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la riflessione

Denise, la figlia che lo Stato ha protetto fino alla finestra

La vera antimafia comincia quando i riflettori si spengono

Pubblicato il: 13/09/2026 – 10:30
di Angelo Palmieri
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C’era una volta uno Stato che prometteva protezione “vita natural durante“. Poi è arrivata una finestra aperta, e quella promessa è volata giù insieme a Denise Cosco. Trentacinque anni, come sua madre Lea. Coincidenza? Destino? O forse – e qui viene il brutto – il conto salato di un abbandono istituzionale mascherato da tragedia personale?

Bravi, bravissimi davvero. Ricordate Piazza Beccaria nel 2013, per i funerali laici di Lea? Stracolma. Don Ciotti, le lacrime, i cantautori in scaletta, Denise nascosta dietro una finestra che parlava agli altoparlanti. Poesia. Antimafia col botto, quella che fa trending topic e scalda il cuore ai salotti buoni. Poi però è arrivato il silenzio. Denise è diventata un fascicolo che prende polvere, la protezione si è assottigliata, diradata, ridotta a una telefonata ogni tanto e a un “ci siamo dimenticati di te”. Lo Stato vigliacco che promette scudi eterni e poi ti lascia sola a combattere i fantasmi – quelli veri della ‘ndrangheta e quelli istituzionali dell’indifferenza.

Il copione, a pensarci, è sempre lo stesso. Rita Atria si buttò dopo Borsellino. Maria Chindamo è sparita nel nulla. Denise ha scelto la finestra. Quando le testimoni di giustizia muoiono così, non è sfortuna. È il prezzo che paghi quando lo Stato ti trasforma in un simbolo da sventolare in piazza e poi ti dimentica in un appartamento blindato con l’anima a pezzi. Carlo Cosco, il padre mandante, ergastolano. Bravi, chiuso il cerchio. Peccato che il cerchio si sia chiuso anche con Denise morta, a 35 anni come la madre ammazzata. Una simmetria perfetta, da manuale: prima ti eliminano la madre, poi ti lasciano morire da sola. La ‘ndrangheta colpisce, lo Stato archivia.

E poi c’è la solitudine, che forse uccide più delle pistole. Denise aveva un compagno, un figlio di quattro anni, una vita da ricostruire. Aveva anche un trauma che ti segna il DNA: vedere tua madre fatta a pezzi e bruciata per colpa di tuo padre. E lo Stato cosa le ha dato? Una nuova identità, una casa ad Ariccia, e poi l’ha lasciata lì a fare i conti con i demoni, mentre noi continuavamo a fare gli eroi dell’antimafia da tastiera. Autopsia disposta, indagini in corso, istigazione al suicidio contro ignoti. Il gergo burocratico che trasforma un dramma in una pratica amministrativa. Il compagno viene ascoltato come “persona informata sui fatti”. Ma quanti erano davvero informati dei fatti quando Denise stava affogando nella disperazione?

Smettiamola, una buona volta. Smettiamola con i funerali laici in piazza, con le canzoni di De André e Battiato come colonna sonora dell’ipocrisia, con il celebrare le vittime dopo che sono morte e l’abbandonarle quando sono ancora vive. Denise non aveva bisogno di un altro corteo. Aveva bisogno di qualcuno che le chiedesse “come stai?” davvero, non per protocollo. Di una protezione che fosse presenza umana, non solo sorveglianza armata. Di uno Stato che non fosse vigliacco.

Invece abbiamo avuto la retorica dell’antimafia, quel virus pericolosissimo che ci fa sentire a posto con la coscienza mentre lasciamo morire le nostre Denise. Quella retorica che è fumus, non pedagogia. Che non educa al rifiuto dell’illegalità, ma ci insegna solo a fare bella figura.

Denise Cosco è morta sola. La sua solitudine è il conto che presentiamo a tutti: allo Stato che l’ha abbandonata, alla società che l’ha celebrata e poi dimenticata, a noi che facciamo gli indignati a comando. La prossima volta che pensate di andare a un corteo antimafia, chiedetevi: sto onorando Denise o sto solo lavandomi la coscienza? Sto costruendo giustizia o sto solo aggiungendo un altro tassello al funerale di una ragazza coraggiosa e tanto bella, che lo Stato aveva il dovere di proteggere e invece ha lasciato precipitare?

La finestra da cui è volata giù Denise non era solo una finestra. Era il vuoto che abbiamo scavato intorno a lei. E ora ci guardiamo dentro, e facciamo finta di non vedere il nostro riflesso di vigliacchi.

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