Beppe Bergomi, tre domande e una fuga: all’Unical lo “zio” perde il filo della comunicazione
Politically correct, strutture sportive, calcio calabrese. Bastano poche domande per incrinare il clima dell’incontro tra l’ex campione del mondo e i giornalisti

COSENZA Gianni Brera, che di calcio e di uomini aveva capito quasi tutto, davanti a una scena del genere avrebbe probabilmente acceso la sua pipa, abbassato lo sguardo da entomologo padano e cominciato a menare fendenti con la sua prosa larga, colta e irridente. Lui, che non arretrava davanti ai malumori dei campioni – chiedere all’“abatino” Rivera per conferma – difficilmente avrebbe avuto pietà nel raccontare la fuga, nel senso più letterale del termine, di Beppe Bergomi davanti a tre domande semplici semplici. Nemmeno cattive. Semplicemente non concordate.
E già qui, per chi ama il calcio raccontato più ancora che giocato, c’è tutta la poesia involontaria della faccenda.
Perché oggi, giovedì 14 maggio, Giuseppe Bergomi arrivava dalla sua Milano all’Università della Calabria con un ruolo preciso, quasi istituzionale: parlare di comunicazione sportiva.
Il titolo dell’incontro, del resto, era chiarissimo: “Dal campo al microfono: comunicare lo sport”. E sotto, nella locandina col faccione rassicurante dello “zio” – soprannome che Gianpiero Marini gli affibbiò quando aveva appena sedici anni e già i baffi da impiegato del catasto prestato all’Inter – campeggiava una frase quasi solenne: “Un incontro esclusivo per scoprire i segreti della comunicazione sportiva attraverso l’esperienza di una leggenda del calcio mondiale, voce protagonista di grandi eventi internazionali”.

Tutto perfetto. Tutto lucidissimo. Quasi troppo.
All’Università della Calabria era stato organizzato anche un incontro con la stampa alle 15.30, mezz’ora prima dell’evento ufficiale previsto nell’Aula Magna Beniamino Andreatta. E così i giornalisti locali – quelli che ancora fanno anticamera con taccuino, telefono e telecamera in spalla – hanno aspettato pazientemente l’arrivo della leggenda del calcio italiano. C’era pure la Rai, segno che la partita era vera.
L’attesa, però, si è allungata oltre un’ora.
Poi finalmente Bergomi è arrivato. E lì è iniziata la partita più breve della sua carriera.
La prima domanda di una giornalista riguardava il politically correct e il rischio che possa diventare una specie di cancro della narrazione sportiva contemporanea. Tema forse discutibile, certamente aperto, ma non esattamente una imboscata della CIA.
Bergomi ha iniziato subito a palleggiare in orizzontale: «Non ti saprei neanche rispondere, ti dico la verità. Io so solo che viviamo in un mondo in cui funziona più la negatività che la positività e quindi dobbiamo migliorare attraverso una comunicazione diversa. Parlo del mio campo, lavorando a Sky. Serve una comunicazione positiva con più equilibrio. Non so se il politically correct è il cancro, ma io la vedo in questo modo».
Tradotto dal linguaggio calcistico contemporaneo: possesso palla senza verticalizzazione.
Ma è dalla seconda domanda che la scena prende una piega surreale. Un giornalista prova a spostare il discorso sulla realtà sportiva calabrese, sulle strutture, sulle difficoltà evidenti di un territorio che continua a produrre passione ma fatica a produrre sistema. «Lei qui all’Unical ha visto una bella realtà sportiva, in Calabria però non ce ne sono tante di strutture adeguate».
E lì Bergomi comincia improvvisamente a sembrare un libero anni Ottanta costretto a giocare la costruzione dal basso: «Ancora non ho visto niente, ma so quello che stanno facendo qui… ma ragazzi, io non so in Calabria come vivete la realtà sportiva, faccio fatica a saperlo, so quello che funziona da noi e non so cosa dirti… mi avete fatto due domande a cui non so cosa rispondere, aiutami…»
“Aiutami”.
Fa impressione sentirlo dire da uno che in carriera ha marcato attaccanti ben più pericolosi di una cronista locale.
Il giornalista insiste, con garbo: «Qualcosa evidentemente non funziona, perché se c’è solo una squadra in Serie B a rappresentare la Calabria…»
E qui il dialogo deraglia definitivamente.
«Aspetta, aspetta, chiudiamo un attimo le telecamere. Io non sono preparato su queste cose qua, voi cosa mi volete chiedere? Lei (riferendosi alla giornalista che ha posto la prima domanda, ndr) mi ha fatto una domanda che non ho neanche capito. Ditemi che cosa mi volete chiedere, così mi preparo visto che io sono focalizzato su tutt’altro. Io sono qui per il torneo».
Sipario.
A quel punto interviene un accompagnatore, dirigente dell’Asd Atletico San Lucido – figura inevitabile di ogni liturgia sportiva contemporanea – per spiegare che Bergomi, come Javier Zanetti in passato, quest’anno è intervenuto nell’ambito del Memorial Dario Albanese organizzato dall’Asd Atletico San Lucido insieme all’Accademia Internazionale di Milano. E che dunque il senso della sua presenza all’Università era parlare di comunicazione sportiva in quanto giornalista Sky.
Ed è proprio qui che la storia diventa straordinariamente ironica.
Perché nel momento stesso in cui tutto sembrava pronto a ripartire – telecamere riaccese, clima rasserenato, domande magari più morbide – Bergomi ha deciso di chiudere definitivamente la conferenza: «I giornalisti non sono qui per questo, li vedo contrariati e sono contrariato anche io».
E se n’è andato via così. Senza salutare. Lasciando cronisti e telecamere in una specie di silenzio da dopopartita persa male.
Poi, naturalmente, è andato a parlare agli studenti di comunicazione sportiva.

Forse Gianni Brera, di questa breve storia, non avrebbe raccontato l’incidente in sé, né la figuraccia, né il piccolo cortocircuito mediatico. Avrebbe raccontato l’umanità improvvisa di un monumento calcistico che davanti a tre domande piuttosto innocue ma non concordate, perde il filo, cerca aiuto, si irrita e infine fugge.
Perché anche queste scene surreali appartengono alla grande narrazione dello sport.
Anzi, forse sono proprio quelle che la rendono letteratura. (f.veltri@corrierecal.it)
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