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MIOPIA POLITICA

Protesta agricoltori, quando la politica vive solo di bonus, codici rossi e di memoria corta

È il sistema dello Stato-Ambulanza che corre ai ripari con decreti d’urgenza, tagli temporanei delle accise e bonus a pioggia

Pubblicato il: 08/10/2026 – 13:46
di Ennio Stamile
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La politica moderna sembra aver trasformato l’azione pubblica in una perenne gestione dell’emergenza. Coloro che sono preposti al governo della cosa pubblica muovono come medici in un pronto soccorso istituzionale, dove l’obiettivo non è curare il paziente o prevenire la malattia, ma tamponare l’emorragia. La storia recente dimostra che questo vizio non è una novità, ma un difetto di fabbrica del sistema. Basta guardare i dati storici delle grandi crisi energetiche e dei carburanti in Italia: dallo shock petrolifero del 1973, che costrinse il Paese all’austerità e alle domeniche a piedi per la totale assenza di stoccaggi strategici, fino alle fiammate speculative del 2022 legate al conflitto in Ucraina, la risposta è sempre stata identica. Si corre ai ripari con decreti d’urgenza dell’ultimo minuto, tagli temporanei delle accise che evaporano nel giro di poche settimane e bonus a pioggia. Misure tampone che costano miliardi alle casse pubbliche senza mai risolvere il problema strutturale.

Il silenzio mediatico

Questa non è politica energetica: è un analgesico somministrato a un malato cronico. L’ultimo sintomo di questa miopia politica sta esplodendo in queste ore sulle strade del Mezzogiorno. La protesta degli agricoltori calabresi, che da diversi giorni vede i trattori mobilitarsi in massa da Spezzano Albanese, allo Scalo di San Marco Argentano, fino al blocco strategico dei depositi petroliferi Eni a Vibo Marina, è la conseguenza diretta di un sistema che non sa pianificare. Le aziende agricole si trovano a produrre a fondo perduto a causa di un gasolio agricolo raddoppiato, passato in pochi mesi da 0,85 a circa 1,70 euro al litro. Una mobilitazione di cui, tuttavia, i maggiori TG nazionali non parlano, preferendo stendere un velo di silenzio su una piazza scomoda che mette a nudo le fragilità del Paese. Al contrario, gli stessi telegiornali scelgono di occuparsi ogni giorno di vicende di cronaca nera del passato, come il caso Garlasco, offrendo al pubblico un giallo a puntate infinite. Un intrattenimento morboso che serve a distrarre i cittadini dai problemi reali, catalizzando l’attenzione su drammi privati pur di non mostrare le tensioni sociali che scaldano le strade. Questo silenzio mediatico si inserisce in un vizio politico più ampio e trasversale, fatto di cortocircuiti comunicativi e amnesie istituzionali. È lo stesso meccanismo per cui si tende a dimenticare che l’attuale Presidente del Consiglio Giorgia Meloni, mentre era all’opposizione durante l’ultima riforma elettorale, definiva “scandaloso” il ricorso alla fiducia da parte dell’allora esecutivo e si appellava direttamente al Presidente della Repubblica Mattarella per fermare quello che considerava uno strappo democratico. Una fermezza di principio che oggi, di fronte alle medesime logiche di potere e ai medesimi decreti blindati per accelerare i provvedimenti d’urgenza, sembra svanita nell’esigenza del governare giorno per giorno. Di fronte a un intero comparto produttivo al collasso, la risposta istituzionale segue il solito, prevedibile copione del pronto soccorso: sconti commerciali temporanei validi solo poche settimane. Interventi che non fanno altro che confermare il fallimento della prevenzione. Una leadership seria non aspetta che i distributori restino a secco o che i trattori blocchino i depositi per accorgersi che i costi di produzione sono insostenibili e che la filiera è fragile.



Cittadini ostaggi delle emergenze

Prevedere le crisi significa mappare i rischi con largo anticipo, sin da quando, cioè, è iniziata la folle guerra in Iran, da parte di ameba come Trump al quale, ricordiamolo, gli stessi personaggi che ancora oggi governano la Nazione volevano fosse conferito il premio Nobel per la pace. Significa imporre tetti strutturali ai prezzi sui mercati energetici prima delle fiammate speculative, investire in stoccaggi nazionali quando le acque sono calme e difendere i produttori locali dalle storture delle catene di distribuzione. Se continuiamo a considerare l’eccezione come norma, lo Stato si riduce a un gigantesco vigile del fuoco che tenta di spegnere incendi appiccati dalla propria stessa incapacità di guardare al futuro. Il costo di questa mancata programmazione è altissimo, e a pagarlo sono sempre i contribuenti e i lavoratori della terra. Finché la logica dei governi sarà quella di sopravvivere alla prossima scadenza elettorale, rimarremo ostaggi delle emergenze. Una politica capace di governare non si vede da quanto è efficiente nel gestire il caos, ma da quanto è capace di evitarlo.

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