«Le uniche dichiarazioni da me fornite risalgono al 1998 e al 2006, con un oggetto ben preciso e limitato»
In una lettera alla redazione, Rocco Mammoliti smentisce i verbali attribuiti alle sue passate dichiarazioni
Riceviamo e pubblichiamo:
Lettera di rettifica alla Redazione del Corriere della Calabria
Sono Rocco Mammoliti le scrivo in merito all’ultimo articolo da voi pubblicato sul Corriere della Calabria “La droga dall’Olanda e le gelaterie in Germania: così i profitti dei clan venivano ripuliti.” che ho letto con una certa meraviglia perché non so in quali fascicoli lei abbia raccolto queste dichiarazioni, ma ci tengo a contestualizzarle e a smentirle. Queste dichiarazioni, malgrado vengano prese come elemento di prova, non hanno nulla a che vedere con l’indagine e il processo “Eureka” in quanto le uniche dichiarazioni da me fornite risalgono al 1998 e al 2006, le quali avevano un oggetto ben preciso e limitato ai reati da me compiuti e da elementi contestuali utili per comprendere come “lavoravo”, spero di non offenderla se le dico che le trovo fuorvianti rispetto ai fatti in questione. Ci tengo a fare una piccola premessa, più volte in questo articolo vengo chiamato collaboratore di giustizia, ma io non sono un collaboratore di giustizia, ho compiuto quel percorso anche perché mi erano state promesse le revisioni di alcuni processi che riguardavano delle condanne ingiuste verso i miei famigliari e quindi con delle precise e specifiche verità processuali che dovevano emergere, ma la revisioni di questi processi non sono mai avvenute, così io dal 2006 ho chiesto la fine del programma di protezione e la fine della mia collaborazione per cui mi può tranquillamente chiamare ex collaboratore di giustizia. In questo Stato la giustizia assume caratteristiche differenti a seconda del cittadino preso in causa, non solo nelle aule di tribunale, ma anche e soprattutto nella vita comune dei cittadini di questa Repubblica, la giustizia mi pare una caratteristica che di questi tempi sia sempre più distante dalle nostre Democrazie e dalla nostra Costituzione, pertanto non posso in alcun modo essere considerato collaboratore di questa giustizia. So di non essere stato certamente un cittadino modello, ho commesso dei reati per cui ho pagato e oggi conduco una vita normalissima, ma non sono e non sarò mai un’ipocrita. Detto ciò, a più riprese nei processi che ho affrontato sia da imputato sia da collaboratore, ho sempre specificato che la narrazione costruita su di me, sulla mia famiglia e sulla criminalità organizzata nel suo complesso ha dei tratti cinematografici sia all’interno delle aule di tribunale sia nell’immaginario mediatico che si distanzia anni luce da quella che è la realtà dei fatti; io stesso più volte mi sono trovato ad essere imputato in processi che non mi riguardavano e con coimputati che nemmeno conoscevo, solo ed esclusivamente perché mi chiamavo Mammoliti, non voglio fare la vittima anzi provo un certo fastidio pure a pensarmi come tale, ma non voglio nemmeno si continuino a creare delle narrazioni tendenziose che a forza di raccontarle diventano la verità. Io non vorrei che questo sia accaduto nuovamente per questo processo e lo dico in assoluta buona fede e con anche un certa distanza rispetto al processo stesso, nel quale ovviamente non sono imputato, ma che comunque mi vede come possibile testimone, lo dico con molta trasparenza e anche con un certo stupore non ho a mai avuto nulla a che vedere con la Germania, eppure mi si richiede di confermare ciò che non posso conoscere o che in altri casi ho smentito più volte. Le mie condizioni di salute non mi permettono di ricoprire correttamente l’ufficio di testimone, ma anche laddove fossi in grado di testimoniare, sinceramente non saprei proprio cosa dire non posso parlare di cose che non conosco o di persone di cui non ricordo nemmeno i lineamenti del viso o che banalmente non ho mai incontrato, figurarsi se posso essere a conoscenza di quello che accadde negli anni 80, negli anni 90 o dopo gli anni 2000 e dello sviluppo delle attività dei calabresi in Germania. Non le conoscevo allora e non le conosco adesso. Si continuano a mettermi in bocca parole che non ho detto e sinceramente non ne comprendo il motivo, io non sono mai stato in Germania e come dissi più volte non ho mai avuto a che fare con “Mammoliti” che abitano o hanno abitato in Germania o con altri calabresi che operavano in Germania, oltretutto su questo esistono delle sentenze passate in giudicato che vedono appurare la mia totale estraneità e quella degli altri miei coimputati perché il fatto non sussisteva. Io sapevo solo che molti miei coetanei si erano trasferiti in Germania per lavoro e rispetto all’ambiente che frequentavo giravano delle voci sulle loro ulteriori attività, ma erano delle voci, ripeto e sottolineo solo delle voci, in tutta sincerità questa mappatura accurata dei calabresi in Germania o in Olanda o a Erfurt (cittadina molto graziosa di cui ho scoperto l’esistenza solo grazie al vostro articolo) dei loro investimenti e delle loro attività, mi era e mi è tuttora sconosciuta. Io non so perché mi si attribuiscano queste parole perché non le ho mai pronunciate e gli inquirenti sapevano perfettamente di queste circostanze, ripeto per essere chiaro, ho più volte ripetuto quello che sto dicendo a Lei, le dichiarazioni che resi nel 1998 e nel 2006 non hanno nulla a che vedere con la mia conoscenza su attività illecite presunte o reali e laddove le si utilizzassero si commetterebbero degli errori, pertanto tutto il paragrafo che mi riguarda è da rettificare, io non ho confermato nessuna “mappa degli investimenti” e non sono mai stato a conoscenza della possibile natura illecita del denaro che è stato utilizzato per aprire quelle attività. Io ho riportato solo quello che era un fatto notorio ovverosia che esistevano delle attività imprenditoriali in Germania gestite da miei corregionali di cui conoscevo solo il nome, ho fornito solo dichiarazioni contestuali che sapevo come soggetto terzo, ma svincolate da possibili reati, gli inquirenti volevano confermare ciò che io non potevo confermare, ovverosia che esistessero delle “cosche” calabresi radicate in Germania, questa era la tesi degli inquirenti, io in realtà avevo manifestato molte riserve sull’idea che vi fossero “basi logistiche” in Germania o in altre parti d’Europa, non capisco perché questo non è riportato nei verbali e nemmeno nel suo articolo, ci tengo a sottolineare che la stessa tesi accusatoria aveva riguardato persino me nei miei anni di “attività” a Bologna. E su questo le riporto direttamente la mia esperienza, quando da ragazzo mi trasferii a Bologna per studiare, si “diceva in giro” (tanto che gli stessi inquirenti ne erano profondamente convinti e li smentii proprio dopo il 1998) che io mi ero trasferito nel capoluogo emiliano sotto “indicazione e pressione” della mia famiglia perché secondo loro era un modo per ampliare le attività in Emilia. Tutte le scelte che ho compiuto, le ho compiute in autonomia senza che ci fossero dei “piani dall’alto” o chissà quali strategie, ho sempre dimostrato la fallacia di questa narrazione nei processi che mi hanno riguardato, trovo assurdo continuare a ribadire l’ovvio; come se ad ogni scelta individuale corrispondesse un piano famigliare di lungo periodo. In questo senso anche le persone che erano vicine a me all’epoca dei fatti furono coinvolte nelle mie vicende giudiziarie, per alcune si era ipotizzato come si ipotizza oggi che persone che avevano attività commerciali fungevano anche da attività per il riciclaggio di denaro, ma non c’entravano nulla. Gli inquirenti rimasero quasi delusi quando gli dimostrai che io a Bologna svolgevo le mie attività senza che la mia famiglia ne fosse a conoscenza e soprattutto senza che vi fosse una rete di attività che riciclasse per conto mio il denaro. A distanza di anni mi tocca con totale estraneità non solo rivedere le stesse dinamiche che mi hanno colpito, ma passare pure quello che queste dinamiche contribuisce ad alimentarle, questo non lo accetto. Sulla Germania io queste cose le “conoscevo” come soggetto terzo, lontano e in modo superficiale, d’altra parte se fosse vero il contrario e le mie dichiarazioni fossero state di tanto rilevanti un processo di questa natura si sarebbe celebrato nei mesi o negli anni immediatamente successivi la mia collaborazione e non a distanza di più vent’anni. Potete consultare i processi che mi hanno riguardato non troverete mai sentenze che riguardino la mia colpevolezza con persone con collegamenti in Germania processate con me. Sono sinceramente basito nel leggere queste parole, o esiste un altro Rocco Mammoliti che ha avuto quasi il mio stesso percorso di vita o queste dichiarazioni così come sono riportate sono fuorvianti e a smentirle integralmente è il diretto interessato. A tal proposito colgo l’occasione per prendere le distanze anche rispetto al precedente articolo che mi ha riguardato “L’omicidio del brigadiere Tripodi e l’inchiesta archiviata: l’ombra del sequestro De Feo dietro l’esecuzione”, nel rispetto del lutto della famiglia Tripodi, l’insieme delle dichiarazioni erano state effettuate per ribadire l’innocenza di mio padre e di mio zio, rispetto al sequestro del Dottor Carlo De Feo, questo non è presente nel suo articolo. All’epoca dei fatti si paventava l’idea che i responsabili del sequestro fossero anche i mandanti dell’omicidio del Brigadiere Tripodi. Mio padre è morto sotto regime di 41 bis e mio zio ha scontato integralmente una pena per un reato che non ha commesso, eppure non c’entravano nulla né con il sequestro del Dottor De Feo, né tantomeno con l’omicidio del brigadiere Tripodi; questo l’ho ribadito nel 1998 ma a quanto pare le mie dichiarazioni a volte sono importanti altre volte contano meno. La Procura all’epoca della mia collaborazione mi promise la revisione del processo De Feo, ma preferì alla fine non riaprire il caso. Sul caso Tripodi mi fornirono dei nomi, ma gli dissi esplicitamente che se anche quei soggetti fossero stati coinvolti, c’entravano poco o nulla con l’omicidio in questione e che sarebbe stato più opportuno concentrarsi sul sistema dei sequestri che era presente in Italia negli anni 70 e 80, i cui mandanti e le cui regie sono tuttora volutamente sconosciute, pertanto gli elementi che avevano su quelle persone erano indiziari e basati su pregiudizio, ma non c’era sostanza. Il vostro articolo fa riferimento al volere dei “clan”, io non ho mai fatto riferimento a un “volere dei clan”, se nei fatti ancora oggi si celano ombre dietro questi delitti è perché non c’era nessun volere dei clan, le responsabilità sono da ricercare altrove, chi su questi fatti si sarebbe dovuto assumere le responsabilità non lo ha fatto, ha fatto pagare ad altri. Vi chiederei quantomeno per quello che riguarda la mia persona e le mie dichiarazioni che non si manipolasse la realtà dei fatti, io capisco che questo sia il suo e il vostro lavoro e capisco anche che non sia facile fare una disamina oggettiva di questi eventi, ma proprio per questo motivo vi chiederei di provare a non riprendere le mie dichiarazioni applicandole a convenienza e deformando la realtà seguendo sostanzialmente solo le impostazioni dell’accusa. Ci tengo a specificare la mia totale buona fede, non voglio che prenda le parole di questa lettera come se io avessi secondi fini o volessi orientare il vostro lavoro, non ci tengo affatto e voglio pensare che anche voi siate in totale buona fede, non voglio protagonismi, non voglio fare la vittima perché sono ben altre le cose per cui bisogna lamentarsi, ma come ribadisco non voglio che attraverso le mie dichiarazioni si costruiscano narrazioni non veritiere. Credo fortemente nella libertà di stampa che è tutelata dalla nostra Costituzione, per questo le chiedo solo gentilmente di lavorare con più contesto e cercando di avere una visione chiara o quanto più possibile complessa della realtà, sia dentro gli atti giudiziari sia al di fuori di essi, capisco che non sarà particolarmente semplice, ma altrimenti le chiederei la cortesia di non continuare a citare le mie dichiarazioni senza contesto, per queste ragioni le chiedo come comune cittadino di rettificare tempestivamente i vostri articoli.
Il Corriere della Calabria è anche su WhatsApp. Basta cliccare qui per iscriverti al canale ed essere sempre aggiornato
