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Alfano si ricorda in extremis della Calabria

di Antonio Ricchio   Visto che i presupposti per una vittoria alle elezioni ci sono tutti, venerdì arriverà pure il premier Matteo Renzi per la chiusura della campagna elettorale del centrosin…

Pubblicato il: 18/11/2014 – 14:32
Alfano si ricorda in extremis della Calabria

di Antonio Ricchio

 

Visto che i presupposti per una vittoria alle elezioni ci sono tutti, venerdì arriverà pure il premier Matteo Renzi per la chiusura della campagna elettorale del centrosinistra. Il leader del Pd ha fiutato che l’aria è quella giusta e non vuole mancare al grande appuntamento che Mario Oliverio sta organizzando a Cosenza. Renzi sarà il big più atteso, certo. Ma prima di lui sono arrivati in tanti in Calabria. Gasparri e Toti per Forza Italia, Guerini, Lotti, Boschi, D’Alema per il Pd, Nichi Vendola per Sel, Lorenzo Cesa per l’Udc, Alessandro Di Battista e Lorenzo Di Maio per il Movimento 5 Stelle. E poi ancora Maurizio Sacconi, Gaetano Quagliariello, Beatrice Lorenzin per il Nuovo centrodestra. Un lungo elenco che non ha compreso fino ad oggi il nome di Angelino Alfano. Già, che fine ha fatto il ministro dell’Interno che tanto interesse aveva mostrato finora rispetto alle cose calabresi? Proprio questa sera ha fatto sapere che sarà in Calabria l’ultimo giorno utile prima dell’appuntamento elettorale. 

Tuttavia, tramontata la stagione Scopelliti, sembra essere scemata anche l’attenzione che il titolare del Viminale ha mostrato di avere nei confronti di questa terra. Di lui si ricordano soprattutto le barricate contro la decisione del governo Monti di procedere allo scioglimento del consiglio comunale di Reggio Calabria. Ecco quanto dichiarava Alfano nell’ottobre 2012: «Il provvedimento assunto dal governo nell’ultima seduta del Consiglio dei ministri, riguardo lo scioglimento del consiglio comunale di Reggio Calabria, penalizza e condanna un’intera comunità e non rafforza la presenza dello Stato in questa parte di Paese». Di qui le frequenti discese in riva allo Stretto per rinvigorire – qualora ce ne fosse stato bisogno – il rapporto con Scopelliti.

Pochi mesi dopo Alfano fa anche di più, e firma di suo pugno la prefazione al libro “La democrazia sospesa”, l’instant book presentato dai parlamentari calabresi dell’ex Pdl che aveva il chiaro intento di smontare le tesi che avevano portato allo scioglimento. Alfano verga un pensiero degno della migliore ortodossia scopellitiana: «La finalità di questa pubblicazione risponde alla volontà e all’esigenza di fare luce e chiarezza in merito alle vicende che hanno portato allo scioglimento dell’amministrazione comunale. Nonostante il doveroso rispetto nei confronti delle istituzioni preposte alla decisione, è altrettanto doveroso, in presenza di ragionevoli dubbi e provati elementi in contrasto con questa determinazione, tenerne in considerazione i fattori di rilievo e contribuire con ciò a una operazione di verità».

Fin qui la coerenza è salva. Ma poi succede che Alfano diventi ministro dell’Interno e allora la prospettiva cambia. Da capo del Viminale, l’ex delfino di Berlusconi deve decidere se prolungare o meno di altri sei mesi lo scioglimento di Palazzo San Giorgio. Opta per la prima risoluzione. Il Consiglio dei ministri – su sua proposta – delibera la proroga, con le elezioni amministrative che slittano all’autunno 2014.

Il resto lo fanno la sentenza del “processo Fallara” sul buco finanziario al Comune di Reggio che condanna Scopelliti a sei anni di reclusione per abuso d’ufficio e lo estromette – di fatto – dalla Regione Calabria e la fallimentare candidatura contro tutti e tutti alle elezioni europee. Non è un mistero che Alfano abbia provato in tutti i modi a bloccare Scopelliti, provando a farlo ragionare sull’opportunità di accettare una sfida resa ancora più ardua perché arrivata all’indomani di una sentenza penale di condanna.

Tra i due oramai i rapporti sono ai minimi storici. Scopelliti ufficializzerà il divorzio dal Nuovo centrodestra – partito che pure ha contribuito a fondare – dopo il voto del 23 novembre.
Ma la sorpresa è stata osservare il distacco con cui Alfano ha seguito la campagna elettorale dei vari D’Ascola, Gentile (con Tonino, il senatore, i rapporti sono buoni ma non ottimi dopo la bufera scoppiata con l’Oragate) e Fedele. Si dirà che un ministro dell’Interno, proprio per il ruolo che ricopre, non può essere tirato dalla giacchetta nelle beghe di partito, ma la stessa cosa non l’hanno pensata Lupi e Lorenzin. Anche loro occupano postazioni di rilievo all’interno del governo eppure non ci hanno pensato due volte a essere al fianco dei dirigenti locali del loro partito. Un po’ di lotta, un po’ di governo. Di cui sembra essersi vestito pure Alfano in zona Cesarini.

Twitter: @AntonioRicchio

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