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Riforma ma non troppo

Un licenziamento economico che va e viene. Sostanzialmente, con l’accordo politico multipartisan (perché di questo si tratta), intervenuto nella serata del 4 aprile scorso, cambia poco rispetto all…

Pubblicato il: 18/04/2012 – 12:30
Riforma ma non troppo

Un licenziamento economico che va e viene. Sostanzialmente, con l’accordo politico multipartisan (perché di questo si tratta), intervenuto nella serata del 4 aprile scorso, cambia poco rispetto all’iniziale orientamento Monti/Fornero, salvi il rafforzamento della commissione di conciliazione tra azienda e rappresentanze sindacali, cui viene rimessa la prima valutazione sull’intervenuto licenziamento, e la previsione della fattispecie dell’abuso del datore di lavoro nell’opzione del licenziamento economico.
Alla solita commissione di conciliazione viene rimesso il compito di esaminare la consistenza degli elementi probatori dell’interruzione del rapporto di lavoro. In buona sostanza, essa dovrà verificare le prove tecniche, giustificative dello stato di crisi economica e, quindi, del licenziamento disposto per motivi oggettivi. Un onere, questo, che spetterà, esclusivamente, al datore di lavoro licenziante (almeno questo!), tenuto a mettere a disposizione, ovunque, la prova concreta delle difficoltà economiche giustificative dell’interruzione del rapporto di lavoro individuale dal medesimo disposto.
In difetto di conciliazione, sarà compito del giudice, chiamato a decidere sulla legittimità dell’accaduto, disporre il reintegro del dipendente, qualora la causa economica, che ne ha determinato il licenziamento, dovesse risultare manifestatamente insussistente.
Su tutto riemerge, rispetto a quanto sostenuto costantemente dal ministro Elsa Fornero – che nel frattempo non risparmia messaggi (a)promozionali intesi quasi ad esaltare la incertezza del posto di lavoro come nuova condizione sociale -, l’individuazione di una nuova metodologia processuale, meglio, di una nuova condizione giuridica abilitativa della particolare tipologia di licenziamento.
Nel testo in circolazione è dato constatare la conferma dell’esercizio dell’attività di mediazione, assicurata dalla direzione territoriale del lavoro, quale condizione di accesso al percorso giudiziale, garante dei diritti costituzionali, nel corso del quale il licenziato, che ritiene di essere stato leso nei suoi diritti, ha modo di dimostrare l’intervenuto abuso del suo datore di lavoro, eventualmente perpetrato ai suoi danni. Quest’ultimo sarà tenuto, pertanto, a fornire la prova concreta della situazione economica che ha reso possibile il licenziamento, pena la possibilità di essere condannato al reintegro del lavoratore.
In buona sostanza, l’accordo politico intervenuto aggiunge qualcosa di procedurale e obbliga il datore di lavoro all’onere della relativa prova, ma lascia integra l’opzione del licenziamento motivato da ragioni economiche “provate”. Mi riferisco anche a tutte quelle nei confronti delle quali non potrà essere eccepita “la manifesta insussistenza del fatto posto a base del licenziamento per giustificato motivo oggettivo”. Una condizione, questa, che potrebbe essere, non solo attentamente precostituita da chi ha interesse a farne uso, ma che potrebbe essere strumentalmente utilizzata a seguito di politiche industriali tendenti a decentrare gradatamente e/o a trasferire altrove l’impegno produttivo.
Insomma, tra le righe della vivace contestazione tra il governo e i sindacati (che guadagnano giornalmente il consenso sociale rispetto ai partiti che lo perdono progressivamente e sensibilmente!), si è perfezionata sulla difesa del lavoro una quasi rinuncia della politica. Tutti perdono e tutti vincono, spesso invertendo l’interpretazione dei ruoli tradizionali. La sinistra dice (davvero particolare la dichiarazione di Bersani che dà il suo consenso al testo e poi “ritira la penna”) e fa ciò che diceva la destra e viceversa. La difesa dei diritti dei lavoratori è appena accennata dai partiti, distratti come sono sul progetto di crescita che non c’è e sulle nuove occasioni di lavoro, che sono in milioni ad attendere invano.
Interessante (se così può dirsi!), la previsione della verosimile estensione alla pubblica amministrazione (art. 2), rinviata a prossimi provvedimenti applicativi, identificativi degli ambiti, delle modalità e dei tempi necessari per armonizzare la disciplina complessiva.
Sarà un modo, questo, per coinvolgere e responsabilizzare la burocrazia nella determinazione delle scelte, soprattutto di quelle orientate a migliorare l’economia pubblica e ad ottimizzare le prestazioni che non ci sono. Tutto questo rappresenterà: da una parte, un incentivo alla crescita professionale dei dipendenti pubblici, da sempre trascurati nella formazione continua, fatte salve le rare occasioni garantite soprattutto dalla scuola superiore per la pubblica amministrazione (Sspa); dall’altra, a pesare oggettivamente quei comportamenti che, spesso e volentieri, rappresentano i presupposti di indebite percezioni di integrazione stipendiali di risultato, fatte proprie da tutti a prescindere.
Una domanda: il testo condiviso (appellato a riforma epocale dal premier Monti, della quale affermazione che ci spiegherà, poi, i motivi!) migliorerà le condizioni di vita del Paese e favorirà la nuova occupazione (partite Iva a parte)?
Saranno in tanti a ritirare la penna (Bersani, docet), a seguito dei risultati!

Post scriptum: quanto mi manca Enrico Berlinguer!

*Docente Unical

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