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Povera la sanità che ha bisogno di eroi

La sanità in Calabria vive un disagio che non ha eguali nel Paese. Gli ospedali scoppiano, con le corsie e i pronto soccorso pieni zeppi di “eroi” che si danno da fare per dare il loro contributo a…

Pubblicato il: 13/04/2014 – 22:00
Povera la sanità che ha bisogno di eroi

La sanità in Calabria vive un disagio che non ha eguali nel Paese. Gli ospedali scoppiano, con le corsie e i pronto soccorso pieni zeppi di “eroi” che si danno da fare per dare il loro contributo alla ressa di bisognosi che cercano ivi un riparo. Un territorio inaridito sempre di più da una assistenza che non c’è. L’esercito dei nostri anziani, buoni a garantire la paghetta ai nipoti con le loro pensioni (spesso di invalidità), abbandonati da un sistema che neppure li considera, se non da chi ha interesse economico ad istituzionalizzarli. A fronte di queste cose e di tante altre – che si evitano qui di elencare per mancata propensione per il macabro – una serie di mendaci assicurazioni.
In senso gerarchico. Di un ministro, che ringrazia una Regione per quello che sta realizzando, facendo venire il dubbio che non sappia neppure dove sia la Calabria al netto dei Bronzi di Riace. Di un governatore che declama risultati immaginari e si attribuisce qualità salvifiche sui conti dopo avere raso al suolo le finanze della Città dello Stretto. Direttori generali che, piuttosto che chiedere scusa per i colpevoli accaduti, dei quali si sono resi e si rendono ovunque responsabili, raccontano balle persino a se stessi e vantano meriti che neppure i “parenti”, a diverso titolo, hanno più il buon gusto di riconoscere loro. A fronte di questo spettacolo ci sono i medici e gli operatori tutti. Essi si dividono in due categorie.
Quelli coraggiosi a mettere la faccia nelle rivendicazioni e nella corretta pretesa di potere lavorare come “Ippocrate” comanda, nel senso di fare dignitosamente ciò che spetta loro per lenire le sofferenze altrui. Quelli che, indossata la “tuta blu” della protesta, lottano per un lavoro dignitoso e per i diritti costituzionali dei quali devono rendersi garanti. Quelli che hanno imparato (bene) a parlare in pubblico per necessità a causa del mutismo di chi, di contro, dovrebbe scendere in piazza per fare ivi le battaglie sociale dei deboli, intendendo per tali i poveri, gli ammalati, i single settuagenari e oltre, gli emigrati. Quelli che insomma stanno imparando “per bisogno” l’arte della politica, di quella di una volta. Di quella politica che il grande compagno Enrico Berlinguer ha messo addirittura prima dell’ictus che lo stava uccidendo.   
Poi ci sono gli altri. Quelli che farebbero bene a mettere la loro faccia sotto i piedi. Quelli che rimangono a casa, spesso appiccicati per tranquillizzare il potere con la loro assenza dalle “rivolte”. Quelli che hanno, soventemente, guadagnato una di quelle unità operative complesse o semplici che si regalano a tutti gli amici e che si negano agli altri a prescindere dai loro conclamati meriti. Quelli che fanno la fila nei bar per guadagnare un pacca sulla spalla da parte del politico di turno. Quelli che hanno ancora la faccia tanto tosta da mostrarla ancora in giro, nonostante le elemosine di potere che sono soventi ricevere in cambio del loro modo di concepire la missione.
I primi sono quelli che in questi giorni urlano per l’ospedale dell’Annunziata. Ma soprattutto per noi, per i nostri diritti. Gli altri? Li lasciamo immaginare ai lettori. Ai primi il nostro grazie!
A valle, i cittadini destinatari dei “non servizi”, che in pochi solidarizzano con chi si batte per loro. Anche essi (noi compresi) si dividono in categorie. Benjamin Franklin sosteneva  che gli uomini si dividessero tra quelli che sono mobili, quelli che sono immobili, e quelli che si muovono. Noi aggiungiamo la quarta; quella degli inutili persino a se stessi e ai loro figli. Quelli che le battaglie per la giustizia sociale e per i diritti non le hanno mai fatte, salvo – poi – tirare il petto fuori alla conta dei “morti”. (0040)

*docente Unical

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