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‘ndrangheta nel vibonese

Petrolmafie, «un’implicita intimidazione» dietro l’estorsione a Pizzo. Le condanne all’ex consigliere comunale e all’imprenditore

Per la Corte d’appello quello di Tedesco, direttore dei lavori, non fu un semplice consiglio tecnico. Le motivazioni dietro la sua condanna e quella di Ruccella

Pubblicato il: 17/09/2026 – 7:00
di Marco Russo
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VIBO VALENTIA Non un consiglio tecnico, ma «un’implicita intimidazione». È questo il motivo per cui la Corte d’appello, al pari dei giudici di primo grado, ha ritenuto responsabile anche Francescantonio Tedesco, ex consigliere comunale di Vibo Valentia, della presunta estorsione riguardo i lavori per il complesso parrocchiale di Pizzo. L’episodio, confluito nell’inchiesta Petrolmafie, ha portato alla condanna di ben sette persone, coinvolte secondo l’accusa in rappresentanza di tre clan interessati a spartirsi l’affare: i Mancuso, gli Anello e i Bonavota che avrebbero imposto le ditte prescelte all’impresa affidataria dei lavori. Se a rappresentare i Mancuso ci sarebbe stato D’Amico (qui le motivazioni della sua condanna), per i Bonavota e gli Anello ci sarebbero stati rispettivamente l’imprenditore Giuseppe Ruccella e Francescantonio Tedesco, condannati a 10 anni, con quest’ultimo che avrebbe «sponsorizzato l’impresa Prestanicola in quanto soggetto legato agli Anello».

La tesi della difesa e l’assoluzione in Imponimento

Nel caso di Tedesco, la difesa aveva impugnato la sentenza contestando l’accusa di vicinanza alla cosca di Filadelfia, come dimostrerebbe l’assoluzione nel processo Imponimento. Inoltre, Tedesco – è la tesi difensiva – non avrebbe mai cercato di condizionare la scelta delle ditte, bensì consigliato solamente quelle ritenute più adeguate «esclusivamente in base alla propria esperienza lavorativa e fuori da qualunque volontà estorsiva». Motivi, però, respinti dalla Corte, secondo cui il “consiglio” dato da Tedesco a Pata sarebbe stato «finalizzato ad evitare che nel cantiere potessero verificarsi danneggiamenti ovvero atti di intimidazione».

Per la Corte non era un consiglio

Di conseguenza, si legge nelle motivazioni, «non è sostenibile l’estraneità di Tedesco all’estorsione», in quanto «l’apparente richiesta o consiglio altro non era che una implicita intimidazione attuata attraverso le modalità tipiche della criminalità organizzata». In sostanza, Tedesco avrebbe “intimidito” il capo cantiere tramite «il richiamo agli eventi che sarebbero stati scongiurati», come danni o intimidazioni, se fosse stata scelta la “giusta” ditta. Anche un dialogo tra Gallone e D’Amico, intercettati mentre parlano della «pretesa di Prestanicola di ottenere per intero la fornitura di cemento», dimostrerebbe il presunto tentativo di Tedesco di favorire la ditta Prestanicola, ipotizzando legami con il figlio del presunto boss Rocco Anello: «Li arma perché lui ha impicci con il figlio di Rocco, volta e gira e cerca di innescare» è una delle frasi emerse dalle intercettazioni.

Le motivazioni per la condanna di Ruccella

Il calcestruzzo, secondo l’accusa, non sarebbe stato fornito solamente da Prestanicola, ma anche da Giuseppe Ruccella. La ditta riconducibile all’imprenditore avrebbe rappresentato i Bonavota e fornito la metà di cemento, come indicato dalle intercettazioni. Un dato che, secondo la difesa, non troverebbe però riscontro nella realtà, dal momento che – è la tesi difensiva – «il centro parrocchiale era monitorato e non è mai stato avvistato un mezzo riconducibile all’impresa di Ruccella». Anche le conversazioni captate secondo i legali porterebbero ad escludere che l’imprenditore «fosse consapevole di eventuali dinamiche criminali». Per la Corte, il fatto che Ruccella non abbia consegnato il cemento «non è rilevante», dal momento che proprio le conversazioni captate dagli investigatori proverebbero, al contrario, il suo presunto coinvolgimento in rappresentanza del clan Bonavota nella spartizione dei lavori. (m.russo@corrierecal.it)

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