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Figli sottratti alle famiglie di `ndrangheta

REGGIO CALABRIA La scelta farà discutere, e di sicuro muove da una considerazione di fondo sull`ineluttabilità del destino mafioso. È per questo che il Tribunale dei minori di Reggio Calabria sta s…

Pubblicato il: 05/09/2012 – 12:14
Figli sottratti alle famiglie di `ndrangheta

REGGIO CALABRIA La scelta farà discutere, e di sicuro muove da una considerazione di fondo sull`ineluttabilità del destino mafioso. È per questo che il Tribunale dei minori di Reggio Calabria sta sperimentando una serie di provvedimenti «d`urgenza» per togliere i figli minorenni alle famiglie di `ndrangheta e affidarli al servizio sociale in comunità fuori dalla Calabria. L`idea è quella di fargli conoscere un altro mondo. Diverso nel modo di vivere e nella mentalità. Una linea che non ha precedenti, anche per i modi adoperati. I minori, infatti, vengono trasferiti «inaudita altera parte», cioè senza contraddittorio con le famiglie-controparti, differito a un secondo momento in presenza di emergenze e rischi per l’integrità psicofisica dei minori da tutelare. Lo racconta il Corriere della Sera in un servizio di Luigi Ferrarella.
È una nuova strada che mira a scardinare il legame più forte che esista nel contesto `ndranghetistico. Quello che cementa i clan e rende infame chi si pente. Vincoli di sangue recisi e paure che si affacciano anche nelle strutture che dovrebbero eseguire i provvedimenti: alcuni assistenti sociali si sono già dati malati pur di non dover presentarsi a casa dei boss a eseguire le disposizioni del Tribunale.
La strada aperta dal giudice Roberto Di Bella è diversa dalla decadenza dalla potestà sui figli minori che talvolta viene dichiarata dai magistrati, come pena accessoria alle sentenze definitive. Queste decisioni sono “anticipate” e molto più delicate. Lo dimostra, ad esempio, la misura adottata per un ragazzo di 16 anni, rampollo di una delle più potenti famiglie di ’ndrangheta, pizzicato con altri amici attorno a un’auto danneggiata della Polizia ferroviaria di Locri. Nonostante l`assoluzione per carenza di prove nel processo per furto e danneggiamento, l`istruttoria ha presentato un contesto familiare disastroso: il padre ucciso in un agguato mafioso, i fratelli arrestati e condannati per associazione mafiosa e omicidi, l’adolescente è segnalato spesso a tarda notte in compagnia di pregiudicati, infila assenze a raffica a scuola da cui infine viene ritirato, parla di sé «con una certa rassegnazione a una vita segnata», la madre «non appare idonea a contenerne la pericolosità come comprovato dalla sorte degli altri figli», e «neppure il contesto parentale allargato» (nonni, zii) «offre garanzie per l’educazione del giovane», avendo la «famiglia» di appartenenza «un ruolo di spicco nella criminalità organizzata del territorio di residenza».
Un quadro che ha portato i giudici Di Bella e Francesca Di Landro a emettere, su richiesta del pm minorile Francesca Stilla, «un provvedimento limitativo della potestà genitoriale»; a nominare al 16enne un curatore speciale, visto «il conflitto di interessi tra lui e la madre incapace di indirizzarlo al rispetto delle regole civili e tutelarlo»; e a ritenere «indispensabile affidare il minore al servizio sociale per inserirlo subito in una comunità da reperirsi fuori dalla Calabria, i cui operatori professionalmente qualificati siano in grado di fornirgli una seria alternativa culturale».
Per i giudici minorili, infatti, «è l’unica soluzione per sottrarre» il 16enne «a un destino ineluttabile, e nel contempo consentirgli di sperimentare contesti culturali e di vita alternativi a quello deteriore di provenienza», nella speranza «possa affrancarsi dai modelli parentali sinora assimilati».
Il giudice Di Bella vorrebbe far diventare questo nuovo corso più sistematico, nonostante i ricorsi delle famiglie. Nell’unico sinora passato al vaglio della Corte d`appello, il reclamo è stato respinto confermando l’affidamento ai servizi sociali in una comunità fuori Calabria dei tre bambini di Maria Concetta Cacciola, «usati dai nonni come strumento di ricatto» sulla giovane collaboratrice di giustizia costretta a registrare in un video una falsa ritrattazione e infine uccisasi con l’acido muriatico: «Pressante è l’esigenza di allontanare i tre minori dal contesto familiare permeato da dinamiche malavitose, e comunque da valori “tribali” improntati a una subcultura con un travisato senso dell’”onore” e del “rispetto”».

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