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Agrumi “amari”

Non ci sono parole per far capire a chi non vive anche di agricoltura – e in particolare della coltivazione di agrumi – quanto in quest’annata sia stata devastante la crisi. È vero che ogni anno di…

Pubblicato il: 30/01/2015 – 12:31

Non ci sono parole per far capire a chi non vive anche di agricoltura – e in particolare della coltivazione di agrumi – quanto in quest’annata sia stata devastante la crisi. È vero che ogni anno diciamo «come quest’anno, mai», ma poi, bene o male si riusciva a racimolare qualcosa, quanto meno per le spese che, pure, non sono poche. L’annata agrumicola 2014 potrà passare alla storia come la più disastrosa che ci sia stata negli ultimi vent’anni. Fa piangere addentrarsi per le campagne della piana di Rosarno o nella Sibaritide e vedere ancora, dopo Natale, le clementine – si avete capito bene, le clementine, un tempo il frutto di stagione più pregiato e con maggiori ricavi – ancora sulle piante. Anche se dureranno ancora per poco, gelate, freddo e pioggia permettendo. Fa piangere vedere gli agrumicoltori girare per le campagne alla ricerca di un assai improbabile compratore. E se poi lo trovi, assai difficile, ma non impossibile, ti vedi offrire da cinque a sei centesimi al chilogrammo. Per cui se un produttore è riuscito a produrre duecento quintali di clementine, si vedrà offrire mille euro. Quando, fino a qualche anno fa, il prezzo di vendita saliva, si fa per dire, a venti-ventidue centesimi. Almeno si piangeva sempre, ma con un occhio. Un disastro economico che piega intere famiglie di agricoltori calabresi, costretti alla fame più nera.
La situazione è inspiegabilmente precipitata con un calo vertiginoso dei prezzi. Il presidente della Coldiretti della Piana, Domenico Cannatà, ha sostenuto che «le avvisaglie si avvertivano da qualche anno, ma non si pensava, mai e poi mai, che avrebbe raggiunto questo stato agonizzante». Le clementine migliori, come quelle di contrada Lamia degli anni 70-80, poi distrutte per far posto al famigerato quinto centro siderurgico e, più, in generale, alla industrializzazione della Piana, inesorabilmente fallita, sarebbero arrivate a 10-15 centesimi al chilo. Da queste cifre bisogna detrarre le spese di raccolta, tra 8 e 9 centesimi, il trasporto pari a 3 centesimi, il c.d. calo peso, altri tre. Far di conto non è difficile! Se poi si pensa alle spese di produzione, allora, il dado è tratto. Potatura, fresatura, irrigazione, anticrittogamici, elettricità, tasse portano a un costo annuale di 20 centesimi/chilo. Una rovina che travolge i lavoratori legati al settore: a parte i proprietari, ci sono da considerare i potatori, gli autotrasportatori, gli operai – italiani ed extracomunitari – per la raccolta. Gli appelli di aiuto e sostegno si perdono, ma – allo stato delle cose – sono risultati pressocché inutili. Nessuno sembra accorgersi del dramma della Piana di Rosarno-San Ferdinando e della Sibaritide.
O almeno, chi se ne accorge, non ha proposte concrete da suggerire. E ai prezzi che continuano a essere in caduta verticale, si è aggiunta l’invasione delle clementine spagnole che ha piegato quanti ancora hanno dato speranza alla produzione calabrese. Certo, l’andamento climatico di questa stagione ha influito e non poco nella vendita perché ha concentrato produzione e offerta di prodotto in poche settimane di commercializzazione. A questo, hanno sostenuto gli esperti del settore, si è aggiunto l’embargo della Russia che, sottraendo una quota di mercato alle clementine spagnole, ha finito con sottrarre il mercato alla produzione calabrese, pugliese, lucana e siciliana. Anche se a far la parte del leone, quest’anno senza denti e voce, era la Calabria con il 70 per cento della produzione. «Le imprese agrumicole, ha messo in evidenza la Confagricoltura, da tempo operano in condizioni difficili, tra oneri, imposte e burocrazia. La crisi 2014 ha aggravato una condizione già irta di difficoltà e rischia di compromettere ulteriormente l’economia di almeno quattro regioni del Sud, già piegate dalla crisi nazionale ed europea e vittime di diffuse disattenzioni politiche».
La concorrenza delle clementine spagnole è evidente anche dalle nostre parti: sui banchi dei supermercati di Reggio non si trovano che quelle madrilene, mentre quelle di casa nostra sono rimaste a marcire sulle piante o a precipitare a terra. La caduta, inoltre, aggrava la crisi perché si è costretti a trovare gli operai per la raccolta del marcio che non può rimanere sul terreno. Se poi non si riesce a (s)vendere, si è costretti a togliere il prodotto dalla pianta per evitare che marcisca per terra. E poi, non si capisce perché, dalle nostre parti, ribadisce la Confagricoltura, le imposte per gli agrumeti debbano avere un’alta percentuale, rispetto ad altre zone: ecco perché si comincia a riparlare di abbandono delle coltivazioni, ammenocché non si riesca a riattivare, per il 2015, le misure di sostegno eccezionali, a livello governativo. Certo ci sono responsabilità locali per la mancanza, dalle nostre parti, di una rete di produttori perché “l’unione faccia la forza”, ma, in Calabria, l’associazionismo non è di casa, in questo come in altri settori. Se ci fossero state, quelle che gli esperti chiama “centrali d’acquisto” il potere contrattuale sarebbe stato diverso.
Invece, l’individualismo penalizza anche il settore agrumicolo. Una penalizzazione che si riflette in tutti comparti economici, specialmente per quanti vivono di sola agricoltura, senza altri redditi. A partire dal commercio che già comincia a veder chiudere i supermercati “seri” per mancanza di clienti che hanno ripreso “la politica della nonna” fatta di conserve, pesce sott’olio, pomodori essiccati al sole, salse fatte in casa, frutta secca e via dicendo. A mali estremi, estremi rimedi. Che forse, almeno dal punto di vista della salute, non è un male. Anche se le lacrime amare, quest’anno, non sono state addolcite dalla vendita delle clementine. Ed è quanto dire, vista la bontà e la dolcezza del frutto di casa nostra.

 

*Giornalista

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