Il primato dell’Amore, tra culto e giustizia sociale
«L’usura nega il principio della solidarietà, trasforma il debito in una nuova forma di schiavitù»
Attraverso il Vangelo di questa domenica, XXX del tempo ordinario, l’Evangelista Matteo ci invita a essere spettatori di un nuovo incontro-scontro tra Gesù e i Farisei, i quali questa volta, rinunciano agli odiati erodiani con i quali avevano raggiunto un tacito accordo per poter cogliere in fallo il Maestro con il famoso tranello “date a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio”, sul quale ci siamo soffermati la scorsa domenica. Tocca, ora ad un altro “inviato speciale”, un dottore della legge, metterlo nuovamente alla prova, per tentare di farlo cadere non sotto il profilo socio-politico, ma teologico. Alla domanda provocatoria su quale sia il grande comandamento della Legge, Gesù risponde fondendo l’amore totale per Dio con l’amore per il prossimo. Intende far comprendere, quindi, che non sono due binari paralleli, ma due facce della stessa medaglia: l’autenticità del nostro rapporto con l’Invisibile si misura e si verifica sempre nella nostra carne e nei rapporti visibili con chi ci sta accanto. Questa sintesi evangelica non nasce dal nulla; Gesù stesso dichiara che da queste due dimensioni “dipendono tutta la Legge e i Profeti”. Per comprendere la concretezza radicale di questo amore, la liturgia ci orienta verso la prima lettura, tratta dal libro dell’Esodo. Qui, la voce del Signore strappa il concetto stesso di amore dalle derive del sentimentalismo astratto e lo incardina fermamente in precetti legati alla giustizia sociale, all’economia e ai diritti umani fondamentali.
La piaga dell’usura: quando il denaro uccide il prossimo
L’Esodo pone un divieto perentorio che suona di sconvolgente attualità: «Se tu presti denaro a qualcuno del mio popolo, all’indigente che sta con te, non ti comporterai con lui da usuraio: voi non dovete imporgli alcun interesse» (Es 22,24). Amare il prossimo come se stessi, nel contesto socio-economico moderno, significa combattere fermamente il fenomeno dell’usura, una piaga criminale che infetta il tessuto sociale e che prospera proprio sulle vulnerabilità delle famiglie e delle piccole imprese. Quando la finanza speculativa della criminalità organizzata strangolano chi si trova in condizioni di bisogno o di precarietà finanziaria, non si sta semplicemente violando una norma contrattuale: si sta calpestando il corpo stesso del Cristo presente nel povero. L’usura nega il principio della solidarietà, trasforma il debito in una nuova forma di schiavitù e nega a una persona la possibilità stessa del futuro. Capita spesso, purtroppo, che anche alcune lobby finanziarie e alcune banche si comportano da “strozzini legalizzati”. Il testo dell’Esodo ci ricorda che Dio ascolta il grido del povero privato persino del suo mantello per la notte e che l’indifferenza delle istituzioni o delle comunità cristiane verso chi cade in mano agli usurai è una colpa che grida vendetta al cospetto di Dio.
Lo straniero e il dramma della reimmigrazione
Il secondo monito profetico dell’Esodo tocca le corde del fenomeno migratorio: «Non molesterai il forestiero né lo opprimerai, perché voi siete stati forestieri in terra d’Egitto» (Es 22,20). La memoria del proprio passato di schiavitù e di esilio diventa la chiave di volta etica per accogliere l’altro. Oggi, questo comando si scontra con la realtà dolorosa e complessa della reimmigrazione. Pensiamo a quanti, dopo essere scappati da guerre o miseria, si trovano intrappolati in un circolo vizioso di continui respingimenti, o a coloro che sono costretti a reimmigrare ulteriormente perché respinti dalle nostre barriere burocratiche o dall’esclusione sociale. Pensiamo anche a chi, non trovando stabilità o dignità nel paese d’arrivo, è costretto a rimettersi in viaggio, esposto nuovamente ai trafficanti di esseri umani e allo sradicamento culturale. La reimmigrazione è il sintomo visibile di un’accoglienza fallita, di un amore al prossimo ridotto a uno slogan superficiale o a una gestione meramente emergenziale. Quando un lavoratore immigrato o una famiglia sono costretti a fuggire di nuovo a causa del razzismo strutturale o dello sfruttamento lavorativo, l’avvertimento dell’Esodo risuona come un severo giudizio sulle nostre comunità.
Un amore che si fa politica e accoglienza
Se vogliamo davvero “amare il Signore con tutto il cuore, l’anima e la mente” e “il prossimo come noi stessi”, non possiamo voltare la testa dall’altra parte. Il binomio tra Vangelo ed Esodo ci costringe a sporcarci le mani. Significa promuovere reti di microcredito e centri di prevenzione dell’usura, sostenere percorsi di integrazione reali contro la trappola della reimmigrazione forzata e pretendere politiche economiche e migratorie giuste ed umane. Solo allora il nostro culto sarà gradito a Dio: quando la nostra liturgia domenicale diventerà il motore di una quotidiana liberazione degli ultimi.
