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IL PREZZO DELL’ADDIO

’Ndrangheta, Morello voleva lasciare la cosca per le figlie. Il «tradimento» degli amici e la condanna a morte

Il 49enne ucciso nell’agosto 2023 a Rossano. Secondo il gip, i suoi stessi compagni temevano che potesse collaborare con la giustizia

Pubblicato il: 28/10/2026 – 11:10
di Giorgio Curcio
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COSENZA «Io ho paura per i ragazzi». Carmine Morello piangeva al telefono, «come un bambino». Aveva 49 anni, un passato nella ’ndrangheta e tre figlie alle quali pensare. La moglie Simona era morta pochi mesi prima, lasciandolo solo ad affrontare una vita diventata improvvisamente più difficile. Due delle ragazze avevano disabilità e lui temeva soprattutto una cosa: tornare in carcere e non poter più stare accanto a loro. Per questo, secondo il racconto dei familiari, aveva cominciato a prendere le distanze dalla cosca, a sottrarsi agli incontri, a immaginare una vita diversa. Ma nella ’ndrangheta anche il desiderio di andarsene può trasformarsi in una condanna a morte, una “sentenza” eseguita il 9 agosto 2023. Morello quel giorno uscì di casa in sella alla sua motocicletta. Prima di raggiungere un appuntamento nelle campagne di Rossano lasciò il cellulare in una concessionaria, convinto, secondo gli investigatori, «di incontrare persone delle quali poteva fidarsi». Non tornò mai più. Il suo corpo venne ritrovato quasi un mese dopo, in un boschetto di eucalipti, ucciso con tre colpi di pistola alla testa. A decretarne la morte, secondo la ricostruzione del gip di Catanzaro nell’inchiesta «Ginestra», sarebbe stato il sospetto che quell’uomo, ormai intenzionato a lasciare l’organizzazione, potesse decidere di collaborare con la giustizia. Un’ipotesi investigativa che restituisce tutta la ferocia delle regole mafiose e che ora trova spazio nelle pagine dell’ordinanza cautelare.

L’arresto di Annibale Matalone

Per l’omicidio di Carmine Morello, il gip di Catanzaro ha disposto la custodia cautelare in carcere nei confronti di Annibale Matalone (1966), accusato di aver partecipato all’agguato insieme a Umberto Graziano (1984), deceduto il 12 agosto 2024. Un delitto che, secondo la ricostruzione contenuta nell’ordinanza «Ginestra», sarebbe maturato all’interno della stessa organizzazione criminale alla quale appartenevano la vittima e i suoi presunti assassini. Il blitz, eseguito all’alba dal ROS dei Carabinieri di Cosenza, ha visto l’arresto di 41 soggetti.

«Ormai lui non ne voleva sapere più»

A raccontare il progressivo allontanamento di Morello dalla cosca sono soprattutto le donne della sua famiglia. Le loro conversazioni, intercettate dagli investigatori dopo la scomparsa dell’uomo, restituiscono il ritratto di una persona profondamente cambiata dopo la morte della moglie. «A loro rode, hai capito? Che per loro non ci aveva più niente a che fare… la mattina non ci si accompagnava più», racconta la sorella Rosa, spiegando come il fratello avesse progressivamente ridotto le frequentazioni con gli altri affiliati. Il timore di finire nuovamente in carcere era diventato un pensiero costante. «Lui si spaventava che lo arrestavano che pensava a questi bambini che restavano soli», aggiunge la donna. E ancora: «Oramai lui non ne voleva sapere più». Le confidenze della sorella trovano spazio nelle pagine dell’ordinanza insieme al racconto di un’altra circostanza. Morello, infatti, avrebbe ottenuto dalla stessa organizzazione il permesso di allontanarsi, una sorta di uscita di «buon ordine», secondo quanto riferito dai familiari. La notizia sarebbe stata comunicata da Salvatore Galluzzi, indicato dagli investigatori come reggente della cosca rossanese, al fratello della vittima, Gaetano. «Noi non lo manco chiamavamo per andare a fare più imbasciate», avrebbe spiegato Galluzzi, secondo il racconto riportato nelle intercettazioni. Ma gli investigatori ritengono che proprio questo distacco possa aver alimentato sospetti all’interno dell’organizzazione. A pesare sarebbe stata anche la collaborazione con la giustizia intrapresa da Nicola Acri nel maggio 2021, che aveva già contribuito a modificare gli equilibri criminali della Sibaritide. Morello, secondo quanto riferito dalla sorella, «aveva paura che le dichiarazioni dell’ex boss potessero coinvolgerlo in nuovi procedimenti e condurlo nuovamente in carcere». Una preoccupazione che avrebbe rafforzato la volontà di sottrarsi agli obblighi dell’organizzazione.

Carmine Morello

Il sospetto di un pentimento e il patto di sangue

C’è una conversazione che, nella ricostruzione investigativa, assume un significato particolare. È quella intercettata il 18 luglio 2024, quasi un anno dopo l’omicidio, tra Antonio Mingrone e un interlocutore identificato soltanto con il nome Giuseppe. Parlando delle possibili ragioni dell’eliminazione di Morello, Mingrone ipotizza che qualcuno avesse temuto una sua collaborazione con la giustizia dopo la morte della moglie. L’uomo, nella sua ricostruzione, avrebbe confidato di non riuscire più a sopportare quella situazione, inducendo qualcuno a considerarlo un pericolo. È un’interpretazione che il gip ritiene coerente con quanto emerso dalle conversazioni dei familiari. Morello non risulta aver intrapreso alcun percorso di collaborazione con gli inquirenti. Sarebbe stato il timore che potesse farlo a determinare, secondo l’ipotesi accusatoria, la decisione di eliminarlo. Nelle parole della sorella Rosa emerge anche la difficoltà di sottrarsi a un legame che la criminalità organizzata considera indissolubile. «Per loro questa è una famiglia», racconta la donna. E aggiunge: «Quando tu fai un patto con loro, tu diventi come un fratello per loro perché loro fanno un patto». Un legame che la stessa donna definisce «un patto di sangue». Ed è in questa concezione dell’appartenenza mafiosa che, secondo il giudice, si inserirebbe la decisione di uccidere un uomo ormai considerato potenzialmente inaffidabile.

Il pranzo in montagna e gli «amici» del giorno prima

L’8 agosto 2023, appena ventiquattr’ore prima dell’omicidio, Carmine Morello partecipa a un pranzo in montagna organizzato per festeggiare il compleanno di Augusto De Simone. Un incontro che gli investigatori hanno ricostruito attraverso intercettazioni, tabulati telefonici e messaggi recuperati dal cellulare della vittima. Secondo quanto raccontato dalla sorella Rosa, quel pranzo potrebbe essere stato utilizzato come pretesto per riavvicinare Morello ai suoi vecchi compagni, dai quali aveva iniziato a prendere le distanze. La donna si dice convinta che il fratello possa essere stato «tradito» proprio in occasione di quell’incontro. A rendere la giornata particolarmente significativa, per gli investigatori, sono anche le cautele adottate da alcuni partecipanti. Numerosi telefoni cellulari risultano inattivi durante le ore del pranzo, per poi tornare operativi nel pomeriggio, agganciando celle telefoniche dell’area silana. Matalone e Graziano, secondo quanto emerge dalle conversazioni intercettate, avrebbero inoltre organizzato i propri spostamenti cercando di evitare di essere visti insieme agli altri partecipanti. In una registrazione si parla della necessità di raggiungere il luogo dell’incontro separatamente, per evitare quella che viene definita una «sfilata». Il gip ritiene possibile che proprio durante il pranzo «sia stato concordato l’appuntamento dell’indomani, quello al quale Morello si sarebbe presentato senza telefono, convinto di incontrare persone di sua conoscenza».

La pistola prelevata otto giorni prima

La preparazione dell’omicidio, secondo gli investigatori, sarebbe iniziata almeno una settimana prima. Il 1° agosto 2023 Matalone e Graziano vengono monitorati mentre raggiungono il terreno agricolo del primo nell’area montana rossanese. L’intercettazione ambientale installata sull’automobile di Matalone registra una serie di rumori che gli investigatori riconducono al maneggio di una pistola semiautomatica. L’arma sarebbe stata prelevata da una struttura rurale utilizzata come ricovero per animali e attrezzature. Nel corso del viaggio vengono captate anche alcune frasi particolarmente significative. «Lo vedi io lo volevo fare qua», dice Matalone, riferendosi a un luogo attraversato poco prima. «Però è meglio là», risponde Graziano. Per gli investigatori, si tratta di un confronto sulla scelta del posto nel quale compiere l’omicidio. Una valutazione rafforzata dalla circostanza che la conversazione avviene proprio mentre i due stanno andando a prendere quella che viene ritenuta un’arma da fuoco. Un altro passaggio del dialogo riguarda una persona che non aveva ancora compiuto cinquant’anni, un riferimento ritenuto compatibile con l’età di Morello. Il 3 agosto, inoltre, i movimenti dei due indagati presentano, secondo la ricostruzione del gip, caratteristiche analoghe a quelle successivamente documentate nella giornata dell’agguato. Un elemento che il giudice interpreta come parte della preparazione logistica del delitto.

Il 9 agosto, l’ultimo viaggio verso contrada Strange

La mattina dell’omicidio, Matalone raggiunge a bordo della propria Land Rover un’area di parcheggio sul viale Mediterraneo, a Rossano, intorno alle 8.30. Alle 8.55 lascia il veicolo, mentre le telecamere documentano l’arrivo di una Volkswagen Golf blu scuro. L’automobile, secondo gli accertamenti, sarebbe stata utilizzata da Graziano, che avrebbe prelevato Matalone per dirigersi verso la zona dell’agguato. La Land Rover rimane parcheggiata fino alle 12.06, quando Matalone vi fa ritorno. Le immagini raccolte da diversi sistemi di videosorveglianza permettono agli investigatori di ricostruire gli spostamenti della Golf, il cui percorso viene ritenuto compatibile con quello necessario per raggiungere contrada Strange. A rafforzare l’ipotesi accusatoria sono anche i periodi di inattività dei telefoni cellulari dei due uomini, le incongruenze nelle spiegazioni fornite successivamente e gli accertamenti sulla disponibilità dell’automobile. La Golf utilizzata quella mattina apparteneva infatti a un altro uomo, impiegato in un cantiere edile. Secondo gli investigatori, Graziano avrebbe organizzato gli impegni lavorativi in modo da poter utilizzare il veicolo senza attirare sospetti, lasciando nel frattempo la propria automobile dal gommista. Per il gip si tratta di un insieme di elementi indicativi di una condotta pianificata, «con l’obiettivo di non lasciare tracce che potessero collegare direttamente i due indagati al luogo dell’omicidio».

Matalone e il gesto dell’esecuzione davanti alla telecamera

Uno degli elementi più inquietanti emerge dalle immagini registrate il 12 settembre 2023, oltre un mese dopo la morte di Morello. Matalone si trova nella propria azienda agricola insieme a Gino Chiarella. I due conversano davanti a una telecamera di sorveglianza utilizzata dagli investigatori per monitorare il terreno. L’audio non è disponibile, ma le immagini mostrano un gesto che, secondo la lettura della polizia giudiziaria, richiama le modalità di un’esecuzione. Matalone porta una mano dietro l’orecchio, mimando una pistola, e compie un movimento improvviso della testa, come se fosse stato raggiunto da un proiettile. Anche l’interlocutore partecipa alla rappresentazione, simulando a sua volta il gesto di impugnare un’arma. Un’esecuzione mimata che il gip ritiene compatibile con la dinamica dell’omicidio di Morello, ucciso con tre colpi di pistola alla testa. Il particolare assume rilievo, secondo il giudice, anche perché alcuni dettagli della sequenza omicidiaria non erano stati resi pubblici attraverso gli organi d’informazione.

Le minacce alle sorelle: «Sappiamo tutto»

L’omicidio di Morello avrebbe avuto conseguenze anche sui suoi familiari, che nei mesi successivi si interrogano ripetutamente sulle responsabilità e sulle ragioni della morte. Dalle intercettazioni emergono le paure delle sorelle Rosa e Melodi Francesca, che avrebbero ricevuto pressioni affinché smettessero di parlare dell’accaduto. Secondo la ricostruzione del gip, i messaggi intimidatori sarebbero riconducibili a Salvatore Galluzzi e ad altri esponenti della cosca rossanese. In una conversazione del 22 ottobre 2023, Rosa racconta che Galluzzi, attraverso il fratello Gaetano, le avrebbe fatto sapere che l’organizzazione era al corrente dei suoi spostamenti e delle sue frequentazioni con le forze dell’ordine. «Che tua sorella va e viene dalla caserma che noi sappiamo tutto», è il messaggio che la donna riferisce di aver ricevuto. La paura arriva al punto da condizionare anche le attività più comuni. Rosa racconta di non sentirsi libera di recarsi dai carabinieri neppure per presentare una denuncia relativa a una questione personale, temendo che quella visita possa essere interpretata come un tentativo di collaborare con la giustizia. Un clima di intimidazione che, secondo gli investigatori, dimostra quanto il controllo esercitato dall’organizzazione potesse estendersi anche ai familiari di un proprio affiliato ucciso.

La morte per il timore che diventasse collaboratore

Nelle conclusioni dell’ordinanza, il gip individua nella possibile collaborazione con la giustizia il movente dell’omicidio. «La morte di Morello sarebbe stata determinata dalla convinzione che l’uomo potesse intraprendere un percorso di collaborazione con l’autorità giudiziaria dopo aver manifestato la volontà di allontanarsi dalla cosca per occuparsi delle figlie», annota il gip. Una decisione che avrebbe rappresentato «un pericolo per l’organizzazione, inducendo gli esecutori a pianificare l’agguato». Il giudice riconosce così la gravità indiziaria nei confronti di Matalone per l’omicidio e la detenzione e il porto illegali dell’arma, ritenendo sussistenti anche le aggravanti della premeditazione e della finalità mafiosa. Non viene invece riconosciuta l’aggravante dei motivi abietti o futili. (g.curcio@corrierecal.it)


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