Ultimo aggiornamento alle 17:20
Corriere della Calabria - Home

I nostri canali


Si legge in: 7 minuti
Cambia colore:
 

Processo All Inside, richieste pesanti anche in appello

REGGIO CALABRIA Solo ventuno conferme su 58 posizioni, il ribaltamento delle 21 assoluzioni disposte dal Tribunale di primo grado e l’inasprimento di molte delle già pesanti pene rimediate in prima…

Pubblicato il: 29/01/2015 – 22:35
Processo All Inside, richieste pesanti anche in appello

REGGIO CALABRIA Solo ventuno conferme su 58 posizioni, il ribaltamento delle 21 assoluzioni disposte dal Tribunale di primo grado e l’inasprimento di molte delle già pesanti pene rimediate in prima istanza: sono queste le richieste di condanna avanzate dal pm Alessandra Cerreti al termine della sua requisitoria fiume al termine del processo d’appello All Inside, che alla sbarra vede capi, affiliati, gregari e accoliti del clan dei Pesce al termine del processo All inside. Un procedimento lungo e complesso, che in primo grado ha visto confermato l’impianto accusatorio, costruito nel tempo dai sostituti della Dda di Reggio Calabria, Roberto Di Palma, Adriana Fimiani, Giuseppe Bontempo e Alessandra Cerreti, che con le loro indagini hanno inflitto colpi pesantissimi ai Pesce, per lungo tempo padroni di Rosarno, e sostenuto in dibattimento dai pm Alessandra Cerreti e Giulia Pantano. E il quadro emerso dalle indagini è quasi sconfortante. I Pesce erano – e sono – una famiglia non solo in grado di contaminare e condizionare il tessuto economico e sociale della città della Piana e del suo comprensorio, ma di prendere in mano tutto, dai pubblici appalti alle locali squadre di calcio, come il Sapri, la Rosarnese e l’Interpiana, dalle forniture alle radio, come quella Radio Olimpia, divenuta interfono del clan.
I PESCE, PADRONI DI ROSARNO
Un clan potente e ramificato, tanto medioevale nelle logiche fondate sul falso mito dell’onore, del sangue e dell’omertà, quanto spregiudicato e avveniristico negli affari. Un clan i cui segreti e meccanismi sono stati svelati soprattutto grazie alla collaborazione di Giuseppina Pesce e le cui rivelazioni sono state fondamentali per inchiodare la propria famiglia. In primo grado, anche per lei, pur riconoscendole tutte le attenuanti del caso, i giudici di Palmi hanno disposto una condanna a 4 anni e 4 mesi, che oggi il pm ha chiesto di ritoccare – di poco – al rialzo, portadola a 4 anni e sei mesi. Nulla a confronto delle pene pesantissime incassate dai vertici del clan in primo grado e che oggi il pm ha in alcuni casi chiesto di inasprire ulteriormente.
IL VERTICE DEL ROMA
È di trent’anni anni la pena chiesta dal pm Antonio Pesce, ritenuto uno dei massimi vertici dell’organizzazione, per questo in primo grado condannato a 28 anni come per Salvatore Pesce, padre della pentita Giuseppina, punito in prima istanza con 27 anni e 7 mesi di carcere. Medesima pena è stata invocata per Vincenzo Pesce, condannato in precedenza a sedici e otto mesi, e per Francesco Pesce (cl.84), individuato dagli inquirenti come la più rampante mente criminale fra le giovani leve del clan e condannato alla pena complessiva di 25 anni, 8 mesi e 4mila euro di multa perché riconosciuto colpevole di associazione mafiosa e di altri reati come la detenzione di armi anche da guerra. Per il pm Cerreti va rivista – anche se di poco – al rialzo anche la pena inflitta a Rocco Palaia, il marito della pentita, condannato in primo grado a 21 anni e 2 mesi di reclusione, e per il quale oggi sono stati chiesti 22 anni di carcere. È di vent’anni la richiesta di condanna per Francesco D’Agostino, in precedenza punito con 19 anni e sei mesi, mentre la pubblica accusa ha chiesto che sia condannato a 17 anni di carcere Giuseppe Filardo, in passato condannato a 16 anni. Diciotto anni di carcere in luogo dei quindici anni e sei mesi in precedenza rimediati sono stati invocati per Marcello Pesce, mentre è di sedici anni la richiesta di pena avanzata per il fratello di Giuseppina, Francesco Pesce (cl.87), in precedenza punito con 12 anni. Vent’anni di carcere sono stati chiesto invece per Andrea Fortugno, condannato in primo grado a 9 anni e 8 mesi per reati aggravati dall’articolo 7 ma non per associazione, considerato tuttavia un soggetto dalle funzioni prettamente operative in particolare nel settore dello smercio di sostanze stupefacenti e dell’approvvigionamento di armi, ma già noto agli inquirenti come responsabile dell’agguato contro i migranti dell’ex Cartiera, che nel 2010 fece esplodere la rivolta di Rosarno.
LE DONNE DEL CLAN
Pene durissime sono chieste anche per le donne del clan Pesce, a partire dalla madre della pentita, Angela Ferraro, condannata a tredici anni, cinque mesi e dieci giorni in primo grado, ma che per il pm deve essere punita con 14 anni di reclusione. Ma per il pm Cerreti, la pena deve essere rivista al rialzo anche per la sorella della pentita, Marina Pesce, in primo grado condannata a dodici anni e sei mesi. Severa la richiesta anche per la cugina di Giuseppina, Maria Grazia Pesce, per gli inquirenti una delle principali portaordini del clan, e Maria Stanganelli, per gli inquirenti intermediaria tra il clan e il boss detenuto Francesco Pesce, che tramite lei faceva pervenire ai suoi dettagliate istruzioni sui i destinatari e le modalità di ogni singola attività estorsiva. Entrambe, in primo grado sono state condannate a sette anni, ma per loro il pm ha chiesto dodici anni di carcere ciascuna. Sempre dodici anni di carcere sono stati invocati per Carmelina Capria, ritenuta dagli inquirenti la contabile della cosca, ma clamorosamente assolta.
CONDANNE MINORI
Condanne più lievi, ma comunque riviste al rialzo sono state chieste per Giuseppe Mazzeo e Salvatore Rachele, Serenella Rustico Fedele e Michelangelo Zagami, per i quali sono stati chiesti tre anni e sei mesi di carcere in luogo dei 2 anni e 8 mesi in precedenza incassati. Il pm Cerreti ha invece chiesto di ribaltare il non luogo a procedere per intervenuta prescrizione del reato disposto dai giudici di Palmi per Erminda Paterna e Teresa Mazzucoccolo, e di condannare le donne a 4 anni di carcere.
RIBALTARE LE ASSOLUZIONI

Ma soprattutto il pubblico ministero ha chiesto alla Corte di ribaltare le assoluzioni di quei 21 imputati, dalle posizioni più o meno importanti, che in primo grado sono sfuggiti alla condanna, a partire dal boss Rocco Pesce, già detenuto nel carcere milanese di Opera per una condanna definitiva per omicidio e ritenuto uno dei capi del clan , per il quale la pubblica accusa ha invocato una condanna a 25 anni di carcere. Sedici anni sono stati chiesti per Marco Bassolamento, considerato fra i principali esponenti della costola milanese del clan, come per Francesco Di Marte, paciere del clan, il cui prezioso lavoro diplomatico è servito per ricomporre la faida esplosa in seguito all’omicidio Sabatino. Quindici anni sono stati chiesti invece per Rocco Giovinazzo, accusato di riciclaggio e responsabile per gli inquirenti di aver contribuito ad occultare il patrimonio dei Pesce investendo in attività commerciali ed imprenditoriali, mentre è di dodici anni la pena invocata per Maria Grazia Messina, alla quale per la pubblica accusa era stata affidata la custodia della ”bacinella”, la cassa comune della cosca in cui confluivano i proventi dell’attivita’ illecita del gruppo criminale capeggiato dal genero, Antonino Pesce. Quattro anni sono stati chiesti anche per Signorino Armeli, Maria Carmela Garruzzo, Maria Concetta Larocca, mentre è di tre anni e sei mesi la richiesta avanzata per Michele Cuppari, Angelo Staltari e Antonino Staltari Tre anni e dieci mesi sono stati invocati invece per Giuseppe Raso,

CONDANNA CONFERMATA PER I CARABINIERI INFEDLI
Il pm ha infine chiesto di confermare le condanne piovute in primo grado sui due ex carabinieri infedeli, in servizio al Comando Provinciale di Reggio Calabria, Carmelo Luciano e Giuseppe Gaglioti, rispettivamente condannati a 12 anni e sei mesi e 13 anni di reclusione per concorso esterno in associazione tipo mafioso. Per la procura, entrambi avevano un rapporto fatto di stretti contatti e collaborazione con la cosca Pesce, cui non solo riferivano in anticipo le iniziative giudiziarie e di polizia a carico del clan, ma hanno più volte agevolato anche falsificando atti e verbali. Un “servizio” ripagato con prebende e regali di tutti i generi, dagli apparecchi tecnologici alle autove
tture fatte avere ai due a prezzo di favore.
LE ALTRE RICHIESTE DI CONFERMA
Una richiesta di conferma della condanna rimediata arriva solo per lo zio della collaboratrice Giuseppe Ferraro (26 anni), Claudio Lucia (17 anni e 10 mesi), Mario Ferraro (17 anni), Franco Rao (17 anni) , Domenico Leotta (16 anni e 10 mesi), Domenico Varrà (16 anni e 4 mesi), Giuseppe Pesce (16 anni), Rocco Rao (16 anni), Domenico Fortugno (16 anni), Roberto Matalone (13 anni e 10 mesi), Alberto Petullà conferma (13 anni), Francesco Pesce classe 1979 (12 anni), Rocco Pesce classe 1984 (12 anni), Yuri Odierna conferma (12 anni), Domenico Sibio (12 anni), Mario Palaia conferma (10 anni), Giuseppa Bonarrigo (un anno e 8 mesi), Salvatore Michelizzi (6 mesi), Francesco Pesce classe 1988 (un anno e 4 mesi).

 

Alessia Candito

a.candito@corrierecal.it

Argomenti
Categorie collegate

Corriere della Calabria - Notizie calabresi
Corriere delle Calabria è una testata giornalistica di News&Com S.r.l ©2012-. Tutti i diritti riservati.
P.IVA. 03199620794, Via del Mare, 65/3 S.Eufemia, Lamezia Terme (CZ)
Iscrizione tribunale di Lamezia Terme 5/2011 - Direttore responsabile Paola Militano
Effettua una ricerca sul Corriere delle Calabria
Design: cfweb

x

x