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LE RICERCHE E GLI APPELLI

Rahel come Angelica e Rina, storie che chiedono risposte

Tre scomparse che non possono essere sovrapposte né ricondotte automaticamente a un’unica spiegazione. Il fratello della giovane etiope è in Calabria

Pubblicato il: 27/10/2026 – 18:54
di Rosita Mercatante
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COSENZA Di Rahel Gebrezgi Mengesha non si hanno più notizie dal 19 ottobre scorso. Ventotto anni, originaria dell’Etiopia, studentessa dell’Università della Calabria: il suo nome è entrato negli appelli che da giorni circolano sui social, condivisi da amici e conoscenti nella speranza che qualcuno possa fornire un’indicazione utile a ricostruire i suoi ultimi spostamenti. «Rahel è alta circa un metro e 55 e ha una corporatura esile», scrivono per condividere una descrizione fisica della ragazza. Il telefono risulta spento e le ultime segnalazioni sulla sua presenza rimandano alla zona delle Maisonettes, nell’area del campus universitario di Arcavacata, a Rende. Da allora, per quanto emerge dalle informazioni disponibili, non sono stati resi noti elementi capaci di chiarire che cosa sia accaduto. La preoccupazione cresce così come il rischio è che con il passare del tempo l’interesse possa affievolirsi consegnando la vicenda a un nuovo caso irrisolto. Non poter al momento ricostruire le circostanze della scomparsa significa anche non poter formulare conclusioni sulle sue cause. È un limite che va rispettato, evitando ipotesi non supportate da riscontri. Ma è anche il punto da cui partire per una riflessione più ampia: che cosa succede quando una persona scompare e, insieme alle tracce della sua presenza, viene meno progressivamente anche l’attenzione pubblica? Questa mattina, il fratello della giovane si è recato nella sede della Croce Rossa a Cosenza ed ai volontari ha raccontato di essere arrivato dalla Germania per capire cosa sia successo a sua sorella. Ha presentato regolare denuncia in Questura a Cosenza, ma come tutti non ha più contatti da giorni con la 28enne. «Si è mostrato decisamente preoccupato – riferiscono dalla CRI – ha parlato di alti e bassi vissuti dalla giovane, ma non ha idea di cosa sia potuto accadere, se sia partita o se sia ancora in Calabria».

L’allarme di Emilia Corea: «Due storie, una sola mappa del silenzio»

A porre la questione in un post pubblicato sui social è Emilia Corea, garante dei detenuti del Comune di Cosenza, che ha richiamato l’attenzione sulla vicenda di Rahel mettendola in relazione con un’altra scomparsa avvenuta meno di un anno prima nella stessa area urbana: quella di Angelica Causil, giovane colombiana di 28 anni, residente a Quattromiglia di Rende. «Un anno fa Angelica spariva così, nel nulla. Stesso raggio di chilometri, stessa polvere scura che oggi si posa sulle tracce interrotte di Rahel, la ragazza etiope venuta a studiare e svanita a pochi metri dalle maisonettes. Due storie, una sola mappa del silenzio», scrive Corea. La garante insiste sul significato di questa vicinanza geografica, indicando il rischio che spazi pubblici e aree residenziali frequentate ogni giorno da studenti, lavoratori e cittadini possano diventare luoghi di paura e vulnerabilità. «Non c’è mistero, c’è solo la precisione chirurgica di uno spazio pubblico che smette di essere di tutti per diventare una trappola per sole donne. Il copione si ripete identico, asciutto, privo di sconti. Angelica prima, Rahel adesso. Restano i muri scrostati delle maisonettes, l’indifferenza delle istituzioni, la rabbia lucida di chi teme che non si tratti di fatalità e due donne in meno nello stesso buio». Parole di denuncia che cercano di provocare un senso di responsabilità comune seppur non possono bastare a dimostrare che le due vicende siano collegate, né che dietro entrambe vi sia una medesima dinamica. Dal richiamo di Emilia Corea si fa avanti la necessità di non considerare queste sparizioni episodi isolati da archiviare nella memoria collettiva appena si esaurisce la prima ondata di attenzione. Perché dietro ogni nome c’è una persona, con legami, progetti e una vita che continua a essere cercata da qualcuno. E quando una scomparsa resta senza risposta, il tempo che passa non cancella soltanto le tracce: può rendere più difficile anche raccogliere testimonianze, ricomporre i pezzi, mantenere viva la disponibilità di chi potrebbe sapere qualcosa.

Angelica Causil, undici mesi senza risposte

La storia di Angelica Causil comincia il 25 novembre 2025. Ventotto anni, colombiana, viveva da tempo in Italia e risiedeva nella zona di Quattromiglia, a Rende. Aveva mantenuto un rapporto stretto con la famiglia rimasta in Colombia, con la quale era solita sentirsi. La sua scomparsa è stata segnalata quando i contatti si sono interrotti e i familiari non sono più riusciti a raggiungerla. Il telefono risultava spento o irraggiungibile e, secondo le ricostruzioni diffuse nei mesi successivi, l’ultimo accesso a WhatsApp sarebbe risalito alla mattina del 26 novembre. Con il trascorrere delle settimane sono emersi ulteriori elementi. Angelica avrebbe dovuto inviare alla famiglia una somma consistente, circa diecimila euro, destinata a contribuire all’acquisto di una casa in Colombia. Le circostanze legate al denaro e agli ultimi contatti della donna sono state oggetto di approfondimenti e verifiche. Nel gennaio 2026, secondo quanto riferito nelle ricostruzioni pubbliche, la Procura di Cosenza ha aperto un fascicolo contro ignoti per l’ipotesi di sequestro di persona. Si tratta di una pista investigativa, non della conferma che la donna sia stata rapita né dell’individuazione di eventuali responsabili. Angelica era una donna trans: un elemento della sua identità che va raccontato con rispetto, senza ridurre la sua storia a una definizione o a un’etichetta. A febbraio, il caso è arrivato negli studi di “Chi l’ha visto?”, che ha dato spazio alla ricerca di Angelica. Durante il programma, Vladimir Luxuria ha lanciato un appello a chi potrebbe conoscere elementi utili alla ricostruzione della vicenda: «Chiedo a chi sa di prendere coraggio e dare le informazioni». Nel maggio 2026, il ritrovamento di un corpo in avanzato stato di decomposizione in uno scantinato di Quattromiglia ha richiamato nuovamente l’attenzione sulla scomparsa di Angelica ma non era stata stabilita alcuna identificazione riconducibile a lei. A oggi, non è emerso un esito definitivo che possa chiarire che cosa sia accaduto alla giovane sudamericana. Restano gli interrogativi della famiglia e la necessità che le informazioni utili non vadano disperse. A quasi undici mesi dalla scomparsa, la vicenda di Angelica attende ancora risposte.

Rina Pennetti, il caso che risale al 2009

Ancora più indietro nel tempo si incontra la storia di Rina Pennetti, scomparsa il 6 ottobre 2009. Aveva 33 anni, era originaria di Spezzano della Sila ed era madre di due bambine. Quella mattina si recò a Rende per sbrigare alcune commissioni insieme a un conoscente. Secondo il racconto attribuito all’uomo, a un certo punto lui si sarebbe allontanato per pochi minuti, lasciandola in auto; quando sarebbe tornato, Rina non c’era più. Uno degli elementi più importanti della vicenda è il ritrovamento della sua borsa, con il telefono e i documenti, davanti a un negozio della zona. Fu una parrucchiera a contattare il padre della donna. Secondo la testimonianza riportata nelle cronache, Rina sarebbe entrata per pochi istanti nel salone, in apparente stato confusionale, prima di allontanarsi. Da allora non è stata più ritrovata. La scomparsa si verificò dopo un periodo personale difficile, seguito alla morte della madre nel 2007. Le difficoltà psicologiche attraversate dalla donna contribuirono inizialmente a considerare plausibile l’ipotesi di un allontanamento volontario. La famiglia, però, non ha mai smesso di cercare risposte e ha contestato questa lettura. Nei mesi successivi furono raccolte alcune segnalazioni che sembravano collocare Rina ancora in vita. Nel 2010 un criminologo incaricato dalla famiglia presentò un dossier che prospettava la possibilità di un evento criminoso, ipotizzando anche un sequestro a scopo estorsivo finito male. La Procura di Cosenza riaprì l’inchiesta nell’ottobre di quell’anno. Il fascicolo fu poi archiviato e successivamente riaperto; nel 2014 il giudice per le indagini preliminari dispose ulteriori accertamenti per verificare se la donna fosse ancora in vita. Negli anni furono effettuati anche confronti del DNA con resti non identificati, senza che gli accertamenti documentati nelle fonti consultate portassero a un’identificazione. Nel 2021 venne pubblicato un avviso relativo a una richiesta di dichiarazione di morte presunta. Questo passaggio, da solo, non dimostra che la richiesta sia stata accolta e non chiarisce le circostanze della scomparsa. Dopo 17 anni il caso è ancora irrisolto.

Non lasciare che il silenzio diventi oblio

Rahel, Angelica, Rina. Tre nomi, tre storie, tre donne scomparse che non possono essere sovrapposte né ricondotte automaticamente a un’unica spiegazione. Le circostanze, i tempi e gli elementi investigativi non sono gli stessi. Esiste però un punto comune: l’assenza di risposte definitive lascia le famiglie, gli amici e le persone vicine sospesi in un’attesa che non ha una scadenza. E rende essenziale il ruolo dell’informazione, non soltanto nella fase iniziale delle ricerche, ma anche nei mesi e negli anni successivi, quando è più facile che l’attenzione si disperda. Tenere viva la memoria di una scomparsa non significa alimentare sospetti o trasformare le coincidenze in prove. Significa continuare a chiedere che ogni elemento venga verificato, che le informazioni utili raggiungano chi indaga, che le istituzioni forniscano, nei limiti consentiti dalle indagini, aggiornamenti chiari.
Finché non ci sono risposte, per una comunità civile resta il dovere di continuare a cercarle. (redazione@corrierecal.it)

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