potranno invece occuparsi delle situazioni meno complesse. «Possono essere trattati codici bianchi, quelli che non richiedono particolari interventi strumentali o altro». Al centro ci sarà soprattutto la continuità dell’assistenza e la gestione delle patologie croniche.
«Normalmente si dovrebbe venire per appuntamento telefonando 116-117, perché è la gestione delle patologie croniche che ha il fulcro dell’attività», spiega D’Ingianna. Il riferimento è a pazienti diabetici, ipertesi, persone con rischio cardiovascolare e pazienti obesi, che potranno essere presi in carico dall’équipe multiprofessionale presente nelle strutture.

Il ruolo dei medici di famiglia e degli infermieri

Il nuovo modello, sottolinea D’Ingianna, non parte da zero. I medici di medicina generale sono già organizzati nelle Aggregazioni funzionali territoriali (Aft): «Ne abbiamo 24 su tutto il territorio della provincia di Cosenza, dove già svolgiamo un ruolo nella gestione delle patologie croniche con la diagnostica strumentale, gli screening, le vaccinazioni».
Attività che dovranno essere integrate con quelle delle Case di Comunità. «Le stesse cose verranno fatte anche nelle Case di Comunità», afferma il medico, indicando nella presenza degli infermieri una delle novità più importanti.
«La presenza importante degli infermieri, che è una grande novità, ultimamente ne sono stati assunti parecchi nella nostra provincia, farà in modo che ci sia un input maggiore nell’assistenza domiciliare integrata, che è importante». Il tema dell’assistenza a domicilio assume un peso particolare alla luce dell’invecchiamento della popolazione. «Oltre il 10% degli over 65 deve essere trattato in assistenza domiciliare integrata, quindi a casa, a domicilio», ricorda D’Ingianna.
Gli infermieri, inoltre, potrebbero diventare un supporto anche per i medici di famiglia che operano nelle zone più periferiche. «L’infermiere dovrebbe anche essere sul territorio», spiega, ipotizzando che possa «dare una mano anche ai medici nei vari studi, soprattutto quelli più periferici, dove il medico è solo», dalle vaccinazioni alla diagnostica strumentale.

Teleconsulto e prevenzione

Nella rete immaginata per le Case di Comunità rientra anche la possibilità di collegare le strutture con le realtà residenziali presenti sul territorio. «Abbiamo fatto in modo che ci sia la possibilità da parte anche delle Rsa che stanno intorno alla Casa di Comunità di poter avere anche un teleconsulto con le stesse Case di Comunità», riferisce D’Ingianna.
Ma la partita non si ferma alla presa in carico delle patologie già esistenti. Un’altra direttrice è quella della prevenzione e della promozione di stili di vita più sani. «Abbiamo messo anche delle attività aggiuntive che sono importanti, quale la gestione degli stili di vita, quindi migliorare lo stile di vita».
Tra le ipotesi allo studio c’è anche la possibilità di realizzare spazi dedicati all’avvio dell’attività motoria. «Si sta pensando con il direttore generale addirittura di fare delle stanze di vita all’iniziazione dell’attività motoria, mettendo là un po’ di strumenti, un po’ di tapis roulant piuttosto che cyclette», racconta il segretario Fimmg.
L’idea è coinvolgere diverse professionalità, «insieme ai fisioterapisti, ai colleghi della medicina dello sport, agli altri nutrizionisti», per intervenire soprattutto «sui grandi obesi, sulle persone che hanno grande sedentarietà, per cercare di iniziare l’attività motoria».
Prevenzione significa anche individuare per tempo i fattori di rischio cardiovascolare. «Allo stesso modo fare tutto ciò che riguarda la valutazione e la messa in evidenza dei fattori di rischio cardiovascolare dei nostri pazienti, della nostra popolazione, e cercare di trattarli per ridurre questi fattori di rischio».
Per D’Ingianna è questo uno degli elementi centrali del nuovo modello: «La vera battaglia è quella sulla riduzione dei fattori di rischio, per gestire meglio le patologie croniche, per evitare che il paziente si ammali, per evitare che si riacutizzi e quindi vada in ospedale».
Un approccio che, secondo il medico, avrebbe anche un effetto sui conti della sanità. «Tutto questo permetterà di avere grossi risparmi», sostiene, prima di portare un esempio concreto maturato proprio nella provincia di Cosenza.

Le 8.400 mammografie e i 62 tumori individuati

Nel 2025 la medicina generale cosentina ha partecipato a una campagna di screening mammografico realizzata attraverso un progetto e un accordo con l’Azienda sanitaria provinciale e l’utilizzo di una piattaforma digitale.
«Abbiamo fatto una campagna di screening sulle mammografie nel 2025 in provincia di Cosenza», racconta D’Ingianna. Attraverso la piattaforma, i medici hanno potuto individuare direttamente le pazienti da contattare e indirizzarle successivamente al servizio per effettuare gli esami.
«Nel 2025 abbiamo fatto circa 8.400 mammografie in tutta la provincia di Cosenza, molte più di quando ne erano state fatte in Calabria nel 2024».
Secondo i dati riferiti dal segretario provinciale della Fimmg, dallo screening sono emersi 62 nuovi casi di tumore della mammella, individuati «allo stadio primo e secondo». Un risultato che, sottolinea D’Ingianna, ha permesso di intercettare le patologie in una fase iniziale: «Li abbiamo presi in uno stadio iniziale e li portiamo verso la guarigione, se Dio vuole».
Ma il bilancio, nella sua lettura, non riguarda soltanto la salute dei pazienti. «Questo ha comportato un risparmio netto da parte dell’azienda di 2 milioni e mezzo, un aumento degli anni di vita, un recupero degli anni di vita di circa 200 anni, 5 morti certe risparmiate».
Numeri che D’Ingianna utilizza per spiegare il rapporto tra prevenzione, salute e sostenibilità del sistema sanitario. «Questo è per far capire come per ogni screening, per ogni attività di vaccinazione che si fa, ci sia anche un effetto, non solo un beneficio dal punto di vista sanitario per la persona, per la comunità, ma anche un ritorno economico».
La conclusione sintetizza la sua idea di sanità territoriale: «La salute produce economia. Quindi questo è fondamentale». (redazione@corrierecal.it)

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