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sommaria giustizia

“Se era più grande lo schiacciavo sotto i piedi” operaio sequestrato e picchiato dalla ‘ndrina di Melicucco: rispedito in Bulgaria

Dalle carte dell’inchiesta sulla cosca Costa-Filippone: un giovane accusato di essere entrato in casa di una donna sola

Pubblicato il: 19/10/2026 – 7:00
di Paola Suraci
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REGGIO CALABRIA A Melicucco, davanti a un torto, si va dai Costa o si scappa da loro. Dai carabinieri no. Nelle carte dell’inchiesta il paese appare come una comunità in cui la denuncia non esiste, per scelta o per paura, e al suo posto restano mediazioni, intermediari e silenzi. È su questo sfondo che la Dda di Reggio Calabria costruisce l’impianto contro la cosca Costa-Filippone, che secondo l’accusa avrebbe esercitato sul territorio una “autorità criminale”. Nell’ordinanza del gip Claudio Treglia, accanto ai capi d’accusa più gravi, trovano posto episodi in apparenza minori, che gli inquirenti leggono come riscontro di quel clima. Ruotano attorno a Rosario detto Angelo Costa, ai suoi figli e a Dario Varamo, indicato come il suo braccio destro. Due di questi riguardano un operaio bulgaro e un discendente dei duchi Riario Sforza.

Il sequestro

È la mattina dell’11 novembre 2022. Un operaio bulgaro di 18 anni, impiegato nell’allevamento ovino dei Costa, secondo la ricostruzione prova a entrare nella casa di una giovane donna del paese, che è sola. Lei urla, il marito accorre e lo picchia. Pasquale Costa, figlio di Angelo, avvisa il padre, che manda sul posto il ragioniere del caseificio, Dario Anselmo. Il ragazzo viene portato alla masseria e chiuso in una stanza. Angelo Costa lo “guarda a vista” e ammette di avergli dato calci ai genitali e quattro colpi di scopa in testa e in faccia, tanto da farsi male alle mani. “Se era più grande lo schiacciavo sotto i piedi”, dice. Si stupisce che il giovane non pianga: “Ma pure per difesa devi piangere, no?”. Anche Salvatore Costa, altro figlio di Angelo, lo avrebbe picchiato. In serata si cerca un passaggio per portarlo a Rosarno. Il giorno dopo è Varamo a raccontare come è finita: “Gli ha pagato il viaggio Angeledu, centottanta euro”.


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Destinazione Bulgaria. Nelle carte si parla di “sommaria giustizia”: nessuna chiamata alle forze dell’ordine, solo un allontanamento coatto che gli inquirenti inquadrano come sequestro di persona. L’episodio è stato citato anche dal procuratore Borrelli nella conferenza stampa del giorno degli arresti, come esempio della capacità di intimidazione del gruppo: «Sono stati ricostruiti particolari episodi di inaudita violenza e il ricorso alla capacità di intimidazione: un operaio bulgaro accusato di introdursi all’interno dell’abitazione di una famiglia melicucchese, questo veniva “convocato” e veniva addirittura percosso e poi costretto a ritornare nel paese di origine, venendo accompagnato fino alla stazione del pullman». Ma il procuratore Borrelli ha spiegato anche perché per quel fatto non ci sono contestazioni: «C’è da dire che una parte dei reati che sono stati accertati non ha formato oggetto di contestazione in quanto sono stati commessi immediatamente dopo l’entrata in vigore della riforma Cartabia che aveva assoggettato al regime della procedibilità a querela una serie di condotte tra le quali, per esempio il sequestro di persona non aggravato evidentemente dai fini dell’estorsione. La successiva modifica ha escluso dal regime della procedibilità a querela i reati aggravati dal metodo o dalla finalità di agevolazione mafiosa. Tuttavia essendo le condotte in questione state commessi nel periodo intermedio non hanno potuto diciamo essere contestate in assenza di querele. Tra queste, per esempio il sequestro di persona dell’operaio bulgaro».

Il duca e il terreno da cedere

Un’altra storia emerge da una conversazione captata l’8 marzo 2023. Varamo racconta a un interlocutore di essere andato a trovare un discendente dei duchi Riario Sforza, proprietario di un grande terreno proprio accanto alla cava della sua famiglia a Melicucco. Gli era arrivata voce che volesse vendere, e si era fatto avanti subito per mettere le cose in chiaro: il terreno resti pure vostro quanto volete, ma se un giorno lo vendete, lo compro io. E nessun altro. Secondo gli inquirenti il tono era tutt’altro che quello di una trattativa. Se avesse saputo che il terreno era finito a qualcun altro, dice Varamo, sarebbe andato a cercarlo, e “cazzi suoi”. Poteva anche denunciarlo ai carabinieri, aggiunge, tanto lui “solo a voi vengo a prendere”, anche a costo di farsi arrestare. Poi racconta il finale: il duca era sbiancato, “non gli usciva la parola”, e Varamo aveva pensato che gli venisse un malore. Quando era riuscito a parlare, aveva assicurato che il terreno, se mai l’avesse venduto, sarebbe toccato a lui. Il gip Treglia, nell’ordinanza, condivide la ricostruzione dei pm, “del resto risultante dalla viva voce del protagonista”. Riconosce la minaccia, la paura della vittima e anche l’aggravante del metodo mafioso: Varamo, scrive il giudice, faceva leva almeno implicitamente sul controllo del territorio della cosca a cui apparteneva, come dimostra la reazione di quell’uomo, che aveva temuto per la propria vita. (p.suraci@corrierecal.it)


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