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L’ARTE INCONTRA LA GENTE

A Catanzaro la ricerca accademica si trasforma in esperienza comunitaria

Un’operazione culturale e antropologica dell’ABA risveglia nella memoria dei cittadini luoghi e culti che il tempo rischiava di sbiadire

Pubblicato il: 17/10/2026 – 13:05
di Rosita Mercatante
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CATANZARO Ogni volta che l’arte trova il modo di fondersi con la vita quotidiana di una comunità la monotonia di pensiero si spezza, le visioni consolidate e stantie si scompongono. Così esporre delle immagini in spazi della quotidianità per evocare luoghi che appartengono alla memoria collettiva e aspettare che qualcuno si fermi a chiedere, a ricordare, a raccontare può diventare un esperimento provocatorio e motivante. È accaduto quando mesi fa gli studenti dell’Accademia delle Belle Arti di Catanzaro, in contatto diretto con gli abitanti del posto, hanno sfruttato le suggestioni suscitate dalla narrazione per innescare delle reazioni (anche emotive), ispirandosi alla tradizione dei cantastorie siciliani che, muovendosi di piazza in piazza, portavano i loro “cunti” tra la gente assumendo il ruolo di “giornalisti del popolo” e diventando l’unico tramite culturale che permetteva alla gente comune di conoscere eventi storici, notizie d’attualità e racconti epici.
«Sono stati realizzati ed esposti in spazi urbani due pannelli, contenenti dodici riquadri ciascuno, attraverso i quali abbiamo raccontato, dialogando con la gente, dodici luoghi e dodici santi cittadini puntando l’attenzione su aspetti poco conosciuti o non più esistenti. Ci siamo soffermati su quelle ferite che hanno caratterizzato la storia di Catanzaro e che, a volte, si ripetono» spiega l’archeologo Francesco Cuteri ricostruendo le origini di un lavoro confluito nel volume “Luoghi e Santi di Catanzaro. Memorie di pietra e cielo”, pubblicato con AM International, le edizioni del Museo di Arte Contemporanea di Bivongi (Macam) e presentato ieri nel salottino della Libreria Coriolano. «Un volume nato nel cuore pulsante della strada, per il cuore pulsante della strada» aggiunge Cuteri, che insieme a Elena di Fede, architetto conservatore, ha curato l’operazione culturale di cui sono stati protagonisti gli allievi del Corso di Beni Culturali e Ambientali, coinvolti contestualmente nell’esperienza comunitaria della piazza e nei laboratori di disegno e di ricerca. La dimensione pubblica dell’esperimento ha consentito di raccogliere ogni ricordo che la gente ha fatto emergere: le conversazioni hanno suggerito nuovi percorsi di approfondimento, che poi sono proseguiti attraverso la consultazione di biblioteche, archivi, documenti e riferimenti bibliografici. I disegni sono stati ripresi e rielaborati, mentre l’esperienza si trasformava in un lavoro di ricerca e studio. È proprio nell’incontro tra il racconto orale e la verifica delle fonti che si definisce il metodo del progetto. Le illustrazioni hanno lasciato spazio alla sensibilità e allo stile di ciascun autore; i contenuti storici, invece, si fondano sulla documentazione scientifica. Una distinzione che consente di coniugare libertà espressiva e accuratezza, senza rinunciare al carattere scientifico dei testi. «Con matite acquerellabili e china, ciascuno ha interpretato i luoghi e le figure scelti, mantenendo un linguaggio personale. La difficoltà – sottolinea Elena Di Fede – è stata condensare in poche righe storie lunghe e complesse»
«L’idea originaria era quella di produrre delle fake news orientate a creare una fascinazione nei confronti di alcuni luoghi cittadini», racconta Virgilio Piccari, ricordando la Settimana situazionista, organizzata nell’ambito di “Performing”, iniziativa legata al progetto PNRR vinto dall’ABA di Catanzaro da lui diretta e che ha centrato in pieno l’obiettivo della cosiddetta “Terza Missione” con un reale coinvolgimento del contesto che ospita la realtà accademica. A scuotere l’apatia del pensiero collettivo sono arrivate notizie come quella della riapertura del Teatro Masciari, edificio in attesa di recupero da diversi anni. Poi il richiamo al San Carlino, abbattuto negli anni Trenta per dare un nuovo assetto urbanistico alla città. Accanto alle memorie di pietra, c’è spazio per molto altro: «Ci è sembrato interessante far scoprire che ci sono culti che hanno segnato profondamente la città e che si sono dispersi, come se qualcuno li avesse trasformati in polvere nel tempo e qualcun altro, poi, avesse sollevato quella polvere, facendoli sparire» aggiunge Cuteri. Un esempio è legato alla figura di San Leonardo, oggi associato ai giardini che portano questa denominazione e simbolo di aggregazione giovanile, ma il cui riferimento storico è connesso al monastero italo-greco che fu costruito in onore di un santo che arrivava dalla Francia: un santo capace di liberare dalle catene. Altra curiosità è quella di San Trifone, di origine bizantina (le reliquie sono conservate in Dalmazia), da cui prendeva il nome uno dei tre colli della città. Poco conosciuto perché nel tempo la sua venerazione è stata sostituita con quella di un altro santo francese, San Rocco. «Dietro questi avvicendamenti c’è una spiegazione che segue i cambiamenti economico e sociali del territorio. Mentre San Trifone era invocato per proteggere le coltivazioni dalle invasioni degli insetti quando l’economia di Catanzaro si basava sulla fiorente industria serica, quando invece (tra il XIV E IL XVII secolo) iniziano a diffondersi le epidemie di peste, è San Rocco ad essere invocato dalla popolazione come difensore contro le malattie contagiose». A completare il volume è un’appendice fotografica curata dallo studente Luca Barbieri, che documenta le giornate trascorse in strada e gli incontri con i cittadini che si trovavano a passare dal San Giovanni o da Piazza Prefettura. Gli studenti ABA che hanno preso parte al progetto: Serena Buttiglieri, Paola Giannetti, Gaetano Mazzola, Sofia Mancuso, Rosetta Iuele, Sara Natalie Piccolo, Manuela Rappoli, Aurora Scrugli, Marzia Sinopoli, Maddalena Timpano ed Elisa Zimbaro.
E poi c’è il ricordo a Emilia Zinzi, storica dell’arte e studiosa che ha contribuito alla conoscenza e alla tutela del patrimonio catanzarese. La dedica contenuta nel libro ne richiama una convinzione centrale: «Catanzaro custodisce un patrimonio non relegato al passato, ma impresso nella coscienza civile del presente. Riconoscerlo, studiarlo e proteggerlo significa assumere un dovere verso la città e la sua storia».
Le immagini e i testi raccolti durante questo esercizio di contaminazione tra giovani e comunità sono la prova che la storia continua a pulsare quando viene vissuta, disegnata, condivisa e questo libro è testimone «del nostro impegno nell’insegnamento e nello studio dei beni culturali – conclude Cuteri – . Della città ci si può occupare in diversi modi: possiamo decidere di non averne cura oppure disinteressarci di tutto. Noi riteniamo che, per la formazione che abbiamo, il nostro amore per la città si dimostri raccontando le sue storie e cercando di trasmetterle agli altri. Non escludiamo che queste illustrazioni possano tornare per le strade della città sotto un’altra forma, per diventare patrimonio di tutti. Se non le facciamo conoscere, non possiamo attribuire agli altri la responsabilità dell’ignoranza». (redazione@corrierecal.it)

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