Camorra, catturato Gionta jr nel bunker con PlayStation – VIDEO
Il rifugio segreto si apriva con un telecomando
NAPOLI Bastava premere un pulsante e una parte del bagno si apriva, rivelando l’ingresso di una stanza segreta. Un rifugio nascosto all’interno della propria abitazione, con tanto di letto, televisore, PlayStation e persino un’uscita di emergenza verso il garage. Era qui che si nascondeva Valentino Gionta junior, 35 anni, figlio del boss Aldo Gionta e nipote dell’omonimo storico capoclan di Torre Annunziata, arrestato nella notte tra sabato 24 e domenica 25 ottobre dagli agenti della Squadra Mobile di Napoli e del commissariato cittadino. Una fuga durata venti giorni, conclusa in un bunker che ricorda quello utilizzato dal superboss dei Casalesi Michele Zagaria. Ma nella storia del rampollo della camorra oplontina c’è anche un precedente singolare: dodici anni fa era già stato catturato mentre si nascondeva dietro una botola.
Il bunker nascosto nel bagno e la fuga di venti giorni
La latitanza era cominciata lo scorso 5 ottobre, quando Valentino Gionta junior era riuscito a sottrarsi a un’ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa dal gip del Tribunale di Napoli su richiesta della Direzione distrettuale antimafia. Nell’operazione erano state eseguite nove misure cautelari, sette in carcere e due agli arresti domiciliari, nei confronti di soggetti ritenuti coinvolti nel violento scontro tra il clan Gionta e il gruppo criminale rivale denominato IV Sistema. Gli investigatori avevano maturato la convinzione che il 35enne non si fosse allontanato da Torre Annunziata, concentrando l’attenzione proprio sulla sua abitazione, distante poche centinaia di metri da Palazzo Fienga, la storica roccaforte della famiglia criminale, ormai quasi completamente demolita. Il nascondiglio era stato realizzato con particolare attenzione. Attraverso un telecomando veniva azionato un motore elettrico che consentiva l’apertura di un accesso mimetizzato nel bagno. Da lì si raggiungeva una stanza attrezzata per permettere al latitante di trascorrere lunghi periodi senza essere individuato. All’interno erano stati sistemati un letto, un televisore e una console per videogiochi. Esisteva anche un collegamento di emergenza con il garage, pensato per offrire un’ulteriore via di fuga. Secondo le verifiche effettuate dalla Polizia di Stato, al 35enne sarebbe bastato circa un minuto per raggiungere il bunker e scomparire dalla vista di chiunque fosse entrato nell’abitazione. Questa volta, però, il sistema non è bastato: gli agenti sono riusciti a individuare il nascondiglio e lo hanno costretto a uscire.
La prima cattura nel 2014: anche allora una botola segreta
È proprio il precedente del 27 novembre 2014 a rendere ancora più particolare la vicenda. All’epoca Valentino Gionta junior era ricercato dal giugno precedente nell’ambito di un’inchiesta per associazione camorristica, estorsione e armi. Dopo mesi di ricerche, i carabinieri lo avevano rintracciato in un appartamento del rione Provolera, sempre a Torre Annunziata. Anche allora si nascondeva in un vano segreto, ricavato nelle pareti dell’abitazione e protetto da un congegno elettronico che ne consentiva l’apertura e la chiusura. Circondato dai militari, si era arreso senza opporre resistenza. Nel nascondiglio era stata trovata persino una copia dell’ordinanza cautelare alla quale si era sottratto. Dodici anni dopo, lo scenario si ripete. Cambia l’abitazione, cambia l’operazione giudiziaria, ma il sistema di occultamento rimane sorprendentemente simile: una botola, un meccanismo elettronico e una stanza segreta in cui sparire all’arrivo delle forze dell’ordine.
La guerra tra il clan Gionta e il IV Sistema
La nuova ordinanza cautelare nasce dalle indagini della Dda di Napoli sullo scontro tra le giovani leve di due organizzazioni criminali di Torre Annunziata: lo storico clan Gionta e il cosiddetto IV Sistema, radicato nel rione Penniniello. Al centro dell’inchiesta c’è una violenta rissa scoppiata nel maggio 2025 all’interno del centro commerciale Maximall Pompeii. Uno scontro che, secondo gli investigatori, sarebbe stato provocato dall’ingresso di alcuni giovani legati ai Gionta in una zona considerata sotto l’influenza del gruppo rivale. Da quell’episodio sarebbe scaturita una sequenza di ritorsioni, aggressioni e intimidazioni, finalizzate ad affermare la supremazia sul territorio. Secondo la ricostruzione accusatoria, Valentino Gionta junior avrebbe partecipato personalmente a una spedizione intimidatoria contro un commerciante ritenuto vicino al IV Sistema. Il negoziante sarebbe stato aggredito, colpito anche con un casco e minacciato affinché chiudesse la propria attività. Nell’ambito della stessa contrapposizione criminale gli investigatori hanno ricostruito anche una «stesa», un raid a colpi di arma da fuoco nel rione Penniniello, attribuito ad altri esponenti della famiglia Gionta. Le accuse contestate agli indagati comprendono, a vario titolo, rissa, rapina, violenza privata, pubblica intimidazione con uso di armi, detenzione e porto di armi da sparo, con l’aggravante del metodo mafioso.
Tre generazioni di camorra e il nome del nonno
Valentino Gionta junior appartiene alla terza generazione della famiglia criminale che ha segnato la storia della camorra di Torre Annunziata. Suo nonno, Valentino Gionta, è lo storico fondatore del clan, mentre il padre Aldo, soprannominato il «boss poeta», è un’altra figura di primo piano dell’organizzazione. Entrambi sono condannati all’ergastolo. Il 35enne viene indicato dagli investigatori come l’attuale reggente del gruppo criminale, tornato in libertà alcuni anni fa dopo aver scontato precedenti condanne. La sua cattura arriva mentre Torre Annunziata attraversa anche una trasformazione simbolica: quella di Palazzo Fienga, per decenni considerato il fortino del clan, confiscato e destinato a lasciare spazio a una piazza. Il blitz della notte scorsa completa l’esecuzione dei provvedimenti cautelari emessi nell’ambito dell’inchiesta sugli scontri tra le due organizzazioni. Le contestazioni nei confronti di Gionta junior restano sottoposte alla verifica giudiziaria, nel rispetto della presunzione di innocenza. Resta l’immagine di quella stanza nascosta dietro un accesso telecomandato, a pochi passi dai luoghi simbolo del clan. Un rifugio costruito per sfuggire alle ricerche che, come già accaduto nel 2014, non è riuscito a impedire la cattura. (redazione@corrierecal.it)
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