Rianimazione, dalla gestione delle emergenze alle nuove frontiere della cura – VIDEO
Dall’arresto cardiaco al botulismo, dall’ictus alle infezioni gravi: il professor Andrea Bruni a Salute & Sanità, racconta la cura dei pazienti critici
LAMEZIA TERME Che cosa distingue un paziente che necessita di un ricovero ordinario da uno che, invece, ha bisogno di un posto in Terapia Intensiva? Quali sono le principali emergenze a cui un reparto di Rianimazione deve far fronte e perché la tempestività rappresenta, in questi casi, un alleato fondamentale? Sono solo alcuni degli argomenti al centro della conversazione con il professor Andrea Bruni, direttore dell’Unità operativa complessa di Anestesia e Rianimazione/Terapia Intensiva dell’Ospedale Civile dell’Annunziata di Cosenza, ospite della prima puntata di Salute & Sanità, il format televisivo dedicato al benessere, alla prevenzione e ai temi più attuali del sistema sanitario calabrese, condotto dalla giornalista Rosita Mercatante.
Una conversazione che ha permesso di entrare nel cuore di una disciplina che interviene nelle condizioni più critiche, quando una o più funzioni vitali sono compromesse o rischiano di esserlo, ma anche di conoscere da vicino l’organizzazione di un reparto chiamato a confrontarsi quotidianamente con situazioni complesse, che richiedono competenze specialistiche, tecnologie avanzate e un un’organizzazione multisettoriale.
Quando è necessario il ricovero in Terapia Intensiva
Non soltanto arresti cardiaci. In Rianimazione arrivano pazienti con patologie molto gravi, infezioni, traumi, intossicazioni e condizioni che compromettono la capacità dell’organismo di mantenere autonomamente le proprie funzioni vitali. «In terapia intensiva arrivano i pazienti più gravi, non solo quelli che sono stati vittime di un arresto cardiocircolatorio, ma anche pazienti con patologie molto gravi. Penso, ad esempio, a persone con infezioni importanti, che hanno subito un trauma della strada o un’aggressione grave, oppure a pazienti con intossicazioni. In sintesi, arrivano tutti quei pazienti che hanno una compromissione delle funzioni vitali: non riescono magari a respirare da soli, non riescono a mantenere autonomamente le funzioni vitali e hanno bisogno dell’intervento dei sanitari per aiutarli a respirare, sostenere il circolo o aiutare il corpo a reagire a un evento acuto. Sono pazienti che necessitano di cure molto intensive e avanzate», ha spiegato Bruni.
Arresto cardiaco, riconoscere subito l’emergenza e attivare i soccorsi
Tra le emergenze più gravi c’è l’arresto cardiocircolatorio. In Italia si registrano circa 60mila casi ogni anno e, come ha ricordato il professore, riconoscere tempestivamente la situazione e sapere come intervenire può fare la differenza tra la vita e la morte. Proprio per sensibilizzare la popolazione su questo tema, la Terapia Intensiva dell’Annunziata ha organizzato, nell’ambito della Settimana Viva, due giornate dedicate alla corretta gestione dell’arresto cardiocircolatorio: una all’Università della Calabria e l’altra in piazza dei Bruzi, a Cosenza. «È importante riconoscere una persona che va incontro a un arresto cardiocircolatorio, quindi che perde conoscenza. La prima cosa da fare è chiamare subito i soccorsi, allertando il 112. Dopo averli chiamati bisogna iniziare tempestivamente le manovre di rianimazione cardiopolmonare e, se si ha a disposizione un defibrillatore automatico, utilizzarlo. Ormai questi dispositivi sono presenti dappertutto, nelle scuole, nelle palestre e negli impianti sportivi. Il loro utilizzo precoce può consentire di salvare la vita di una persona». Il professore Bruni ha illustrato le principali manovre salvavita, soffermandosi sulle compressioni toraciche da effettuare in attesa dell’arrivo dei soccorsi: «Quando ci troviamo di fronte a una persona che ha perso conoscenza e non risponde agli stimoli, bisogna inginocchiarsi accanto a lei e iniziare le compressioni al centro del torace, con le due mani sovrapposte. Bisogna effettuare circa 100-120 compressioni al minuto. Sono fondamentali per mantenere il circolo nell’attesa che arrivino i soccorsi».
Infezioni gravi, una minaccia in crescita
Un altro capitolo importante riguarda le infezioni, che possono evolvere rapidamente e compromettere anche più funzioni dell’organismo. Un problema che, secondo Bruni, ha ormai una dimensione globale e che richiede un’attenzione crescente da parte dei professionisti sanitari. «Le infezioni sono un problema emergente. L’Organizzazione mondiale della sanità stima che nel 2050 ci saranno più morti per superinfezioni che per tumore. È un dato molto allarmante. Sono sempre di più i pazienti che arrivano nei dipartimenti di emergenza per problemi di natura infettiva. È una questione che riguarda la Calabria, l’Italia, ma anche tutto il mondo». Tra i fattori che contribuiscono al fenomeno, il direttore ha richiamato l’utilizzo massivo degli antibiotici in ambito umano, animale e agricolo. Particolare attenzione deve essere riservata ai pazienti anziani e immunocompromessi, nei quali un’infezione può manifestarsi anche senza i sintomi più comuni. «Ci sono pazienti, soprattutto anziani, che arrivano in ospedale senza febbre e con i globuli bianchi nella norma, ma presentano confusione e alterazioni dello stato di coscienza. In questi casi bisogna sempre sospettare un’infezione, anche quando la febbre non è presente o gli esami non mostrano un aumento dei globuli bianchi. Sono pazienti che meritano un’attenzione particolare, perché la sintomatologia può essere molto sfumata e la diagnosi più difficile».
Il caso botulismo di Diamante e il ruolo strategico dell’antitossina
Tra le esperienze più complesse affrontate dal reparto c’è il focolaio di botulismo verificatosi nell’agosto 2025 a Diamante, collegato al consumo di alimenti acquistati da un food truck. Un episodio che ha portato all’Annunziata 28 pazienti e che ha richiesto un importante sforzo organizzativo e assistenziale. «Il botulismo non è una patologia con cui ci confrontiamo quotidianamente. È molto rara: un medico, nell’arco della sua vita professionale, può incontrare uno o due casi, non di più. È però una patologia potenzialmente letale. A Cosenza, fortunatamente, non abbiamo avuto vittime: siamo riusciti a dimettere tutti i pazienti, 28 per la precisione, che sono stati poi sottoposti a un percorso riabilitativo durato mesi. Il botulismo è causato da uno dei veleni più potenti esistenti in natura». Il caso di Diamante ha presentato caratteristiche particolari. «Solitamente il botulismo si sviluppa nelle conserve domestiche. In questo caso, invece, si trattava di una conserva industriale, che ha interessato un numero consistente di persone. All’Annunziata abbiamo effettuato le diagnosi e, grazie anche al direttore generale, il dottor De Salazar, siamo riusciti a mettere in piedi una macchina organizzativa molto efficiente per trasferire da Roma, dai depositi del Ministero della Salute, l‘antitossina botulinica, che è l’unico antidoto disponibile».
La disponibilità tempestiva del farmaco è stata determinante. «L’antitossina non esiste in commercio: è conservata soltanto in alcuni depositi custoditi dal Ministero della Salute e viene trasferita quando se ne presenta la necessità. È efficace, però, soltanto se somministrata precocemente. La tempestività è tutto, perché il farmaco non cura la malattia, ma ne blocca l’evoluzione. Se si riesce a intervenire subito, la prognosi sarà favorevole; se passa troppo tempo, invece, può diventare infausta». La procedura ordinaria prevede che, in presenza di un sospetto di botulismo, venga richiesto attraverso il Centro antiveleni il trasferimento di una fiala. Una modalità che, nel caso di un focolaio con un numero inizialmente imprevedibile di persone coinvolte, avrebbe potuto non essere sufficiente. «La nostra Direzione è riuscita a trasferire in anticipo da Roma alla Calabria, all’Annunziata, un quantitativo di antitossina, così da averla a disposizione e poterla somministrare tempestivamente. Questo ci ha consentito di salvare tutti i pazienti che erano venuti a contatto con la tossina». Da quell’esperienza è nato un risultato importante per l’organizzazione sanitaria del territorio: l’Annunziata è diventata un microdeposito autorizzato e stabile di antitossina botulinica, con una funzione di riferimento per il Mezzogiorno. Il nuovo assetto consente di ridurre sensibilmente i tempi di intervento anche per le altre strutture del Sud. Bruni ha citato, a questo proposito, il trasferimento di una fiala a Reggio Calabria in occasione di un caso di intossicazione da botulino: «I colleghi dell’Ospedale di Reggio hanno attivato il Centro antiveleni, che ha posto l’indicazione alla somministrazione dell’antitossina. Il farmaco è stato trasferito da Cosenza a Reggio nell’arco di due ore, mentre con la procedura ordinaria sarebbe stata necessaria almeno una giornata».
Traumi gravi, lavoro di équipe e riabilitazione precoce
Gli incidenti stradali rappresentano la principale casistica tra i traumi gravi affrontati dal reparto, ma non mancano incidenti sul lavoro e ferimenti da arma da fuoco soprattutto durante la stagione venatoria. Situazioni che richiedono interventi immediati e una stretta collaborazione tra più specialisti. «La gran parte dei traumi gravi è legata agli incidenti stradali, ma capitano anche incidenti sul lavoro e ferimenti da arma da fuoco. In questi casi è necessario un lavoro di équipe con i colleghi del Pronto soccorso, che sono i primi ad accogliere i pazienti, e con quelli delle chirurgie e dell’ortopedia, perché spesso si tratta di persone che devono essere sottoposte a più interventi chirurgici. Poi arrivano in Terapia Intensiva, dove a volte rimangono anche mesi». Per gestire degenze così lunghe, l’Annunziata ha integrato nel reparto la presenza di fisioterapisti per dodici ore al giorno. «Ci sono stati casi di pazienti rimasti in terapia intensiva anche due mesi. Grazie ai fisioterapisti riusciamo a gestirli per un periodo di tempo molto lungo e a iniziare sin da subito un percorso riabilitativo, che consente un recupero più precoce».
Pronto soccorso, organizzazione e telemedicina per ridurre le attese
Il rapporto tra Rianimazione e Pronto soccorso è un altro elemento centrale nella gestione delle emergenze. È qui che avviene la prima valutazione del paziente e si definisce il percorso diagnostico e terapeutico. «Il Pronto soccorso è la porta d’ingresso dell’ospedale ed è il luogo in cui viene effettuata la prima diagnosi. Un errore commesso in questa fase può ripercuotersi su tutta la catena assistenziale. È un luogo fondamentale, perché qui si decide il percorso di cura, quello diagnostico, il reparto in cui il paziente deve proseguire le cure e anche l’intensità dell’assistenza necessaria». Bruni ha richiamato l’esempio del focolaio di botulismo, quando il Pronto soccorso ha svolto un ruolo decisivo nello screening dei pazienti, distinguendo chi presentava effettivamente sintomi e aveva avuto un contatto con la tossina da chi si era rivolto all’ospedale per paura o suggestione. All’Annunziata, l’organizzazione del Pronto soccorso è stata ripensata attraverso la suddivisione in aree omogenee, con percorsi differenti in base alle condizioni dei pazienti. «Abbiamo un’area dedicata ai cosiddetti pazienti verticali, cioè quelli che riescono a stare seduti in poltrona e che possono essere gestiti in giornata. Il paziente arriva, viene accompagnato in quest’area, dove si sviluppa tutto l’iter diagnostico, e nel giro di poche ore può essere dimesso. Poi c’è l’area delle barelle, dove arrivano i pazienti più gravi, che possono rimanere al massimo ventiquattro ore prima di essere ricoverati o dimessi». Un ruolo importante è affidato anche alla presa in carico infermieristica: sulla base di protocolli definiti dalla Direzione strategica, gli infermieri possono avviare già all’arrivo del paziente una serie di esami ematochimici e strumentali, in modo che il medico abbia a disposizione i risultati al momento della visita. Un’organizzazione che ha contribuito a ridurre il fenomeno del boarding, ovvero la permanenza prolungata in Pronto soccorso in attesa di un posto letto. «I pazienti che rimangono in boarding oltre le ventiquattro ore non superano i quindici-venti, a fronte di un numero che solitamente si attesta tra sessanta e settanta per un ospedale con un Pronto soccorso delle dimensioni di quello di Cosenza, dove gli accessi sono circa 250 al giorno, con una quota consistente di ambulanze provenienti da tutta la provincia e anche da fuori provincia». Tra gli strumenti utilizzati per gestire alcuni pazienti meno gravi c’è anche la telemedicina. «A Cosenza i pazienti che necessitano di osservazione possono essere dimessi precocemente e monitorati a distanza. Prima di tornare a casa viene posizionato un braccialetto che rileva alcuni parametri vitali, come la saturazione e la pressione arteriosa. Gli infermieri dell’ospedale provvedono al monitoraggio e, se un parametro si altera, arriva subito un alert al medico di turno, che può attivare i soccorsi e disporre il rientro del paziente in ospedale».
Ictus ischemico, riconoscere i segnali e intervenire
L’ictus ischemico, così come quello emorragico, rappresenta un’altra emergenza nella quale la rapidità della diagnosi e l’attivazione del percorso assistenziale sono determinanti. Il professore Bruni ha ricordato che esistono diversi approcci terapeutici, farmacologici o interventistici, e che a Cosenza è presente una rete di competenze che coinvolge radiologia e neuroradiologia interventistica, neurologia e neurochirurgia. «Alterazioni dello stato di coscienza e cefalee molto intense sono segnali che devono indurci a chiedere aiuto. Se il medico del 112 sospetta uno stroke, quindi un ictus ischemico o emorragico, attiva un percorso diretto che prevede il trasferimento del paziente all’ospedale di Cosenza, quando proviene dalla provincia. Qui viene sottoposto a una serie di esami per valutare la gravità della condizione e individuare il trattamento più appropriato». Non tutti gli ictus hanno la stessa gravità: alcuni pazienti presentano sintomi più lievi e possono essere ricoverati in Neurologia, mentre quelli più gravi, che non riescono a sostenere autonomamente le funzioni vitali e necessitano di essere intubati e assistiti da un respiratore, vengono trasferiti in Terapia Intensiva. «Non è detto che i danni siano irreversibili. A volte i pazienti sono più gravi perché il danno è stato imponente, ma molti recuperano. La percentuale di recupero che abbiamo in terapia intensiva è molto alta e fortunatamente la mortalità è bassa». Dopo la fase acuta, quando necessario, il percorso prosegue con la riabilitazione in strutture dedicate all’interno della Regione. Un capitolo importante riguarda anche la prevenzione. «Correggere lo stile di vita, prestare attenzione al colesterolo, al fumo di sigaretta e alla pressione arteriosa, fare attività fisica: sono tutte azioni che aiutano a prevenire gli eventi cardiovascolari, quindi l’ictus e l’infarto. È sempre opportuno mantenere uno stile di vita adeguato». Esistono, inoltre, condizioni come malformazioni vascolari e aneurismi che possono essere difficili da individuare preventivamente, ma il controllo della pressione arteriosa resta un elemento importante per ridurre alcuni rischi.
Il caso di encefalite e le nuove tecnologie per la sicurezza dei pazienti
Nel corso dell’intervista Bruni ha raccontato anche un caso particolarmente complesso affrontato recentemente dal reparto: quello di una giovanissima paziente di 12 anni colpita da encefalite, una patologia rara che ha richiesto una degenza di diversi mesi e un approccio terapeutico articolato. «La complessità è legata innanzitutto alla difficoltà della diagnosi. È una patologia rara, che spesso viene trattata all’interno di centri di riferimento nazionali. Noi siamo stati in grado di trattarla a Cosenza. Anche l’approccio terapeutico è stato difficile, con una terapia multifarmacologica che ha richiesto tempo e una degenza molto lunga». Un caso che, secondo il direttore, testimonia il cambiamento avvenuto negli ultimi anni nelle strutture sanitarie calabresi. «Qualche anno fa sarebbe stato impensabile poter curare in Calabria una paziente così giovane con una patologia tanto complessa, perché mancavano le tecnologie e il personale. Oggi le cose sono cambiate: gli ospedali calabresi, in particolare quello di Cosenza, sono dotati di tecnologie avanzate e di personale con esperienza e conoscenze adeguate per affrontare casi complessi. L’Annunziata, da questo punto di vista, non ha nulla da invidiare alle strutture del Nord». La paziente ha recuperato completamente ed è tornata alla propria vita quotidiana dopo una lunga ospedalizzazione. Un risultato raggiunto anche grazie all’attenzione rivolta alla prevenzione delle complicanze legate alle degenze prolungate in Terapia Intensiva, a partire dalle infezioni correlate all’assistenza. In questo ambito, Bruni ha citato l’utilizzo di dispositivi robotici dotati di intelligenza artificiale, che collaborano con il personale infermieristico e sociosanitario. «Sono strumenti che aiutano a eseguire le manovre di igiene sui pazienti e anche quelle di somministrazione delle terapie in modo adeguato, per evitare che durante queste attività possano trasmettersi infezioni da un paziente all’altro».
Rianimazione aperta, i familiari parte attiva nel percorso di cura
Tra i temi più significativi della puntata, quello della Rianimazione aperta, un modello organizzativo che consente ai familiari di accedere alla Terapia Intensiva per un arco di tempo molto più ampio rispetto alle modalità tradizionali e di partecipare al percorso assistenziale. «La rianimazione aperta è un modello organizzativo innovativo, presente in molte realtà europee, che prevede la partecipazione dei familiari al processo di cura. Non si tratta soltanto del fatto che il familiare venga a fare visita al proprio congiunto, ma di renderlo partecipe di tutto quello che succede intorno al paziente». All’Annunziata i familiari possono accedere liberamente in Terapia Intensiva dalle 10 del mattino alle 23, nel rispetto delle regole igienico-sanitarie, tra cui il lavaggio delle mani e l’utilizzo della mascherina. Un modello che si accompagna alla presenza di uno psicologo nel reparto, a sostegno sia dei pazienti sia delle loro famiglie, e alla collaborazione di un’associazione che offre compagnia alle persone ricoverate, anche attraverso la lettura di libri e la visione di film. «Il tempo in terapia intensiva per chi è ricoverato non passa mai. Per i pazienti coscienti, che non sono sedati e non sono intubati, è importante avere qualcuno accanto, poter parlare con una persona. La psicologa si occupa anche e soprattutto dei familiari: instaura con loro un dialogo, li accompagna al letto del proprio congiunto e accoglie i loro bisogni». Il sostegno non si interrompe con la dimissione dalla Rianimazione. Il passaggio in un reparto o in una struttura riabilitativa può essere vissuto con ansia e disorientamento, tanto dal paziente quanto dai familiari. «Cerchiamo di rendere questa esperienza il meno traumatica possibile. Anche il momento in cui si deve lasciare la rianimazione può destabilizzare e fare paura, perché non si sa cosa succederà dopo. Per questo accompagniamo pazienti e familiari anche in questa fase. La nostra psicologa mantiene i contatti con la famiglia e con il paziente, quando è in grado di comunicare, anche dopo il trasferimento in riabilitazione. Continuiamo, dunque, a seguire i pazienti anche dopo la dimissione dalla rianimazione». La scelta di aprire il reparto ai familiari è maturata proprio durante il focolaio di botulismo di Diamante. «Erano tutti pazienti giovani. Il botulismo è una malattia terribile, che paralizza la muscolatura, compresa quella respiratoria, fino a impedire ai pazienti di respirare. La coscienza, però, rimane integra: il paziente non riesce più a muoversi, perde il controllo del proprio corpo, ma resta perfettamente cosciente. Era una condizione particolarmente traumatica, sia per i ragazzi ricoverati sia per i genitori che si trovavano all’esterno». La presenza dei familiari ha avuto effetti anche sulla gestione clinica dei pazienti: «Quando abbiamo deciso di aprire la terapia intensiva ai familiari, abbiamo ottenuto anche una riduzione del ricorso ai sedativi. La presenza dei propri cari rappresentava, infatti, una sorta di sedativo naturale per quei ragazzi. Da quella esperienza in poi abbiamo adottato questo nuovo modello organizzativo».
Università, ricerca e formazione: investire sulle nuove generazioni
Un altro elemento centrale per il rinnovamento della medicina d’emergenza è il rapporto con l’Università della Calabria, che ha favorito la presenza di giovani specializzandi e tirocinanti all’interno dei reparti dell’Annunziata. «L’Università della Calabria è stata fondamentale nel processo di rinnovamento dell’Annunziata, perché ha permesso a molti giovani specializzandi e tirocinanti di frequentare i reparti dell’ospedale. Questi ragazzi rappresentano spesso uno stimolo anche per i colleghi più esperti e contribuiscono a portare avanti progetti e protocolli di ricerca». Attualmente, ha riferito Bruni, nel Pronto soccorso dell’Annunziata sono in corso cinque progetti di ricerca. Un dato che si inserisce in un percorso di maggiore attrattività delle discipline legate all’emergenza-urgenza, per lungo tempo considerate poco ambite a causa delle grandi responsabilità e dei limitati riconoscimenti professionali. «Oggi stiamo assistendo a un cambio di paradigma. All’Annunziata abbiamo bandito un concorso per sei posti di Anestesia e Rianimazione e hanno partecipato quasi cinquanta persone provenienti da tutta Italia, anche molto giovani. Nell’ospedale di Cosenza lavorano tanti ragazzi che arrivano da fuori regione e che hanno scelto di operare nel campo dell’emergenza-urgenza». La possibilità di fare ricerca clinica, partecipare alla didattica, acquisire nuove competenze e confrontarsi con tecniche innovative rappresenta un fattore importante per trattenere e attrarre giovani professionisti. «Oggi tutto questo è possibile anche all’Annunziata di Cosenza, grazie al contributo dell’Università della Calabria. È un elemento che ci ha consentito di avvicinare molti giovani specializzandi al mondo del Pronto soccorso e dell’emergenza-urgenza».
Informazione ai cittadini, reti sanitarie e nuove opportunità di cura
La formazione non riguarda soltanto i professionisti. Il reparto promuove anche iniziative di informazione rivolte alla popolazione. Tra gli appuntamenti annunciati da Bruni, un simposio meridionale dedicato all’emergenza-urgenza, in programma il 2 e 3 dicembre prossimo all’Università della Calabria, con la partecipazione di esperti e professionisti provenienti da tutta Italia. L’obiettivo è favorire la condivisione delle conoscenze e rafforzare la collaborazione tra strutture sanitarie. «In questi anni, all’Annunziata abbiamo lavorato per creare una rete con altre realtà sanitarie del Paese, alcune delle quali possiedono competenze specifiche che da noi non sono ancora presenti o che non abbiamo ancora sviluppato con gli stessi volumi di attività. È un confronto reciproco: loro offrono un contributo a noi e noi lo offriamo a loro. Questo ci permette di migliorare la qualità dell’assistenza e, allo stesso tempo, di sviluppare nuovi progetti di ricerca».Sempre in collaborazione con l’Unical è stato elaborato un progetto per l’attivazione di un master sulle infezioni ospedaliere, con avvio previsto a gennaio e rivolto ai professionisti del settore. Un percorso formativo che si lega a una delle grandi sfide della sanità contemporanea: contrastare le infezioni correlate all’assistenza attraverso una maggiore consapevolezza e un utilizzo appropriato delle terapie antibiotiche.
La lezione del Covid e l’importanza dell’organizzazione
La pandemia ha lasciato un segno profondo nel lavoro dei professionisti sanitari, ma ha rappresentato anche un’esperienza formativa per molti giovani medici che si sono trovati a gestire un numero elevato di pazienti e situazioni cliniche complesse. « È stata una vera palestra professionale. Numerosi specializzandi di allora, oggi diventati professionisti, hanno lavorato gestendo un volume molto elevato di pazienti. Questo ha consentito loro di acquisire nuove competenze e tecniche, arricchendo il proprio bagaglio professionale». Ma la lezione più importante, secondo Bruni, riguarda la necessità di programmare e organizzare la risposta sanitaria. «La pandemia ci ha insegnato quanto sia fondamentale il lavoro di squadra e quanto conti la programmazione sanitaria. Ci siamo trovati impreparati ad affrontare qualcosa che pensavamo non potesse mai accadere, ma che invece è successo. Oggi sappiamo che potrebbe ripetersi, magari in altre forme e in altre circostanze». Un’esperienza che ha mostrato come la preparazione di un professionista non possa limitarsi alle sole competenze cliniche. «L’organizzazione deve entrare a pieno titolo nel bagaglio culturale di ogni professionista sanitario. Spesso ci concentriamo sugli aspetti strettamente clinici, trascurando quelli organizzativi. Invece, la capacità di organizzare una risposta e di intervenire rapidamente rappresenta un elemento fondamentale nella professione medica».
Innovazione e aggiornamento continuo per una medicina in evoluzione
In chiusura, uno sguardo alle innovazioni che stanno cambiando il lavoro dei medici e alle nuove opportunità offerte dalla ricerca. «Si stima che il 50% delle conoscenze mediche diventi obsoleto nell’arco di cinque anni. Chi esercita la professione medica deve quindi aggiornarsi continuamente, partecipare a congressi e conoscere le nuove realtà. È necessario, inoltre, fare ricerca, perché non può esserci una buona attività clinica senza una solida attività di ricerca alla base». Un impegno che, secondo Bruni, si traduce nella possibilità di garantire cure in linea con le più recenti linee guida e di utilizzare le tecnologie più avanzate disponibili. «Oggi siamo in grado di garantire cure in linea con le più recenti linee guida, utilizzando le tecnologie più avanzate disponibili in ambito medico. Questo ci ha permesso di raggiungere risultati importanti, trattare anche patologie complesse e fare dell’Annunziata un presidio di sicurezza nell’ambito dell’emergenza-urgenza».
