Lucio Ferrami, 45 anni dopo l’omicidio. Ucciso per aver detto no al pizzo imposto dalla ‘ndrangheta
L’imprenditore originario di Casalbuttano non cedette alle richieste del clan Muto di Cetraro. Oggi il ricordo ad Acquappesa
ACQUAPPESA Il bivio Lucio Ferrami ad Acquappesa, come ogni anno, ospita la cerimonia di commemorazione in memoria dell’imprenditore vittima della ‘ndrangheta. Quest’anno ricorre il 45esimo anniversario del suo assassinio deciso dalla mala dopo i ripetuti rifiuti da parte dellìimprenditore dinanzi alle richieste di pizzo avanzate dagli uomini del clan Muto di Cetraro. Un affronto pagato con il sangue di un innocente, di un uomo che amava la Calabria anche se originario di Casalbuttano.
Quel giovane venuto dal nord disconosce le regole del crimine calabrese, ignora la ferocia dei malandrini della costa tirrenica cosentina. L’omicidio Ferrami matura in un contesto complesso, nel quale la mafia dell’Alto Tirreno sta mettendo radici in tutti i settori, dal commercio del pesce agli abusi edilizi fino al controllo del territorio attraverso l’imposizione delle tangenti agli imprenditori piccoli e grandi. È una ‘ndrangheta forte che vive questa fase di espansione in una provincia insanguinata da una guerra che ha interessato il capoluogo. E’ la guerra scoppiata dopo l’omicidio di Luigi Palermo detto “U Zorru” (QUI LA NOSTRA INCHIESTA) e che si è propagata lungo la fascia tirrenica. Ecco perché il rifiuto di Ferrami è un atto di straordinaria potenza in una terra spesso segnata dall’omertà, dai rumorosi silenzi e dalla rassegnazione di chi cede alla paura di possibili e crudeli ritorsioni. Nel Cetrarese vi è l’affermazione, in quegli anni, di Franco Muto alias “il Re del pesce”. Gli amici consigliano a Ferrami di non denunciare.
L’agguato ad Acquappesa
Il 27 ottobre del 1981, Lucio Ferrami – in macchina insieme alla moglie – viene crivellato di colpi in contrada Zaccani, ad Acquappesa. Il 32enne muore sul colpo, ma riesce a compiere l’ultimo gesto d’amore. Dinanzi ai proiettili sparati a morte dai killer fa da scudo a sua moglie e le salva la vita. Maria si ritrova vedova e costretta suo malgrado a badare da sola ai suoi due bambini: Pierluigi e Paolo, all’epoca dei fatti di 9 e 3 anni.
Nel processo che si celebra dinanzi al Tribunale di Cosenza, Franco Muto, suo figlio Luigi e quattro uomini ritenuti vicini al clan vengono condannati all’ergastolo. In secondo grado, però, arriva l’assoluzione con formula dubitativa. Maria Avolio non accetta la sentenza e il gesto che compie è eclatante e porta alla denuncia della Procura della Repubblica di Paola, competente sull’indagine per l’omicidio di Lucio Ferrami e accusata di omissione di atti d’ufficio. Lucio Ferrami è uno dei pochi in quegli anni ad alzare la testa e a rimetterci la vita. (f.b.)
La nostra video inchiesta sull’omicidio Ferrami
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