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Il racconto di un inferno. Così è morta Immacolata

REGGIO CALABRIA L’ultimo schiaffo o pugno, Maria Immacolata Rumi l’avrebbe ricevuto mentre – accartocciata per il dolore lancinante che solo la rottura della milza può dare – si dirigeva verso l’os…

Pubblicato il: 08/05/2013 – 9:08
Il racconto di un inferno. Così è morta Immacolata

REGGIO CALABRIA L’ultimo schiaffo o pugno, Maria Immacolata Rumi l’avrebbe ricevuto mentre – accartocciata per il dolore lancinante che solo la rottura della milza può dare – si dirigeva verso l’ospedale. Ma anche quella vana corsa doveva sembrare un affronto a Domenico Laface, da più di trent’anni compagno della donna, che anche durante il tragitto non avrebbe smesso di malmenarla.
Lo hanno capito subito i sanitari, quando si sono trovati di fronte quella donna di mezza età, con il volto insanguinato e tumefatto, in evidente stato di agitazione, mentre Laface – non pago – continuava a minacciarla. «Maria, stai ferma, se no ti meno un pugno», le urlava prima che – con difficoltà – venisse trascinato fuori dalle guardie giurate, mentre i medici tentavano invano di prestare soccorso alla donna. Lo hanno capito subito i carabinieri, allertati dai medici di turno, quando hanno controllato l’auto dell’uomo al cui interno «venivano rinvenute numerose tracce di sangue, sul cruscotto, in corrispondenza del lato passeggero e sul lato interno della portiera anteriore destra, con una conformazione a piccole goccioline di forma tondeggiante, presumibilmente provocate da schizzi».
Ma Maria Immacolata Rumi era già morta. Non ha resistito più di quattordici minuti da quando ha messo piede in ?pronto soccorso. Troppo gravi – ormai – le lesioni causate dalle percosse. Una verità affermata dai risultati dall’esame autoptico qualche giorno più tardi. «All’altezza dell`ottava costola destra si osservava un ematoma sull’ascellare media e la frattura composta … sull’ascellare anteriore; all’altezza della decima costola destra si osserva una frattura composta sull’ascellare anteriore; all’altezza della nona costola sinistra si osserva una frattura composta ma completa sull’ascellare posteriore e un ematoma tra la nona e la decima costola; la loggia splenica era notevolmente emorragica: la milza era grande (lunga a 15 cm) pesava 250 grammi e mostrava tre lesioni lacero-contuse poste sulla superficie esterna costale; di esse la maggiore era posta sulla parte inferiore dell’organo».
Il referto del professor Materazzo, incaricato dalla Procura di effettuare l’autopsia, è una geografia del dolore provato dalla donna e dell’orrore che per anni ha vissuto. Un labirinto che fin dalla tragica mattinata di sabato in cui Immacolata è morta, gli investigatori hanno tentato di ricostruire, ascoltando prima Laface quindi i sei figli della coppia. E sono le vesti – quasi surreali alla luce delle successive risultanze – del compagno amorevole e apprensivo quelle che Laface indossa, parlando con i carabinieri: «Mi diceva che era caduta per terra. Di conseguenza, siccome lei mi riferiva che le faceva male la pancia, le facevo un massaggio alla pancia. Nella circostanza la vedevo un po’ intronata e vedevo che con la mano destra si teneva forte il muso mentre con l’altra si teneva forte la pancia. Pertanto le davo qualche piccolo scuotimento con le mie mani e vedendo che non si riprendeva, la portavo subito al pronto soccorso».
Un quadro quasi idilliaco, da famiglia da tabloid che Laface tenterà di sostenere anche nei successivi interrogatori, durante i quali arriverà a raccontare di serate passate insieme sul divano e di una serenità che difficilmente Immacolata – stando ai segni sul suo corpo – sembra aver conosciuto. «Con mia moglie – dice Laface di fronte al gip – ho sempre avuto un buon rapporto, mi ha dato sei figli, non abbiamo mai litigato e poi perché avrei dovuto menare mia moglie? Ribadisco che non l’ho mai toccata, può esserci stata qualche parola di discussione, ma per i figli, che non è mai degenerata». Nega, Laface. Nega tutto. Di fronte al pm non racconta di quelle liti che anche i vicini avevano imparato a riconoscere dalle grida e dagli insulti che attraversavano le sottili pareti del modesto condominio di Croce Valanidi. Non ammette di averla colpita in auto, ma sostiene di averla trovata sanguinante in casa e di aver addirittura insistito per condurre la donna in ospedale. «Quando sono tornato a casa, ho aperto la porta e ho visto subito mia moglie che stava vicino alla porta di ingresso ed ho visto che si teneva una mano sulla pancia ed un’altra sulla faccia con una maglietta perché le usciva sangue dal naso. Vedendomi, mia moglie mi ha detto “Mi esce sangue dal naso e mi fa male la pancia”. Lei voleva fare il caffè – racconta Laface – ma io le ho detto di non farlo e di andare via subito, ma prima lei si è seduta su una sedia in cucina ed io le ho fatto dei massaggi sulla pancia, le ho anche controllato il naso, gliel’ho pulito, c’era del muco, ma non usciva più sangue. Non ho visto nessun altro segno in faccia». Eppure saranno proprio i lividi e le ecchimosi che Immacolata aveva sul volto ad allarmare i sanitari del pronto soccorso. Inoltre, i carabinieri non troveranno la benché minima traccia di sangue nell’appartamento che in seguito andranno a ispezionare, ma troveranno il cruscotto lato passeggero dell’auto dell’uomo completamente macchiato di sangue.
Ma saranno soprattutto le dichiarazioni dei sei figli della coppia a smentire in fretta la versione del padre. Avvertiti della morte della madre – una notizia che apprendono, annota il gip, senza «eccessiva sorpresa (non si registrano reazioni tipiche dinanzi ad una morte del tutto improvvisa, ma viceversa una certa disperata rassegnazione ad un epilogo quasi annunciato incomprensibile in assenza di peculiari patologie)» – i sei ragazzi diventano un fiume in piena. Raccontano delle liti, delle urla, degli insulti che Immacolata era costretta a subire, raccontano delle botte, dei calci e dei pugni, della gelosia morbosa del padre che mal sopportava che la donna andasse a lavorare. «Voglio aggiungere che ho spesso visto mio padre innervosirsi contro mia madre mentre ci accompagnava al lavoro, le diceva “Vai a lavorare, p…”, questo perché lui non voleva che lei lavorasse perché era geloso», dice agli inquirenti il figlio della coppia che con la madre divideva anche il lavoro presso una casa di cura per anziani.
Ma è soprattutto una figlia – una delle ragazze che ancora viveva in casa con la coppia – a fornire agli inquirenti il quadro dell’inferno quotidiano a casa Laface-Rumi: «I miei genitori litigavano spesso. Mio padre l’ha malmenata con una certa violenza in più occasioni anche in presenza mia e dei miei fratelli. A volte le dava anche pugni sul viso, sul corpo, calci. In qualche occasione l’ha picchiata con un bastone del tipo da passeggio che normalmente sta all’ingresso nel portaombrelli. L’ultima volta che ho assistito all’ennesimo episodio di violenza è stato circa una settimana fa. Eravamo in casa. C’era anche mia sorella… In tale circostanza sono riuscita a farli smettere e a farli calmare. Che io sappia mia madre non si è recata mai all’ospedale a seguito di tali liti».
Liti che scoppiavano sempre per ragioni futili, racconta la ragazza, ma facilmente degeneravano in una violenta scarica di botte: «I miei genitori litigavano sempre per motivi stupidi – dice quasi con rassegnazione la ragazza –. La situazione andava avanti così da anni. Mio padre andava su tutte le furie soltanto perché mia madre gli rispondeva». Tutte circostanze confermate dalle parole degli altri figli della coppia che – «significativamente», sottolinea il gip Barillà – convocati al comando provinciale dei carabinieri per essere sentiti, chiederanno di non rimanere nella stessa stanza del padre, rifiutandosi di incontrarlo o di parlarci. L’ipotesi che Immacolata sia morta per un malore sembrano non prenderla neanche in considerazione, troppo avvezzi ormai alle esplosioni di rabbia incontrollata del padre per non ipotizzare che l’ultima non sia stata fatale a Immacolata.
«Per tutta la durata della loro unione – racconta un’altra delle figlie – mio padre, individuo dall’indole facilmente irritabile, ha sovente assunto nei confronti di mia madre un atteggiamento irac
ondo e violento, arrivando anche a percuoterla con calci, pugni e schiaffi ed addirittura, in talune circostanze, anche con bastoni ed altri oggetti contundenti, cagionando alla donna ecchimosi e tumefazioni anche di entità significativa in ogni parte del corpo. Tale irritabilità degenerava negli atti di violenza in trattazione a seguito delle frequenti discussioni che intercorrevano tra i miei genitori, discussioni che, per lo più, originavano da alcune gelosie di mia madre nei confronti del compagno che, comunque, in altre circostanze, la provocava apertamente con epiteti ingiuriosi. In alcune circostanze, l’uomo è ricorso anche a un’invettiva di carattere apertamente minatorio nei confronti della compagna, rendendola oggetto di epiteti quali “ti ammazzo” o “ti scanno”». Fin qui la versione dei testimoni diretti.
Un calvario pressoché quotidiano che Immacolata non ha mai voluto denunciare e arrivando per questo anche a «discutere animosamente col proprio fratello Fortunato Rumi, deceduto circa dodici anni addietro – racconta la donna –, il quale, a conoscenza della situazione, ha a più riprese suggerito insistentemente alla sorella di prendere idonee iniziative al riguardo».
Dichiarazioni in linea con quelle degli altri figli della coppia, così come dei generi che non hanno esitato a ricordare come «mi è capitato di vedere mia suocera con dei segni sul volto, sicuramente riconducibili a violenza da parte del marito. Questo lo posso dire perché quando mia moglie mi riferiva che mio suocero aveva picchiato la moglie poi, vedendola, notavo quei segni». Segni che Immacolata tentava di giustificare o nascondere, racconta il marito dell’altra figlia, che agli investigatori riferisce come «in più di una circostanza ho rilevato sul volto di mia suocera tumefazioni ed ecchimosi anche di entità significativa. Alla mia richiesta di indicazioni circa l’origine di queste lesioni, mia suocera ha sempre fornito risposte vaghe ed evasive, circostanziando tali accadimenti quali incidenti domestici».
Parole, fatti e circostanze che riassumono le quotidiane angherie che la donna sarebbe stata costretta a subire e –?nonostante il freddo linguaggio burocratico dei verbali – danno il metro del calvario cui non solo la donna ma anche i suoi familiari?sembravano essersi quasi rassegnati. Parole che sono servite al gip Cinzia Barillà per formulare?le accuse – gravissime – a carico di Domenico Laface, accusato di maltrattamenti aggravati perché – si legge nell’ordinanza di custodia – «attraverso reiterati atti di violenza fisica, consistenti nel malmenarla in più occasioni, colpendola anche con pugni e calci sul viso e in ogni parte del corpo, a volte anche con un bastone ed altri oggetti contundenti, che le cagionavano consistenti ecchimosi e tumefazioni; nonché attraverso minacce ed ingiurie, nel corso della loro convivenza ultratrentennale, maltrattava la compagna Rumi Maria Immacolata la quale, in conseguenza dell’ultimo episodio di aggressione, decedeva». Una sintesi fredda ma efficace di oltre trent’anni di angherie che hanno trasformato la vita di Immacolata in un inferno, e la sua casa in una trappola. (0070)

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