Omicidio Cimino, ucciso dopo il pentimento dei due figli. Le confessioni dei pentiti Nigro e Acri
I dettagli nell’inchiesta “Ginestra”. «Un omicidio compiuto perché c’era l’avallo dei cirotani senza il quale non si poteva fare»
CORIGLIANO ROSSANO Giorgio Salvatore Cimino ha pagato con la vita la decisione dei suoi due figli, Antonio e Giovanni, di collaborare con la giustizia. La redenzione dei germani non è andata giù al locale di ‘ndrangheta di Corigliano deciso a compiere il sacrificio di una vittima innocente per punire uno sgarro non ammesso. Saltare il fosso, vuotare il sacco sugli affari illeciti del clan, si paga – molto spesso – con il piombo e il sangue. La vittima era stata raggiunta da più colpi d’arma da fuoco il 24 maggio 2001, mentre si trovava all’interno del “Roxy bar”, a Corigliano Calabro. Il decesso era sopraggiunto il 13 giugno 2001, a seguito delle ferite riportate. Su quel delitto, a distanza di 25 anni, la Dda di Catanzaro ha fatto luce nell’ambito dell’inchiesta denominata “Ginestra“.
Il delitto e il processo
Un uomo con il volto travisato da un casco integrale entra al “Roxy Bar”, sono le 10.30 e Giorgio Salvatore Cimino viene raggiunto da una scarica di colpi di arma da fuoco esplosi a distanza ravvicinata. Le indagini sul brutale delitto trovano un seguito nell’operazione denominata “Timpone Rosso”. All’esito del giudizio di primo grado, la Corte d’Assise di Cosenza, nel 2013, ha condannato Damiano Pepe e Ciro Nigro all’ergastolo, Carmine Alfano a 10 anni di reclusione, Maurizio Barilari a 24 anni, Fabio Antonio Falbo a 21 anni, Vincenzo Curato alias “U cassanese” a 14 anni mentre per Rocco Azzaro è stata decisa l’assoluzione.
La Corte d’Assise d’Appello di Catanzaro, un anno dopo, rivaluta alcune posizioni. Pepe viene assolto per non aver commesso il fatto, Barilari riceve una condanna a 27 anni e mesi 6 di reclusione, Curato a 12 anni e mesi 6 di reclusione, Alfano a 8 anni e mesi 4, Falbo a 22 anni e mesi 9, mentre per Nigro viene confermato l’ergastolo.
La Corte di Cassazione, infine, annullerà la sentenza per Curato limitatamente al trattamento sanzionatorio, confermando l’assoluzione di Peep e le pene inflitte agli altri imputati.
Le dichiarazioni dei pentiti
Sono i pentiti, con le loro dichiarazioni, a consentire agli investigatori di cristallizzare i dettagli del delitto. Ciro Nigro, condannato in via definitiva e ritenuto esecutore materiale dell’omicidio di Cimino, nel corso di un interrogatorio del novembre del 2021 ha sempre negato qualsiasi addebito. Dal racconto del collaboratore di giustizia, si evince come lo stesso Nigro si sia recato a prelevare Carmine Morello su indicazione di Edoardo Pepe nella yogurteria a Rossano. Il collaboratore dirà di non essere mai stato al corrrente del piano omicidiario da compiere nei confronti di Cimino, aggiungendo che la «decisione di uccidere la vittima era imputabile a Edoardo Pepe». «Dopo aver appreso del ruolo di Morello nell’omicidio – aggiunge Nigro – ho preso atto del ruolo di “azionista” che lo stesso aveva assunto nel gruppo di Nicola Acri». Sulla decisione a compiere il delitto, il pentito continua svelando un particolare rilevante: «Ovviamente, si trattava di un omicidio che è stato fatto perché c’era l’avallo dei cirotani senza il quale non si poteva fare».
Nicola Acri alias “Occhi di ghiaccio” – in passato a capo del locale di ‘ndrangheta di Rossano – ripercorre i giorni precedenti al delitto. Il collaboratore di giustizia incontra in un bar «Rocco Azzaro, Natale Perri e Eduardo Pepe e quest’ultimo gli riferiva che era necessario eliminare Cimino Giorgio al fine di fermare il pentimento dei figli che stavano rendendo dichiarazioni contro il fratello». Ed ancora, «Perri diceva che bisognava eliminare Cimino in quanto lo stesso si stava allargando nell’attività di guardiania dando fastidio al gruppo di Perri stesso e contemporaneamente difendeva la scelta di collaborazione dei figli». Con riferimento al giorno in cui si è verificato l’omicidio «non ero presente presso il mio bar al mattino presto quando veniva prelevato Morello, ma ero presente quando più tardi intorno alle dieci del mattino Morello è rientrato. Mi ha detto che era andato tutto bene che era stato prelevato al bar, e che nella consumazione dell’omicidio con lui c’era Saverio Albamonte cognato di Natale Perri». (f.benincasa@corrierecal.it)
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