Il falso mito della ’ndrangheta che non spara più: la violenza strategica del silenzio
La realtà più complessa: la ‘ndrangheta spara meno ma spara, corrompe di più e spesso esercita una violenza a bassa intensità che piega il tessuto sociale ed economico
LAMEZIA TERME Da anni, nei palazzi della politica, nei convegni e persino in parte del racconto mediatico, risuona un rassicurante mantra: “La ‘ndrangheta non spara più”. L’attenzione pubblica si è progressivamente spostata sui “colletti bianchi”, sulle holding finanziarie capaci di ripulire fiumi di denaro a Milano, Francoforte o Sydney, e su una criminalità in giacca e cravatta che ha sostituito la lupara con gli algoritmi e i master a Oxford. Se è innegabile che le grandi stragi e gli omicidi eccellenti in mezzo alla strada siano diminuiti – una scelta strategica dettata dalla necessità di non attirare i riflettori dello Stato e della magistratura – liquidare la mafia calabrese come un’organizzazione puramente economica è un errore drammatico. Dire che la ‘ndrangheta non spara più è un falso mito. La verità è molto più complessa: la ‘ndrangheta spara meno, ma spara eccome, corrompe di più e spesso esercita una violenza a bassa intensità che non fa notizia, eppure piega il tessuto sociale ed economico.
Il sangue dell’ultimo decennio nella Sibaritide
A smentire categoricamente la narrazione di una mafia totalmente “silente e finanziaria” sono i dati reali dell’ultimo decennio. Ci sono territori in Calabria dove non si è mai smesso di sparare e dove la ferocia militare rimane il pilastro su cui poggia il potere delle cosche. Il caso più emblematico è la Sibaritide, un’area teatro di una spaventosa scia di sangue: una dozzina di morti ammazzati, agguati e sparizioni nei soli ultimi dieci anni. Fatti di sangue culminati in vicende drammatiche come l’omicidio di Giuseppe Scorza, il ferimento di esponenti apicali dei clan e l‘ultimo, feroce agguato mafioso a Lattughelle di Cassano allo Ionio, costato la vita a Silvana Sibarelli e il grave ferimento del marito Damiano Pepe, storico esponente della malavita locale. Questa sequela di omicidi dimostra che la grammatica del piombo è tutt’altro che dimenticata.
Il caso Cassano: la rottura degli equilibri e il grido di mons. Savino
In questo perenne stato di tensione, la vera natura del fenomeno è stata più volte compresa e denunciata dalla Chiesa locale. Monsignor Francesco Savino, vescovo di Cassano allo Ionio e vicepresidente della CEI, rappresenta una delle voci più forti e costanti (forse l’unica) contro l’anestesia delle coscienze. Da sempre, mons. Savino denuncia come la calma apparente celi, in realtà. una polveriera pronta a esplodere, puntando il dito proprio sulla precaria stabilità di Cassano, storicamente condizionata dalla tesa e sanguinosa “rottura degli equilibri” tra i clan Abbruzzese e Forastefano. Una pax mafiosa instabile, dove ogni minima alterazione dei confini criminali o del controllo del narcotraffico viene regolata non con le transazioni finanziarie, ma attraverso spietati regolamenti di conti. Di fronte a questa recrudescenza, il presule ha più volte esortato la comunità a ribellarsi, scuotendo i cittadini affinché non accettino l’idea che si tratti solo di questioni «fra di loro», poiché la violenza criminale infetta la libertà di tutto il corpo sociale.
La violenza invisibile e il “dosaggio” del terrore
Al di fuori dei territori di frontiera come la Sibaritide, il cuore dell’inganno su scala nazionale sta nel confondere la diminuzione complessiva delle stragi con la fine della violenza. Come ricordano i report della Direzione Investigativa Antimafia e le analisi di osservatori come Avviso Pubblico, la ‘ndrangheta adotta oggi un dosaggio sapiente della forza. Reati spia sommersi: Incendi dolosi di autovetture, saracinesche divelte dalle bombe carta, minacce velate e pestaggi che avvengono spesso lontano dalle telecamere. Controllo del territorio senza sangue: al clan non serve uccidere il commerciante se bastano un’intimidazione mirata o un’offerta di “protezione” finanziaria in un momento di crisi per rilevare l’azienda. La forza della ‘ndrangheta risiede nell’articolo 416-bis del Codice penale ovvero nella capacità di sprigionare quella “forza di intimidazione del vincolo associativo” che rende superfluo l’uso delle armi. Il clan non ha bisogno di sparare perché tutti sanno che potrebbe farlo.
Quando il silenzio diventa sistema
Un sistema che non occupa visibilmente gli spazi macroscopici ma li penetra capillarmente rischia di anestetizzare la reazione della società civile. La mancanza di scannamenti quotidiani nelle grandi città riduce la percezione del pericolo. Se non si spara, l’opinione pubblica tende a credere che l’emergenza sia finita. È proprio in questo cono d’ombra che le cosche prosperano, reinvestendo i capitali del narcotraffico internazionale nell’economia legale, dai servizi all’edilizia, fino alla sanità. La ‘ndrangheta resta un’organizzazione profondamente militare. Il piombo è nei magazzini, pronto a essere usato ogni volta che la diplomazia interna fallisce, come si avviene nella Sibaritide e non solo – da qualche anno anche a Cetraro – che un testimone parla o che gli equilibri territoriali si spezzano. Considerarla un’agenzia di servizi finanziari significa cadere nella sua più grande trappola: dimenticare, cioè, che dietro ogni colletto bianco si nasconde, ancora oggi, il mirino di una pistola sempre pronta a essere usata. (redazione@corrierecal.it)
Il Corriere della Calabria è anche su WhatsApp. Basta cliccare qui per iscriverti al canale ed essere sempre aggiornato
