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TSUNAMI RENDE | Nel Pd tutti sapevano tutto

Smaltita la cronaca, un paio di cose vanno dette e qualche antica riflessione va riproposta. La prima: tutti, a Cosenza e dintorni, a Rende e dintorni, a Roma e dintorni, sapevano tutto. Non vengan…

Pubblicato il: 23/03/2016 – 23:23
TSUNAMI RENDE | Nel Pd tutti sapevano tutto

Smaltita la cronaca, un paio di cose vanno dette e qualche antica riflessione va riproposta. La prima: tutti, a Cosenza e dintorni, a Rende e dintorni, a Roma e dintorni, sapevano tutto. Non vengano adesso a fare i pesci in barile. Sapeva Magorno e sapeva Guglielmelli, così come sapeva Guerini e sapeva Oliverio. Sapevano ma hanno preferito, siamo in periodo pasquale e la citazione arriva spontanea, lavarsene le mani del “caso Rende” lasciandolo all’amministrazione della giustizia. Semmai c’è da chiedersi se adesso intendono aspettare il bis a Cosenza e il ter a Catanzaro, e poi ancora il quater a Crotone e il quinquex a Cariati. Oppure passare dalle liturgie attorno alla legalità e ai proclami sulla lotta alla ‘ndrangheta e al suo potere politico, a fatti concreti. Che vuol dire, innanzitutto, basta con le ammucchiate, con i riciclaggi, con il ripescaggio di vecchi relitti politicanti.
La dichiarazione rilasciata dal segretario regionale del Pd, Ernesto Magorno, a commento degli arresti di Rende è onesta. In alcuni passaggi anche coraggiosa, posto che si pone a difesa di chi ha indagato e riconosce merito ai magistrati inquirenti. E tuttavia se non arrivano anche fatti politicamente concreti, quella dichiarazione sarà anch’essa lacunosa e ipocrita perché dalle “carte” emergono non solo reati ma anche fatti politicamente censurabili, comportamenti antidemocratici, atteggiamenti di arrogante ripudio di ogni regola democratica.
Le primarie sono state un grande e grosso imbroglio. Tutte le primarie. Occorre una sentenza della Cassazione per prenderne atto e correre ai ripari? Magorno non è complice, semmai dalle intercettazioni appare vittima: si spostano voti sulla sua candidatura semplicemente perché non ne ha bisogno e soprattutto perché occorre “impedire” che «l’uomo di Enrico Letta», quel «coglione di Mario Maiolo» possa trovare spazio.
Questo, e altro, non lo scrivono i carabinieri, non lo ipotizzano i pubblici ministeri, questo lo apprendiamo dalla viva voce di Sandro Principe e di quanti su quella sua Audi A6, microfonata peggio che la stanza del “Grande fratello”, si alternavano per parlare non di politica ma di come imbrogliare le carte della politica.
E tuttavia il fatto che le “carte” girassero da tempo, che tutti sapevano tutto, non ha impedito a Sandro Principe di essere il più coccolato degli ospiti che il Pd calabrese metteva in prima fila ogni volta che in Calabria arriva Renzi, oppure Lotti, oppure Guerini. E non è un caso isolato, basta farsi un giro al decimo piano della “Cittadella regionale” in un qualsiasi giorno lavorativo per capire che i manovratori sono sempre lì e che il loro potere cresce in maniera direttamente proporzionale alle indagini che li coinvolgono.
E più questa corte dei miracoli resta attovagliata alla mensa del governatore, più crescono le gare illecite, le nomine illegali, la clientela di basso impero, la perdita di fondi comunitari, le faide tra dipartimenti. Anche su questo, fatalmente, prima o poi si inciamperà. Farete tutti finta, ancora una volta, di cadere dal pero?
Adesso si va in bestia, dalle parti del Pd, per la “speculazione” dei parlamentari pentastellati. Scrivono Morra, Parentela, Dieni e Nesci che gli arresti di Rende sono «la riprova della grande menzogna della narrazione di Renzi, che doveva rottamare il sistema di cui si è invece nutrito, circondandosi di evasori, delinquenti d’alto bordo e, a quanto pare, amici delle ‘ndrine. Principe, il più celebre tra gli arrestati, si convertì in un baleno al renzismo, e non fu il solo. Il potere politico e il potere criminale vanno a braccetto in Calabria, e a volte sono un corpo solo».
Caro Magorno, pur comprendendo pienamente il tuo sentirti umiliato per via di un passato di pubblico amministratore e di professionista senza macchia alcuna, devi sapere che quel che dicono i parlamentari del Movimento Cinquestelle non solo è vero ma, quel che è peggio, è anche quello che pensano molti simpatizzanti e molti iscritti del Pd, in Calabria e altrove.
E se è possibile considerare ingiusto che adesso si indirizzino solo su Magorno gli strali, chiedendone addirittura l’audizione in commissione Antimafia (della quale lui stesso fa parte), è altrettanto possibile prendere atto che proprio in Calabria e proprio a Cosenza la commissione a presidenza Bindi ha fallito in pieno il suo compito. Ha fallito quando nelle sue missioni cosentine ha preteso che gli inquirenti parlassero delle indagini proprio davanti ai migliori sodali degli indagati; ha fallito quando ha omesso di acquisire non la sola relazione della commissione d’accesso su Rende ma anche tutti gli allegati e tutto il carteggio intercorso con prefettura e ministero; ha fallito quando non ha voluto incuriosirsi sulla strana coincidenza che ha visto trasferiti, in contemporanea, prefetto e vertici di carabinieri e polizia che quelle indagini avevano condotto e coordinato. Ha fallito, soprattutto, quando si è rifiutata di ascoltare il gran maestro della massoneria che per primo ha denunciato il perverso accordo tra grembiulini sporchi, capibastone e uomini delle istituzioni senza onore.
Anche la supponenza riservata a quelle poche inchieste giornalistiche che pure, da tempo, avevano svelato e anticipato i “fatti di Rende”, così come quelli di Cosenza e di Castrolibero, si dimostra oggi fallace e controproducente.
E mentre ancora si va cincischiando, il treno degli inquirenti prosegue spedito il suo tragitto. Prossime fermate Scalea e Cariati, Corigliano e Cosenza. Potete anche continuare a far finta di non accorgervi di quello che succede a casa vostra, voi del Pd, ma ciò non impedirà il corso delle cose.
Le responsabilità penali sono personali. Verissimo. Ma quelle politiche sono responsabilità collettive e non si può pretendere che sia il cittadino, sulla scorta dei tempi e dei modi di una indagine giudiziaria, a operare il distinguo.
Altrimenti a che servirebbe mai una classe dirigente?

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