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L’ascesa e la caduta

’Ndrangheta, Antonio Barbaro e l’impero della cocaina. La fine del «Fantasma» catturato in una comunità

Dalle chat SkyECC ai traffici internazionali di droga, il ruolo di vertice attribuito al 42enne dalla Dda di Milano. La fuga dopo il blitz “SkyFall” e il rifugio in una struttura di recupero a Reggio…

Pubblicato il: 23/10/2026 – 10:28
di Giorgio Curcio
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REGGIO CALABRIA Lo chiamavano «Fantasma». O meglio, era stato lui stesso a scegliere quel nome per muoversi nelle conversazioni criptate di SkyECC, lontano da occhi indiscreti e dalle intercettazioni tradizionali. Poi, quando nel novembre del 2025 la Guardia di Finanza di Milano aveva fatto scattare il blitz contro una delle più articolate reti del narcotraffico internazionale, Antonio Barbaro era scomparso davvero. Nessuna traccia, nessun indizio ma soltanto un nome nell’ordinanza e un posto rimasto vuoto nell’elenco degli arrestati. Ecco. Per quasi undici mesi il «Fantasma» era riuscito a rendere reale il proprio soprannome, fino alle ultime ore, quando la sua latitanza si è conclusa nel luogo forse meno prevedibile e cioè una comunità di recupero per tossicodipendenti nella zona nord di Reggio Calabria.

La cattura a Reggio Calabria

Quella individuata da Antonio Barbaro (cl. ’84) era una struttura in cui sarebbe riuscito ad entrare da pochi giorni, simulando la volontà di intraprendere un percorso di disintossicazione. Un modo per confondersi, per passare inosservato, per guadagnare altro tempo. Ma è proprio qui che gli agenti della Squadra Mobile di Reggio Calabria lo hanno individuato, anche perché da tempo ormai erano sulle sue tracce. Gli agenti hanno così circondato l’edificio e fatto irruzione, sorprendendolo all’interno. Nessuna resistenza. La fuga dell’uomo ricercato per un’inchiesta che ha ricostruito traffici di cocaina per oltre tre tonnellate e mezzo è finita così, senza inseguimenti né tentativi di sottrarsi all’arresto. Eppure, dietro quella cattura apparentemente ordinaria c’è una storia che attraversa l’Aspromonte, la Lombardia, i porti europei e le rotte sudamericane della cocaina. Una storia fatta di legami familiari, rapporti di fiducia e affari milionari. E soprattutto di conversazioni che, secondo gli investigatori della Dda di Milano, raccontano il peso di Antonio Barbaro all’interno dell’organizzazione.



Il «Fantasma» di SkyECC e i 22 capi d’accusa

Antonio Barbaro (classe 1984), originario di Locri, come detto, era destinatario di un’ordinanza di custodia cautelare emessa dal gip di Milano nel novembre 2025 nell’ambito dell’inchiesta “SkyFall”, coordinata dalla Distrettuale antimafia e condotta dal Gico della Guardia di Finanza. E la sua è una delle posizioni più “complesse”, con ben 22 i capi d’imputazione che lo riguardano, a cominciare dalla contestazione principale di associazione per delinquere finalizzata al traffico internazionale di sostanze stupefacenti, nella quale gli viene attribuito il ruolo di «promotore e organizzatore». Poi ci sono le utenze SkyECC ricondotte dagli investigatori a Barbaro su cui avrebbe utilizzato due pseudonimi: «Fantasma» e «Fantasma Nuovo». Dietro quei nickname, secondo la ricostruzione della Procura, si muoveva un soggetto capace di interloquire direttamente con alcuni dei principali protagonisti del narcotraffico internazionale, partecipando alle decisioni e alle operazioni di approvvigionamento e distribuzione della cocaina. Nelle conversazioni compaiono, tra gli altri, Franco Barbaro e Giuseppe Trimboli. Ma è soprattutto il rapporto con il primo a restituire la dimensione del ruolo attribuito al latitante dagli inquirenti.

La «linea di sangue» dei Barbaro e il rapporto con Franco

Per comprendere la posizione di Antonio Barbaro bisogna tornare a Platì e alle ramificazioni della famiglia Barbaro, una delle più note dinastie criminali della ‘ndrangheta calabrese. Legami che, secondo le indagini, hanno accompagnato l’espansione degli interessi delle cosche verso il Nord Italia e il mercato internazionale degli stupefacenti. Franco Barbaro, classe 1976, è figlio di Rosario Barbaro, conosciuto come «U Rosi», figura storica della criminalità organizzata di Platì e considerato per decenni un riferimento dell’omonima cosca. Una discendenza alla quale gli investigatori attribuiscono un peso significativo negli equilibri delle organizzazioni criminali. Antonio Barbaro è suo cognato, in quanto fratello della moglie. Ma sarebbe riduttivo, almeno secondo la ricostruzione della Dda milanese, leggere quel rapporto soltanto attraverso la parentela. Nell’ordinanza, infatti, Antonio viene descritto come uno degli organizzatori dell’associazione, legato al gruppo ma dotato di «margini di autonomia decisionale e strategica», tanto da essere considerato capace di impegnare il sodalizio anche senza una preventiva autorizzazione di Franco Barbaro. Un passaggio significativo perché nella ricostruzione investigativa Antonio non sarebbe stato un semplice esecutore degli ordini del cognato, ma un interlocutore che poteva muoversi autonomamente all’interno degli affari del gruppo. Dalle chat emergerebbe infatti un rapporto sostanzialmente paritario tra i due. Antonio avrebbe avuto la possibilità di attingere alle riserve di stupefacente dell’organizzazione e di determinare autonomamente i prezzi di rivendita, prerogative che, secondo il gip, non erano riconosciute agli altri partecipanti. A lui sarebbe stata affidata anche la gestione delle autovetture dotate di doppi fondi, utilizzate per movimentare ingenti quantitativi di cocaina.



Dal Panama a Gioia Tauro, la cocaina del «Fantasma»

Fin qui il profilo del «Fantasma» ma per misurare la reale (e presunta) portata degli affari contestati ad Antonio Barbaro basta seguire le rotte della droga ricostruite nell’inchiesta “SkyFall”. Una delle operazioni più significative riguarda un carico di circa 300 chilogrammi di cocaina provenienti da Panama e destinati al porto di Gioia Tauro. Un affare nel quale, secondo la contestazione, Barbaro avrebbe avuto un ruolo nell’acquisto e nell’importazione dello stupefacente, insieme ad altri soggetti tra cui figurano Bartolo Bruzzaniti e Raffaele Imperiale. Nomi che riportano a una dimensione ben più ampia del narcotraffico. Bruzzaniti, originario dell’area di Africo, è stato considerato dagli inquirenti un protagonista degli affari internazionali della cocaina, mentre Imperiale è uno dei più conosciuti broker del narcotraffico europeo, successivamente diventato collaboratore di giustizia. Non c’è soltanto il Sudamerica. In un altro episodio contestato, Barbaro avrebbe partecipato alla movimentazione di poco più di undici chilogrammi di cocaina provenienti da un deposito in Germania, nei pressi di Francoforte. Sono singoli tasselli di un sistema molto più esteso, che gli investigatori milanesi hanno ricostruito attraverso i messaggi criptati, le movimentazioni di denaro e i collegamenti tra i diversi protagonisti. L’inchiesta ha documentato, secondo l’accusa, importazioni di oltre 3,5 tonnellate di cocaina, per un valore stimato superiore ai 27 milioni di euro. La droga viaggiava dalla Colombia e dal Brasile verso i porti di Gioia Tauro, Livorno, Rotterdam e Le Havre, spesso nascosta all’interno dei container utilizzati per i normali traffici commerciali. Un’organizzazione con base operativa in Lombardia e ramificazioni in diversi Paesi europei, nella quale uomini legati alla ‘ndrangheta calabrese avrebbero collaborato con broker internazionali e soggetti riconducibili ad altre organizzazioni criminali. È in questo scenario che gli investigatori collocano Antonio Barbaro, attribuendogli un coinvolgimento di primo piano nelle importazioni e nella gestione degli stupefacenti. Una ricostruzione accusatoria che dovrà naturalmente trovare conferma nel contraddittorio processuale, nel rispetto della presunzione di non colpevolezza.

Dalla fuga del novembre 2025 al rifugio nella comunità

Il 25 novembre 2025, quando la Guardia di Finanza esegue il blitz dell’operazione “SkyFall” Antonio Barbaro non viene trovato. L’inchiesta porta all’esecuzione di numerose misure cautelari e alla scoperta di una vasta rete di traffici, ma il suo nome resta tra quelli dei ricercati. Il soprannome utilizzato sulle chat criptate assume così un significato quasi beffardo. Il «Fantasma» diventa un latitante in carne e ossa. Le ricerche proseguono e, nel febbraio successivo, viene catturato a Siderno anche Francesco Costa, un altro destinatario dell’ordinanza milanese che era riuscito a sottrarsi al blitz iniziale. Per Antonio Barbaro, invece, la fuga continua. Gli investigatori della Squadra Mobile di Reggio Calabria concentrano progressivamente la propria attenzione sul territorio reggino, partendo dall’ipotesi che l’uomo, dopo essere sfuggito all’operazione della Guardia di Finanza, abbia scelto di tornare nella terra d’origine per cercare protezione. La svolta arriva con l’individuazione di movimenti sospetti nella parte settentrionale del capoluogo. Gli accertamenti conducono gli agenti a una comunità di recupero, dove Barbaro avrebbe trovato una sistemazione soltanto da pochissimo tempo.

Il telefono sequestrato e gli interrogativi sulla latitanza

C’è infine un ultimo particolare, tutt’altro che secondario, nella cattura di Antonio Barbaro. Gli agenti della Squadra Mobile hanno sequestrato lo smartphone che aveva con sé. Un dispositivo che sarà sottoposto ad accertamenti per verificare se possa contenere elementi utili a ricostruire gli spostamenti dell’uomo e soprattutto l’eventuale rete di persone che lo avrebbe aiutato durante questi mesi. È uno degli aspetti ancora da chiarire. Dove è rimasto Barbaro dopo il blitz del novembre 2025? Chi lo ha eventualmente ospitato? Come è arrivato nella comunità di recupero e chi conosceva la sua presenza all’interno della struttura? Domande alle quali potrebbero rispondere le nuove indagini. Intanto la cattura chiude una latitanza durata quasi undici mesi, ma riporta al centro dell’attenzione anche il profilo di uno degli uomini ai quali la Dda di Milano attribuisce un ruolo significativo nel traffico internazionale di cocaina. Per anni, secondo l’ipotesi investigativa, avrebbe partecipato a operazioni milionarie comunicando attraverso strumenti che promettevano riservatezza e protezione. Poi, quando l’inchiesta è diventata pubblica, è scomparso. (g.curcio@corrierecal.it)

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