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La sicurezza come slogan, il giustizialismo che unisce la politica

Il tema non riguarda soltanto Palazzo Chigi

Pubblicato il: 23/10/2026 – 13:03
di Chiara Penna
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C’è una tentazione che attraversa la politica italiana, al di là degli schieramenti: rispondere a ogni emergenza con un nuovo reato, una pena più severa o una stretta repressiva. È una strategia che promette sicurezza, offre risposte immediate all’opinione pubblica e consente di raccogliere consenso. Ma non sempre affronta le cause dei problemi.
Il nuovo, ennesimo, pacchetto sicurezza del Governo si inserisce in questa logica. Di fronte alle violenze nelle manifestazioni e alla criminalità minorile, che in realtà secondo i dati di Antigone è tra e più basse d’Europa, la risposta torna a essere prevalentemente penale: nuove fattispecie, aggravamenti sanzionatori e maggiori strumenti di controllo. Eppure, tutti i comportamenti violenti sanzionati dal reato di “violenza organizzata nelle manifestazioni pubbliche” sono già puniti dal codice penale. La domanda, allora, è se servano davvero nuove incriminazioni o se sia più urgente garantire l’effettiva applicazione delle norme esistenti, investendo anche nella prevenzione.
Il tema non riguarda soltanto Palazzo Chigi. Sarebbe troppo facile attribuire il problema esclusivamente alla maggioranza di governo: anche nel centrosinistra si sono manifestate, o sono state prospettate, inclinazioni verso un diritto penale sempre più esteso. Il dibattito sul reato di femminicidio, le divisioni e le proposte relative alla disciplina della violenza sessuale e le ipotesi di reintroduzione dell’abuso d’ufficio mostrano quanto sia trasversale la tentazione di affidare alla legge penale la soluzione di questioni complesse. Si tratta di vicende differenti, che non possono essere sovrapposte, ma che richiedono tutte un confronto serio sulla necessità, sulla proporzionalità e sull’efficacia delle scelte legislative.
Il punto non è negare la gravità della violenza di genere, delle aggressioni o dei reati commessi durante le manifestazioni. È chiedersi se ogni problema sociale debba necessariamente tradursi in una nuova fattispecie penale e se l’inasprimento delle pene costituisca sempre la risposta più efficace.
La Costituzione offre coordinate precise. L’articolo 25 sancisce il principio di legalità penale; l’articolo 27 stabilisce che la responsabilità è personale e che la pena deve tendere alla rieducazione del condannato. L’articolo 77, invece, consente il ricorso al decreto-legge in presenza di presupposti straordinari di necessità e urgenza. Queste garanzie non impediscono al legislatore di intervenire, ma gli impongono di motivare le proprie scelte e di valutarne le conseguenze.
Anche la giustizia minorile dovrebbe essere osservata attraverso questa lente. Punire può essere necessario, ma la risposta penale non può sostituire le politiche educative, sociali e di prevenzione, né cancellare la specificità della condizione dei minori.
Il vero problema, dunque, è l’assenza di una solida cultura garantista trasversale, tanto nel Governo quanto in Parlamento. Una cultura che non significa indulgenza verso chi commette reati, ma consapevolezza che il diritto penale è uno strumento estremo, da utilizzare con rigore e senza trasformarlo in una scorciatoia comunicativa.
Finché la sicurezza sarà trattata soprattutto come uno slogan elettorale, maggioranza e opposizione continueranno a contendersi il primato della fermezza. La politica, invece, dovrebbe misurarsi sulla capacità di prevenire i reati, tutelare le vittime, rendere efficaci le istituzioni e rispettare i diritti fondamentali. Perché moltiplicare i reati può essere una risposta politicamente conveniente; garantire sicurezza e giustizia, senza sacrificare le libertà, è un compito assai più difficile e che richiede una profonda cultura giuridica. (redazione@corrierecal.it)

*Avvocato e Criminologa

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