Più pensioni che lavoratori: Reggio Calabria è la peggiore d’Italia
L’analisi dell’Ufficio studi della Cgia su 102 province: la città metropolitana chiude in fondo alla classifica tra pensioni erogate e occupati
REGGIO CALABRIA Nella Città Metropolitana di Reggio Calabria il conto tra chi lavora e chi percepisce una pensione non torna. Non torna più da tempo, e adesso c’è una classifica a dirlo. L’Ufficio studi della Cgia di Mestre ha messo a confronto, provincia per provincia, gli assegni pagati nel 2025 e gli occupati. Su 102 territori monitorati, quello reggino è il più squilibrato d’Italia. L’ultimo. Il primo, a scorrere la lista dal fondo. Alle sue spalle ci sono altre realtà del Sud: Taranto, Lecce, Messina. Il resto del Paese, nella maggior parte dei casi, ha un saldo positivo: sono 54 le province che chiudono col segno più. Reggio no. La prima spiegazione che viene in mente è quella dell’anzianità: un territorio con tanti pensionati dopo una vita di lavoro. Il report la smonta. Nel Mezzogiorno, scrive la Cgia, l’elevato numero di assegni non è ascrivibile alle pensioni di vecchiaia o anticipate, ma ai trattamenti assistenziali e di invalidità, molto diffusi. A monte ci sono quattro fenomeni che si tengono insieme: la denatalità, l’invecchiamento della popolazione, un tasso di occupazione tra i più bassi dell’Unione europea e un esercito di lavoratori irregolari. Il risultato è semplice e pesante: meno occupati regolari, più persone che vivono di welfare.
I numeri di una Calabria in rosso
A Reggio le pensioni vigenti sono 232.109, gli occupati 141.741. Il saldo è -90.368. Subito dietro Taranto con -87.189, poi Lecce con -85.508 e Messina con -76.936. Non è solo Reggio. La Calabria intera chiude in rosso: 782.031 pensioni contro 561.682 occupati, -220.349. Peggio fa solo la Puglia, con -263.020; la Sicilia è a -186.462. Il segno meno attraversa ogni provincia calabrese: Cosenza -66.805, Catanzaro -29.853, Crotone -18.926, Vibo Valentia -14.399. Nel Mezzogiorno non si salva nessuna regione e il saldo complessivo è -881.708. Soltanto quattro province meridionali restano in positivo: Catania, Matera, Pescara e, in particolare, Ragusa. Il paradosso dell’età. Qui il lavoro non manca perché i lavoratori stanno per andarsene. Nel 2024 la Calabria era tra le regioni con meno over 50 tra i dipendenti privati: il 29,8%, contro il 32,7% della media italiana. Anche il ricambio previsto tra il 2025 e il 2029 è contenuto: 75.400 persone, di cui 27.600 dipendenti privati. Il problema non è chi esce. È chi non c’è. Il report non lo misura, ma a Reggio è una storia che si racconta da sola: tanti giovani se ne sono andati per studiare e spesso non sono più tornati. Fuori dai confini. Nel resto del Paese il quadro è meno diverso di quanto si pensi. Nel 2025 l’Italia contava 24,1 milioni di occupati e quasi 23,2 milioni di pensioni: un rapporto di 1 a 1. Negli anni Ottanta era di 3 a 1. Il calo delle nascite e l’allungamento della vita degli ultimi cinquant’anni hanno spinto l’Italia, e gran parte dei Paesi occidentali, verso un declino demografico che la Cgia definisce molto preoccupante. E il peggio deve ancora venire: tra il 2025 e il 2029 usciranno dal lavoro 3 milioni di italiani, circa il 74% nelle regioni del Centro-Nord. La spesa pensionistica passerà dai 351,8 miliardi di quest’anno ai 388,6 del 2029, il 10,5% in più, mentre l’inflazione dovrebbe salire di 5,8 punti. Persino il Nord già oggi ha 11 province con più pensioni che occupati, da Lecco (-188) a Savona (-9.326).
Per frenare la fuga bisogna assumere donne e giovani
Negli ultimi quattro anni l’occupazione in Italia è aumentata di 1,2 milioni di unità, eppure il Paese resta fanalino di coda in Ue per il tasso di occupazione femminile e nelle ultimissime posizioni per quello giovanile. Per mitigare, almeno in parte, l’uscita dei 3 milioni di lavoratori, la Cgia indica una sola direzione: allargare la platea occupazionale cercando forza lavoro tra donne e giovani. Una sfida che non va sottovalutata, perché ne va del futuro del sistema economico. “L’invecchiamento della popolazione – evidenza il report Cgia – non è un tema solo demografico: è anche un problema economico, soprattutto per le piccole e micro imprese. In molti paesi europei, e in Italia in particolare, il ricambio generazionale nel mercato del lavoro si è bloccato. O quasi. I lavoratori che vanno in pensione non sempre vengono sostituiti da giovani in numero sufficiente e questo squilibrio sta diventando un vincolo strutturale alla crescita. Per le piccole aziende il primo rischio è operativo. La carenza di manodopera riduce la capacità produttiva e rende più difficile presidiare ruoli chiave, soprattutto nei settori tecnici e manifatturieri. Non si tratta solo di trovare persone, ma di trovare competenze adeguate in tempi compatibili con le esigenze aziendali. Il risultato è una maggiore incertezza nei processi e una crescente fragilità organizzativa”. (p.suraci@corrierecal.it)
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