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Cosenza si ferma per salutare il "suo" capitano

COSENZA Si aprono anche i balconi e le finestre, manco fosse la processione di un santo patrono. Applaude la gente affacciata incurante delle zaffate di caldo sahariano e delle esalazioni dei fumog…

Pubblicato il: 21/07/2015 – 19:11
Cosenza si ferma per salutare il "suo" capitano

COSENZA Si aprono anche i balconi e le finestre, manco fosse la processione di un santo patrono. Applaude la gente affacciata incurante delle zaffate di caldo sahariano e delle esalazioni dei fumogeni. È stracolma piazza Loreto, è pieno il sagrato della chiesa e lo sono anche le traverse prospicienti. Sono trascorse da poco le diciotto, il feretro di Gigi Marulla è appena uscito dall’edificio di culto e migliaia di mani fendono l’aria. Un applauso ritmico, incessante, emozionante. Cantano gli ultrà, cantano i tifosi e canta persino la gente normale. Invocano il nome del divo, quasi non volessero più lasciarlo andare. Brucia la città. Brucia l’aria irrespirabile di un irreale pomeriggio d’estate. Colonnina di mercurio impazzita con tre soli gradi sotto i quaranta. Sudore, lacrime, commozione. E cori. Cosenza, scossa da un singhiozzo, si è fermata per l’ultimo saluto alle spoglie mortali del calciatore che più di ogni altro ha scritto la storia del sodalizio silano.
Le navate della parrocchia sono piene ben prima dell’orario fissato per il funerale, ovvero le 17. C’è una specie di servizio d’ordine che tenta di barcamenarsi fra la sensibilità dei tifosi interessati a seguire il rito, l’esigenza di trovare un posto alle visite istituzionali e, soprattutto, salvaguardare familiari e amici di Marulla, stretti stretti nelle prime file, inghiottiti dal troppo affetto dei cosentini e dai flash di fotografi e cameraman, dai taccuini dei giornalisti. Un solo messaggio viene letto prima degli uffici religiosi, quello dei familiari: «Un cuore puro il tuo che però ci ha privato del tuo sorriso, ma tu vivi in noi e per questo non ci lascerai mai. Ti amiamo in questa vita, ti ameremo nell’altra». Immediatamente dopo i più stretti congiunti sono sedute vecchie glorie rossoblù, compagni di mille battaglie come Ciccio Marino, Ugo Napolitano, Alberto Urban, Giacomo Zunico, Luciano De Paola, Gigi De Rosa. Di generazioni più recenti come Stefano Morrone e Roberto Occhiuzzi. Vincenzo Cosa e l’amico di sempre Andrea Cariola che con lui gestivano la scuola calcio Mar.Ca. Pagliuso padre e figlio, storici vertici del Cosenza Calcio paiono disorientati. Lungo, prolungato e intenso l’abbraccio fra Kevin Marulla, attuale team manager dei Lupi, e il presidente dei rossoblù Eugenio Guarascio. Kevin con dolce fermezza mantiene la schiena dritta, sembra tanto il padre quando teneva alti i colori rossoblù per mezzo Stivale. Ricco pure il parterre delle autorità. Da Palazzo dei Bruzi arriva una nutrita delegazione di assessori e consiglieri, ex sindaci come Salvatore Perugini. C’è pure il vicesindaco Vigna con la fascia tricolore visto che Mario Occhiuto è fuori sede e il presidente del Consiglio Morrone. C’è il neo arcivescovo dell’arcidiocesi di Cosenza-Bisignano Nolè, Giacomo Mancini, gli amministratori di Stilo, cittadina d’origine del campione calabrese. Impossibile una mappatura completa, troppe presenze, troppo caldo. Troppi da non entrarci tutti. E infatti la maggior parte dei partecipi rimane fuori. In effetti, è come se ci fossero due celebrazioni. Una religiosa e l’altra laica. Piazza Loreto – dove nel 1989 venne svolto il funerale anche di Denis Bergamini – si riempie lentamente. La folla è smarrita e silenziosa.
Gli unici che periodicamente intonano canti e cori sono gli infaticabili ultrà. Sventolano incessantemente le bandiere, quella, immensa, tutta rossoblu col “9” al centro mette i brividi. In mezzo a loro delegazioni delle principali tifoserie della regione. Sempre in alto, fra i molti, uno striscione che recita: “Si è fermato il tuo cuore non la tua leggenda. Ciao Gigi”. Poi prende il sopravvento l’anima popolare delle esequie. Già dal “segno della pace”, anche all’interno della chiesa, si odono principalmente le ugole vocianti provenienti dall’esterno. Ma la catarsi non tarda ad arrivare. Terminata la messa, il feretro, coperto da gagliardetti, sciarpe e maglie delle squadre in cui Marulla ha militato – dal Genoa, all’Avellino, al Cosenza e al Castrovillari – scende accompagnato a spalla il sagrato ed esplode un boato da stadio. Palloncini coi colori sociali si librano in volo. Persino Padre Fedele che arringa la moltitudine («Gigi questa volta ha fatto un eurogoal, è andato in Paradiso», dirà) e le note di Vasco partite dagli altoparlanti vengono sommersi dalle urla della gente. Parte il carro funebre diretto per un ulteriore giro d’onore alla scuola calcio in cui Gigi Marulla credeva tanto. Appena dietro ci sono i ragazzi, i suoi allievi, col volto pieno di lacrimoni e una t-shirt bianca col volto del capitano. Perché a Cosenza, manco a dirsi, c’è solo un capitano.

 

Edoardo Trimboli