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i due filoni

Strage di Cutro, l’imputato in aula: «Sono arrivato da migrante». Il processo d’appello verso la sentenza

L’imputato turco rigetta le accuse sulla conduzione del caicco Summer Love. Il dibattimento slitta all’11 novembre, mentre il filone sui mancati soccorsi viene al 3 novembre

Pubblicato il: 22/10/2026 – 7:00
di Mariateresa Ripolo
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«Sono arrivato qui come migrante. Se ci sono fotografie, video o altre prove a mio carico accetto la condanna. Ma se non c’è niente, non capisco perché mi trovo in carcere arrestato». Ha scelto di rendere dichiarazioni spontanee Sami Fuat, l’imputato turco a processo in appello per la strage di Cutro con l’accusa di essere stato tra i conduttori del caicco Summer Love, la tragedia avvenuta il 26 febbraio 2023 davanti alle coste di Steccato di Cutro in cui persero la vita 94 persone. Sul banco degli imputati Hasab Hussain, Khalid Arslan e Sami Fuat, già condannati a fine 2024 con pene tra gli 11 e i 16 anni per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina.

Il racconto in aula

Assistito in aula da un interprete, Fuat ha contestato con fermezza la ricostruzione dell’accusa e l’impianto della Procura, mettendo in discussione la selezione del materiale testimoniale raccolto durante le fasi di indagine e nel corso del primo grado: «Su venti persone ascoltate durante il processo, diciotto non hanno espresso alcuna accusa nei miei confronti. Solo due migranti mi indicano come responsabile, e il pubblico ministero vuole portare avanti il processo basandosi unicamente su queste due dichiarazioni, ignorando le altre diciotto».
A supporto della versione dell’imputato, che sostiene di aver affrontato la traversata unicamente come passeggero e di essere del tutto estraneo alla conduzione del natante, si è svolta l’arringa della difesa, che ha attaccato nel merito le motivazioni della sentenza emessa dal tribunale di primo grado: «Non ha alcuna conoscenza della navigazione. Ha pagato 9mila euro per il viaggio, ha fatto un prestito venduto due autovetture per fare il viaggio e andare dal fratello in viaggio. Durante il naufragio ha chiamato il fratello in Francia per chiedere aiuto. Non parlando in italiano e non sapendo come chiamare i soccorsi italiani, ha chiamato il fratello, invece il tribunale valuta questa cosa negativamente. La condanna non è giusta». Il legale ha inoltre insistito sull’assenza di riscontri oggettivi e materiale multimediale a carico del proprio assistito, evidenziando come agli atti non vi sia alcun filmato o fotografia che ritragga Fuat in condotte operative attribuibili all’equipaggio o ai comandi dell’imbarcazione. La presenza dell’uomo nella parte superiore della nave, ha chiarito la difesa, era puramente casuale e determinata dalle decisioni prese dagli effettivi capitani, poiché un viaggiatore non ha facoltà di scegliere la propria collocazione a bordo.
Nel corso della seduta si sono registrati anche diversi passaggi procedurali. Il processo d’appello, che si avvia verso le battute finali, è stato rinviato al prossimo 11 novembre.
In concomitanza con i lavori all’interno del palazzo di giustizia, all’esterno si è tenuto un presidio promosso dal Collettivo AltraMarea e dal Comitato Oltre i Confini. Le rappresentanze delle associazioni hanno diffuso una nota per chiedere che l’accertamento delle responsabilità individuali avvenga unicamente sulla base di prove oggettive e rigorose.

Il processo sui mancati soccorsi

Su un binario parallelo, intanto, va avanti il processo di primo grado sui presunti mancati soccorsi che vede sei militari alla sbarra, tra Guardia di Finanza e Capitaneria di Porto, l’udienza del quale è stata rinviata al prossimo 3 novembre. In quel filone giudiziario, la Procura sostiene che l’obbligo di salvaguardare la vita in mare sia stato disatteso a favore di una gestione burocratica dell’intercettazione. Secondo il dispositivo, i militari avrebbero disatteso il «prioritario, fondamentale e ineludibile obbligo di salvaguardare la vita in mare, anche rispetto a condotte imprudenti, negligenti e imperite degli scafisti nonché di tutela dell’ordine pubblico; avendo l’obbligo di comunicare (la Guardia di Finanza) e acquisire (la Capitaneria di Porto) tutte le informazioni idonee ad incidere sulla valutazione dello scenario dovendo, la forza di polizia interessata, effettuare il monitoraggio occulto del “target” in avvicinamento, per poi intervenire direttamente alle 12 miglia al fine prioritario di valutare visivamente le condizioni di sicurezza del natante e delle persone a bordo».

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