Matacena libero a Dubai, in attesa dell`estradizione
REGGIO CALABRIA Almeno negli Emirati Arabi, Amedeo Matacena è un uomo libero di circolare e spostarsi dove meglio crede. In attesa del completamento delle pratiche per l’estradizione, il giudice di D…

REGGIO CALABRIA Almeno negli Emirati Arabi, Amedeo Matacena è un uomo libero di circolare e spostarsi dove meglio crede. In attesa del completamento delle pratiche per l’estradizione, il giudice di Dubai ha deciso di spalancare le porte della cella in cui l’ex parlamentare di Forza Italia è stato rinchiuso il 28 agosto scorso, quando è stato rintracciato e fermato dai carabinieri. Nell’emirato non esiste il reato di associazione mafiosa dunque, almeno a Dubai, non ci sarebbero i presupposti giuridici per tenerlo in cella. In Italia invece sul suo capo pende una condanna passata in giudicato a 5 anni e 4 mesi per concorso esterno in associazione mafiosa. Un verdetto giunto al termine di un lungo e complesso iter giudiziario durato oltre dodici anni anni.
Coinvolto nella maxi-inchiesta “Olimpia”, che non solo ha scompaginato gli assetti delle maggiori cosche di Reggio Calabria, ma ha soprattutto svelato il ruolo della città come laboratorio di oscure trame e connivenze fra `ndrangheta, massoneria, eversione nera e pezzi di Stato, Matacena, condannato in primo grado dal Tribunale di Reggio Calabria a 5 anni e 4 mesi di reclusione, nel 2006 era stato assolto dalla Corte d`assise di Reggio Calabria, in seguito all`annullamento della sentenza emessa dal Tribunale.
Solo quattro anni dopo il procedimento approderà in secondo grado dove l’ex parlamentare incasserà una nuova assoluzione dalla Corte d’assise d’appello. Una sentenza “illogica” per l`avvocato generale dello Stato, Francesco Scuderi, che aveva fatto ricorso alla Suprema corte, incassando un nuovo annullamento con rinvio in appello, il cui esito darà ragione alla pubblica accusa.
Per la Corte d`assise d`appello di Reggio Calabria presieduta da Iside Russo presidente, con Marialuisa Crucitti a latere, Amedeo Matacena è colpevole di aver favorito la cosca Rosmini e per questo da condannare a 5 anni e 4 mesi di reclusione. Una sentenza resa definitiva dalla Cassazione, che nelle durissime motivazioni depositate lo scorso 14 agosto ha sottolineato: «Evidentemente non si può stringere un “accordo” con una struttura mafiosa, se non avendo piena consapevolezza della sua esistenza e del suo modus operandi. Tanto basta per ritenere che Matacena ben sapesse di aver favorito la cosca dei Rosmini (e tanto lo sapeva da aver preteso la esenzione dal “pizzo”)».
A decidere di appoggiare Matacena – eletto nelle file di Forza Italia nel 94 e nel 2001, sarebbero stati – scrivono i giudici della Cassazione – i vertici assoluti della cosca nei cui confronti l’ex parlamentare «era in grado di vantare un credito tale che non solo lo avevano esentato dal pagamento del “pizzo” relativo ai lavori che si stavano eseguendo in via Marina di Reggio Calabria, ma addirittura avevano corrisposto – di tasca propria – alle altre cosche consorziate la quota da imputare al Matacena».
A inchiodarlo – si ricorda in sentenza – sono le parole del pentito Umberto Munaò, per il quale sarebbe stato lo stesso boss Antonio Rosmini a confessare: «Non possiamo insistere perché a noi ci ha sempre favorito, a noi ci favorisce, ci aiuta se abbiamo bisogno, non possiamo forzarlo a darci i soldi.. cerchiamo di farli uscire in modo diverso».
Per i Supremi giudici si tratta di «indizi gravi, precisi e concordanti della serietà e concretezza degli impegni assunti dall’imputato nei confronti del sodalizio criminale per ottenere la sua elezione alla Camera dei deputati nelle elezioni politiche del 1994». Elementi divenuti prove a carico hanno pesato sul destino processuale di Matacena insieme a un’altra vicenda: la folgorante carriera di Giuseppe Aquila, uomo di fiducia dell’ex parlamentare, proiettato da un gramo destino da manovale a bordo dei traghetti Caronte di proprietà della famiglia dell’ex politico, ai comodi uffici della giunta provinciale che era arrivato a presiedere. «Aquila invero – scrivono i giudici – era uomo che faceva parte della famiglia (di sangue e mafiosa) dei Rosmini. E certamente nel circolo criminali del circondario la circostanza non poteva essere ignorata».
Sono queste le motivazioni della sentenza di condanna emessa dalla Cassazione, cui l’ex parlamentare ha cercato di sottrarsi, rendendosi irreperibile. Quando nel giugno scorso i carabinieri hanno tentato di notificargli l`ordine di esecuzione della pena, non lo hanno trovato nè a Roma, nè a Reggio Calabria, tanto meno a Montecarlo, dove l`ex deputato ha stabilito la propria residenza. (0040)