«Rompere con la ‘ndrangheta si può ma lo Stato non lasci sole le “donne coraggio”»
Il messaggio emerso dal dibattito “Talk about mafia” a Catanzaro. Frustaci: «Ecco come lo Stato può rafforzare la vicinanza a chi dice no ai clan»
CATANZARO «Rompere con la ‘ndrangheta si può, ma lo Stato non lasci sole le “donne coraggio“»: è questo uno dei messaggi emersi dal dibattito promosso dall’Anm a Catanzaro nell’ambito di “Tam-Talk About Mafia”, dibattito che ha avuto tra i temi centrali la riflessione sui percorsi di ribellione femminile e sulla protezione di chi dice “no” alle cosche.
La svolta della legge “Liberi di scegliere”
Un passaggio fondamentale in questa battaglia culturale e giudiziaria è rappresentato dalla legge “Liberi di scegliere”, legge approvata di recente. A rimarcarne la portata è stato il sostituto procuratore generale di Catanzaro, Marisa Manzini: «È una legge fondamentale soprattutto a tutela dei minori. Prevede provvedimenti per la sicurezza immediata e un programma mirato che le accompagna e le tutela nel tempo, tenendo conto delle necessità economiche, abitative, di lavoro e di studio. La mafia – ha detto la Manzini – non si combatterà mai soltanto con la repressione, ma con interventi preventivi che, agendo sulle nuove generazioni, possono determinare un reale cambiamento». La redenzione è una strada praticabile, come dimostrano le storie di chi ha avuto la forza e il coraggio di recidere ogni legame con la propria famiglia d’origine. Ma per garantire che drammatiche vicende personali — come la storia e l’eredità di donne del calibro di Lea Garofalo e della figlia Denise Cosco — non rimangano isolate o esposte a vulnerabilità, la vera sfida si sposta sul piano organizzativo e della tenuta nel tempo. Secondo Manzini «Persone che compiono un distacco così traumatico, laddove la famiglia naturale coincide con quella criminale, non possono essere lasciate sole. Devono poter formare una nuova identità, curare le proprie ferite e sentire che lo Stato rimane costantemente al loro fianco».
Nuove proposte per rendere “conveniente” la giustizia
Affinché la scelta di denunciare e testimoniare non si trasformi in un calvario personale ed economico, il sostituto procuratore di Catanzaro Annamaria Frustaci ha avanzato alcune proposte concrete rivolte al legislatore «per colmare alcuni vuoti normativi, permettendo allo Stato di manifestare in modo ancora più forte la propria vicinanza a chi testimonia in contesti delicati, come nei processi che celebriamo in Calabria. Spero che questi inviti al legislatore possano trovare accoglimento». Tra i nodi più critici messi in luce da Frustaci vi è la condizione lavorativa e previdenziale di chi sceglie di testimoniare: «Il testimone di giustizia inserito nel programma di protezione – osserva Frustaci – viene costretto per qualche anno a una condizione non lavorativa, con pesanti riverberi sul suo futuro trattamento pensionistico». Altrettanto decisivo è il tema della presenza dello Stato dentro le aule di giustizia a sostegno di chi accusa i clan: «Il testimone di giustizia – rimarca Frustaci – deve essere sempre affiancato dalla costituzione di parte civile pubblica. Purtroppo la riforma Cartabia ha creato una tagliola fortissima su questo aspetto; basterebbero pochi accorgimenti normativi per ripristinare la presenza dello Stato nel processo». A intervenire inoltre anche Giulia Pantano, procuratore aggiunto di Catanzaro, che si è soffermato sul ruolo delle donne nella ‘ndrangheta, spiegando che «non esiste un’unica tipologia di donna di ‘ndrangheta ma esistono tanti ruoli, che spesso intersecano tra loro e si sovrappongono, per cui spesso troviamo donne funzionali al mantenimento in vista della cosca e donne che invece poi decidono di collaborare con la giustizia. Importante è evitare le semplificazioni».(a. c.)
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