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«Bortolotti era incapace di intendere e di volere»

REGGIO CALABRIA Quando ha sparato un colpo in aria, nei pressi del teatro comunale di Reggio Calabria dove si teneva un incontro con il ministro della Giustizia Andrea Orlando, la capacità di inten…

Pubblicato il: 11/02/2016 – 17:08
«Bortolotti era incapace di intendere e di volere»

REGGIO CALABRIA Quando ha sparato un colpo in aria, nei pressi del teatro comunale di Reggio Calabria dove si teneva un incontro con il ministro della Giustizia Andrea Orlando, la capacità di intendere e di volere di Fausto Bortolotti era totalmente abolita. Dopo averlo messo nero su bianco all’esito di accertamenti clinici accurati, lo ha confermato in aula di fronte al gup Antonio Laganà il dottore Giovanni Malara, incaricato dal tribunale di valutare lo status psichico, neurologico e psicologico di Bortolotti, arrestato il 28 marzo scorso e da allora mai uscito dal carcere.

«INCAPACE DI INTENDERE E VOLERE» Rispondendo alle domande del legale dell’uomo, l’avvocato Giovanni De Stefano, e del pm Giovanni Calamita, lo psichiatra ha spiegato che Bortolotti, affetto da disturbo delirante e paranoideo della personalità, pur non presentando segni espliciti di pericolosità sociale in senso psichiatrico, se messo sotto stress, potrebbe diventare pericoloso per se stesso e per gli altri. Tutti elementi – ha affermato il dottore – che tendono a escludere che l’uomo fosse in grado di comprendere cosa stesse facendo all’epoca dei fatti. In effetti, Bortolotti fin dal principio ha detto agli inquirenti di aver compiuto un’azione dimostrativa con il preciso proposito di farsi arrestare. «Ho sparato due colpi in aria e ho posato la pistola sul sedile – aveva ammesso in sede di interrogatorio – ho percorso circa due metri a bordo della macchina quindi mi sono fermato e all’arrivo dei poliziotti ho alzato le mani e ho indicato la pistola sul sedile».

L’ARMA Una pistola che non aveva il permesso di detenere, ma che gli era stata data «da tale Calogero, un ligure ora morto», di cui un amico – diligentemente indicato con tanto di numero di telefono e indirizzo – potrebbe ricordargli le complete generalità. «Negli ultimi giorni di vita – racconta con calma agli investigatori – Calogero venne da me e mi diede la pistola, io la presi e la tenni per difendermi dai ladri». In realtà – non ha esitato ad ammettere – negli anni l’avrebbe utilizzata anche per sparare a un cinghiale agonizzante e a un cane ferito, ma mai l’avrebbe rivolta contro esseri umani. «Quel giorno la presi – dice – perché mi sentivo braccato».

BRACCATO Il riferimento di Bortolotti è agli ultimi giorni di marzo, quando – preso dal panico – avrebbe deciso di lasciare la sua casa di Ventimiglia per dirigersi «il più lontano possibile». Motivo? Si sentiva «minacciato da tale Palizzi Christian. È un ragazzo di 25 anni che mi ha minacciato più volte di morte. Vuole che gli lasci la mia eredità». Minacce iniziate circa un anno prima del suo arresto e reiterate per mesi di cui Bortolotti – stando a quanto dichiarato – avrebbe messo a conoscenza inquirenti e investigatori di Ventimiglia, sporgendo regolare denuncia, ma senza che la cosa avesse alcun esito. Da qui la decisione di fuggire al Sud, senza una meta precisa.

«VOLEVO FARMI ARRESTARE» A Reggio si sarebbe fermato solo a causa della stanchezza. «Ho girato cercando un posto di polizia, perché volevo sparare ed essere arrestato perché in carcere mi sentivo più sicuro», ha spiegato con candore a investigatori e inquirenti. Una versione quasi paradossale, che adesso – dopo gli interventi della pubblica accusa e della difesa, previsti per la prossima udienza – starà al gup valutare. 

Alessia Candito
a.candito@corrierecal.it

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