Skip to main content

Ultimo aggiornamento alle 12:41
Corriere della Calabria - Home

I nostri canali


Si legge in: 11 minuti
Cambia colore:
 

FESTIVAL D’AUTUNNO

Vinicio Capossela, “E morte non avrà dominio”. In un piccolo niente c’è il tutto

L’eclettico cantautore presenta la sua Ballad Opera, ispirata a Dylan Thomas, in programma al Politeama il 24 ottobre

Pubblicato il: 19/10/2026 – 11:58
di Rosita Mercatante
00:00
00:00
Ascolta la versione audio dell'articolo

CATANZARO Rimanere un paio d’ore seduti ad assistere a uno spettacolo che «non ha una narrazione precisa, ma è l’insieme di tanti frammenti di umanità che si manifestano» può avvicinarci alla consapevolezza che «siamo fatti di finitezza» e che vale la pena guardare con maggiore attenzione a ciò che accade intorno a noi, «perché è l’accettazione di questa condizione che ci spinge a dare valore al tempo e agli incontri». È questo il dono che Vinicio Capossela affida al pubblico di “E morte non avrà dominio”, la sua ultima opera visionaria, che mette in discussione l’idea di una vita da sottrarre alla morte. Il senso di finitezza che attraversa l’intero spettacolo invita a una sorta di ribellione collettiva contro una società che tende a rimuovere l’idea della fine, considerandola un intralcio alla produzione e alla necessità di restare sempre attivi. Eppure, riconoscere la propria fragilità può aprire uno spazio di libertà e fraternità: la consapevolezza di avere un tempo limitato permette di ridimensionare le gerarchie e di riconoscere ciò che accomuna le persone.
«Tutto nasce da una morte. Da un seme raccolto che deve andare oltre quella morte per generare». È anche da questa intuizione che prende forma la prima Ballad Opera di Capossela, in tournée nei teatri italiani da qualche settimana e in programma al Politeama di Catanzaro, sabato 24 ottobre alle 21, unica tappa al Sud dopo quella di Napoli, nell’ambito del Festival d’Autunno, la kermesse ideata e diretta da Antonietta Santacroce, giunta alla XXIII edizione.
Uno spettacolo di teatro musicale ispirato ai celebri versi di Dylan Thomas e a “Sotto il bosco di latte”, il dramma radiofonico che il tormentato poeta gallese non riuscì a completare prima di morire, a 39 anni. Un’opera che celebra la vita, l’innocenza, la pluralità e l’infanzia del mondo attraverso le voci e le presenze di uno strambo villaggio in riva al mare. La struttura drammaturgica è un intreccio tra musica, narrazione (con i dialoghi a prevalere) e poesia. A raccontarlo è lo stesso Capossela, durante un incontro online con i giornalisti, pochi giorni prima di arrivare in Calabria. La rappresentazione, spiega, è «un progetto che coinvolge una comunità e genera una comunità», fatta di molteplici voci e presenze, reali e fantasmatiche, che sulla scena e fuori dalla scena finiscono per confondersi.

Un villaggio per raccontare il mondo

Il cuore pulsante dello spettacolo è Llareggub, il villaggio immaginario creato da Dylan Thomas, un microcosmo in cui convivono esistenze, desideri, manie e contraddizioni. Un luogo apparentemente piccolo, ma capace di contenere un’intera umanità. «È un niente che evoca il tutto. Uno spazio dove l’umanità è alle prese con le cose più grandi di noi, come la morte, l’evocazione biblica, l’universale», racconta Capossela, descrivendo un mondo attraversato da storie che si svolgono nell’arco di ventiquattro ore, senza che i suoi abitanti vengano messi sotto processo o giudicati. Il villaggio diventa un luogo a cui tornare e ritrovare frammenti dell’infanzia, della memoria e della tradizione orale. Anche la scenografia segue questa direzione: un radiopiano, un’antenna, un bosco costruito con il tulle e una trama sonora fatta di voci registrate, richiami di balene, onde radio, sirene e bombe. Il risultato è un ambiente sospeso, in cui il teatro diventa uno spazio da abitare più che un semplice luogo in cui assistere a un concerto.

Le voci degli assenti

Se avere coscienza della morte significa imboccare la strada per celebrare la vita, «la possibilità di tenere in vita quello che le altre persone ci hanno lasciato è il modo per non far finire un’esistenza». Da qui l’evocazione degli assenti, a partire da Renato Striglia, amico e dj radiofonico scomparso, che aveva lavorato a una versione italiana del poema di Thomas senza riuscire a completarla. Capossela ne ha raccolto il lavoro incompiuto, trasformandolo in un progetto artistico che conserva il segno di un legame personale. Nel percorso riaffiorano anche altri amici e artisti, tra cui Melingo e Giorgio Bracardi.

Quindici canzoni in scena prima del disco

Per l’opera Capossela ha composto quindici nuovi brani, che arrivano sul palco dal vivo prima ancora di essere pubblicati nel nuovo album “Milk Wood Bar”, atteso per il 22 gennaio 2027 per BMG e anticipato dal singolo “Oltre il bosco”. Il progetto nasce dal poema per voci “Under Milk Wood” di Dylan Thomas e si sviluppa anche attraverso il radiodramma “Sotto il bosco di latte”, trasmesso da Rai Radio3 e disponibile su RaiPlay Sound. «Queste canzoni sono esattamente la materia del disco che seguirà. Quello a cui si assiste non è un semplice concerto: è una vicenda, una cosa per cui su quel palco ci sono le canzoni che finiranno nella teca del disco, che fissa le cose», spiega Capossela. La scelta di presentare dal vivo i brani prima della pubblicazione dell’album rovescia una consuetudine del mercato musicale: il pubblico li ascolterà senza conoscerli già, senza poter contare sulla familiarità di un ritornello o sulla memoria di una registrazione. «Mi piaceva l’idea che il pubblico fosse investito dalle canzoni senza conoscerle. Più un fatto emozionale che un riconoscimento. Capisco che possa essere strano». Le canzoni si animano attraverso i personaggi e ritornano al protagonista quasi come i fantasmi di Dickens nel “Canto di Natale”. Le voci prendono corpo, portando con sé le inquietudini e le contraddizioni di un’umanità che trova espressione anche nelle numerose citazioni letterarie. La fiaba diventa così un antidoto alla paura della morte, mentre la poesia si trasforma in un atto di insubordinazione alle leggi della biologia.

L’Eden contro il giudizio

Nell’universo di Dylan Thomas, l’innocenza non coincide con la perfezione e nemmeno con l’assenza di errori. È piuttosto una condizione in cui le contraddizioni possono convivere, senza che ogni fragilità venga trasformata in una colpa da nascondere. «Non è una condizione di privazione del peccato, è una condizione di convivenza col peccato e di accettazione del peccato e soprattutto dell’errore come parte di sé», spiega Capossela. Un’idea che si contrappone alla pressione sociale a mostrarsi sempre efficienti, impeccabili e all’altezza delle aspettative. La spiritualità del poema, con i suoi richiami biblici alla Genesi, al diluvio e all’arca di Noè, non resta confinata alla dimensione religiosa. Diventa una chiave per interrogare il presente e il modo in cui gli esseri umani si rapportano agli altri. Accettare l’errore significa sottrarsi al giudizio continuo e a quella disumanizzazione che porta a considerare le persone in base alla loro utilità, al loro aspetto o alla capacità di rispondere a uno standard. «L’idea dell’Eden è un’idea rivoluzionaria. È rivoltosa nella società in cui siamo, basata sul giudizio e sul pregiudizio. La concezione edenica, invece, è basata sull’assenza di giudizio: non essere giudicati, ma manifestarsi per la propria natura».
Il “Bosco di latte” diventa così un luogo in cui rivelare le proprie pulsioni e le proprie ossessioni, al riparo dalle convenzioni culturali e sociali. Non uno spazio incontaminato, dunque, ma un territorio in cui anche le zone d’ombra possono trovare espressione. I personaggi incarnano le inquietudini del nostro tempo: il rapporto con il sesso, l’immagine del corpo, il bisogno di apparire, la solitudine e la difficoltà di costruire relazioni autentiche. C’è una coppia che recita la parte dell’amore, ma in realtà è contenta di trascorrere la giornata in casa, senza che nulla cambi. Un’immagine che, nella sua apparente leggerezza, restituisce qualcosa della nostra incapacità di uscire dalla comfort zone. Altrove, l’ossessione per il corpo e per l’apparenza richiama le pressioni che attraversano anche l’adolescenza. In un altro personaggio, sessantasei orologi diventano la misura degli anni trascorsi.
Sono frammenti di esistenza che, attraverso le canzoni, compongono una riflessione sulle ossessioni individuali e collettive. Fino a quando la poesia apre una fenditura nel racconto e riporta alla fragilità più radicale: un piccolo cranio, immagine ispirata a Dylan Thomas, diventa il punto in cui tutto cade, dove anche Adamo ed Eva perdono senso e significato. E il pensiero corre ai bambini carbonizzati, a Gaza, alla guerra, all’orrore che attraversa il presente. Riappropriarsi dell’innocenza significa allora preservare la propria sensibilità umana dalla disumanizzazione. Non negare l’errore o il dolore, ma riconoscere una possibilità di convivenza che non passi necessariamente dal giudizio. È in questa prospettiva che l’innocenza diventa una forma di disobbedienza.

L’incontro con Pierpaolo Capovilla

Al centro della scena c’è Pierpaolo Capovilla, solo con un gatto, adagiato in una vasca che richiama un’arca di Noè. Attorno a lui si affollano i fantasmi di una vita in forma di canzoni. Le presenze del villaggio diventano memoria, evocazione e materia di un dialogo che attraversa lo spettacolo. La partecipazione di Capovilla nasce dalla sua fisicità, dal percorso artistico e dalla capacità di dare corpo a un’umanità che non si esaurisce nella dimensione musicale. Non si tratta di una scrittura a quattro mani in senso stretto, ma di una costruzione scenica condivisa, nata dal desiderio di dare forma al sogno di un amico scomparso. L’incontro con Capovilla è maturato proprio attorno a questa idea, senza la necessità di primeggiare o di dimostrare qualcosa. «Quando ti scegli un idolo, non è che lo invidi, ma lo senti solidale nei percorsi. Ti dà parole quando non le trovi e ti dà una dimensione epica». È anche da questa solidarietà che prende forma il rapporto tra i due artisti, nel segno di una collaborazione che Capossela definisce arricchente. La loro presenza sulla scena apre anche una riflessione sull’amicizia maschile, lontana dagli stereotipi della virilità e dalla necessità di dimostrare continuamente la propria forza. «Il modo in cui viviamo l’amicizia maschile è basato su una forma di fragilità, sulla tolleranza dell’errore», spiega il cantautore. «Siamo sulla fraternità, piuttosto che sulla virilità e sulla competizione». Una relazione libera dalla competizione, in cui la fragilità non è una debolezza da nascondere, ma una condizione da condividere. Attorno alla vasca si muove così una comunità di voci e presenze che richiama anche l’amore per i cattivi maestri, la ribellione e la solitudine. Capovilla attraversa lo spettacolo come guida, naufrago e custode di memorie, costruendo con Capossela un dialogo continuo tra racconto e canzone.
Accanto ai due protagonisti, sul palco ci sono il controtenore Elvis Zini, la cantante Leandra Bordone e l’attrice e interprete Gaia Barco. Con loro i musicisti Alessandro “Asso” Stefana, alle chitarre e al banjo, autore anche del paesaggio sonoro; Vincenzo Vasi, al theremin, alla batteria, alle voci e al campionatore; Raffaele Tiseo, al violino e all’organo; e Riccardo Loda, al contrabbasso. Insieme alle voci registrate, danno vita a una comunità in continua metamorfosi, le cui presenze si rincorrono come segnali radio.

L’epica del fallimento

Tra i fili conduttori della Ballad Opera c’è una riflessione su una società sempre più ossessionata dalla prestazione e dal successo. Capossela sceglie di guardare dalla parte di chi resta ai margini, di chi non arriva al traguardo o non riesce a trasformare ogni esperienza in un risultato da esibire. «I vincitori non sanno quello che si perdono», dice il cantautore, riprendendo una frase che attribuisce al poeta Cinaski. Una prospettiva che rovescia la gerarchia abituale del successo: se l’unica cosa che dà senso alla vita è la vittoria, tutto ciò che le sta intorno rischia di andare perduto. La vita stessa, osserva Capossela, finisce per essere deformata dalla ricerca del risultato. E proprio in quello spazio, spesso considerato una sconfitta, si nascondono esperienze, relazioni e possibilità che sono parte fondamentale dell’esistenza.

La resistenza dell’ascolto

«Io sono del secolo scorso e mi piace concepire i dischi come opere organiche» commenta Capossela riflettendo sulla tendenza della società contemporanea di ridurre i tempi dedicati all’ascolto. Il teatro offre ai brani un contesto in cui le suggestioni musicali, letterarie e visive possono dispiegarsi, senza essere ridotte a frammenti da consumare in fretta. Nascono così occasioni per recuperare un tempo diverso, capace di lasciare sedimentare le emozioni e aprire nuove possibilità di comprensione. «La musica e la poesia non sono cose da contemplare, ma innesti di vita che in qualche modo fioriscono in noi e ci parlano. Una canzone, di per sé, non esiste finché non vive in noi. E questo vale anche per uno spettacolo come questo», conclude Capossela.
È forse qui che il viaggio di “E morte non avrà dominio” trova il suo approdo: non nella promessa di sconfiggere la morte, ma nella possibilità di riconoscere ciò che continua a vivere attraverso le relazioni, le opere e le tracce lasciate negli altri. In un tempo attraversato da guerre, paure e nuove solitudini, la Ballad Opera sceglie di stare dalla parte di un’umanità fragile ma viva.


Il Corriere della Calabria è anche su WhatsApp. Basta cliccare qui per iscriverti al canale ed essere sempre aggiornato

Argomenti
Categorie collegate

x

x