«I Graviano due ragazzi seri». Le intercettazioni di Facciazza e l’asse Calabria-Sicilia per il patto eversivo
Le motivazioni sul processo d’Appello bis: le intercettazioni dell’operazione “Res Tauro” confermano la «deliberazione unitaria assunta al vertice» e il ruolo di Filippone come «snodo operativo»
REGGIO CALABRIA «Dopo Riina c’erano i Graviano… quando c’era allora tutte queste cose qua». A parlare è Pino Piromalli, detto “Facciazza”, storico boss dei clan di ‘ndrangheta di Gioia Tauro. A registrarlo, mentre si confronta in campagna con due sodali, sono state le cimici della Dda di Reggio Calabria nell’ambito dell’operazione “Res Tauro”, l’inchiesta che nel settembre 2025 lo ha riportato in carcere. Registrazioni che sono entrate nel processo d’appello bis “‘Ndrangheta stragista”, offrendo un nuovo riscontro sulla comune strategia d’attacco alle istituzioni dell’asse ‘Ndrangheta-Cosa nostra, così come spiegato nelle motivazioni della sentenza. Alla sbarra Giuseppe Graviano e Rocco Santo Filippone, condannati all’ergastolo come mandanti dell’agguato in cui, il 18 gennaio 1994, morirono i carabinieri Antonino Fava e Vincenzo Garofalo.
La chiacchierata a Gioia Tauro e il ruolo dei fratelli di Brancaccio
L’indagine Res Tauro, illustrata in aula dall’ufficiale di polizia giudiziaria Diego Berlingeri, ha dimostrato come Piromalli – tornato in libertà nel maggio 2021 dopo ben 22 anni di detenzione – si fosse ripreso la gestione della cosca. Il passaggio fondamentale delle intercettazioni risale al 30 dicembre 2022. Durante un incontro tra gli alberi nella Piana, Pino Piromalli ripercorre la storia del carcere e i profili dei grandi boss, soffermandosi su Filippo e Giuseppe Graviano e definendoli «du’ figghioli seri dave…» (due ragazzi seri davvero). A chi gli chiede se i due palermitani fossero entrati in rotta di collisione con Totò Riina, “Facciazza” risponde senza esitare: «No! I Graviano no, assolutamente no. Sunnu i palermitani». E ribadisce che i due fratelli non si erano staccati dal gruppo di testa, spiegando che «dopu Riina c’eranu i Graviano» nel momento in cui si verificavano «tutte queste cose qua».
Per i magistrati di Reggio Calabria, definire i Graviano due ragazzi seri sarebbe «un giudizio pienamente positivo sull’affidabilità criminale e sull’inserimento nel circuito decisionale di vertice», traducendosi in un reale «riconoscimento reciproco tra organizzazioni».
Altrettanto decisivo è il collocamento temporale esplicitato dal capocosca. Affermando che subito «dopu Riina c’eranu i Graviano» nella gestione di «queste cose qua», Piromalli riconosce la continuità di comando indicando nei fratelli palermitani «i soggetti subentrati nella direzione operativa delle iniziative più rilevanti dell’organizzazione».
L’intesa tra le cosche e la catena d’esecuzione
Dalle carte del verdetto emerge come la relazione tra i Piromalli e la mafia palermitana si inserisse in una «continuità storica di cooperazione tra le due organizzazioni». Sul piano dell’attuazione pratica, la sentenza evidenzia come le decisioni scendessero lungo una precisa catena gerarchica in cui Rocco Santo Filippone assumeva il ruolo di «snodo operativo». Quale rappresentante del mandamento tirrenico, Filippone riceveva le direttive concordate con la componente siciliana e le trasferiva agli esecutori materiali degli agguati. Si realizzava così un modello in cui spettava «ai Graviano il livello strategico e di impulso, ai Piromalli – tramite Filippone – l’attuazione nel territorio calabrese».
A nulla rileva la circostanza che Pino Piromalli e Giuseppe Graviano potessero non essersi incontrati di persona a causa dei lunghi periodi di carcerazione. I giudici sottolineano che «nei contesti mafiosi, la salvaguardia del “capo” è una priorità soprattutto, come nel caso in esame, se trattasi di un capo latitante ( e Graviano lo era). I rapporti, le conoscenze, le condivisioni tra i capi avvengono attraverso canali privilegiati non sempre conosciuti o conoscibili».
Le rivelazioni sulla “Commissione per le stragi”
A chiudere il cerchio si aggiunge un’ulteriore intercettazione del 17 gennaio 2021 tra Francesco Adornato, uomo di fiducia di Piromalli, e Giuseppe Ferraro. Parlando ignari di essere intercettati, Adornato rivela che i vertici della ‘ndrangheta «li hanno messi all’epoca nella commissione per le stragi di Stato» e che i capi «hanno deciso di avallare la strage di Stato con i siciliani». Nel dettaglio del racconto, Adornato precisa che «Pino Piromalli non c’era, ma che lo avrebbe rappresentato Nino Testuni», il quale «ha risposto anche per lui», mentre il boss Luigi Mancuso cercò di opporsi e «ha pestato i piedi». «Tali captazioni – scrivono i giudici – costituiscono riscontro esterno individualizzante, proveniente da fonte autonoma rispetto al circuito dichiarativo dei collaboratori, in ordine alla deliberazione di adesione della ‘ndrangheta alla strategia stragista e al ruolo dei vertici della cosca Piromalli – della quale Filippone era referente apicale nel mandamento tirrenico – e si saldano con la conversazione del 30 dicembre 2022, nella quale lo stesso Pino Piromalli, commentando il presente processo, ha affermato che “dopo Riina c’erano i Graviano”, così confermando autonomamente la successione di leadership nella gestione della fase stragista».
Il Corriere della Calabria è anche su WhatsApp. Basta cliccare qui per iscriverti al canale ed essere sempre aggiornato
