Ormai si scommette sul disavanzo della Regione
Dopo il Piemonte (1 luglio) anche la Sicilia. Ieri l’altro (5 luglio), la Corte dei Conti di Palermo ha definito il suo esame sul rendiconto del 2015 della Regione. In buona sintesi, in quelle region…

Dopo il Piemonte (1 luglio) anche la Sicilia. Ieri l’altro (5 luglio), la Corte dei Conti di Palermo ha definito il suo esame sul rendiconto del 2015 della Regione.
In buona sintesi, in quelle regioni che furono importanti Regni protagonisti della storia dell’Italia unita, il Giudice contabile – sulla base, ovviamente, della documentazione in suo possesso, da non ritenersi probatoria della verità contabile assoluta, stante l’abitudine di una parte consistente della PA territoriale di sottacere il reale stato del disavanzo, allo scopo di contenerlo per ragioni di «premialità» politica – è pervenuto ad una amara conclusione. La gestione delle risorse è stata pessima e i bilanci risultano compromessi da disavanzi miliardari.
A ben vedere, gli esiti dell’attività svolta dimostrato l’utilità pubblica delle recenti attribuzioni giurisdizionali e di controllo demandate alla Corte dei conti, che rintracciano nel D.L. 174/2012 la primitiva fonte legislativa (art. 1, c. 5) , in particolare quella che ha introdotto nell’ordinamento, tra l’altro, il giudizio di parifica delle Regioni. Quell’appuntamento annuale ove si materializza, nella decisione del Magistrato contabile, l’esercizio congiunto del potere di controllo e della funzione giurisdizionale assegnati al medesimo a tutela e garanzia della finanza pubblica.
Ebbene, dopo i 7 miliardi 259 milioni sabaudi, anche in Sicilia è stato individuato un disavanzo pari a 6 miliardi 193 milioni. Il tutto, ovviamente, è venuto fuori a seguito dell’armonizzazione dei bilanci e della tenuta della contabilità. Più precisamente, degli obblighi di riaccertare straordinariamente i residui ivi appostati attraverso i quali le contabilità pubbliche erano state «sporcate», spesso consapevolmente, per nascondere gestioni della res pubblica condotte impunemente all’insegna della illegalità e della irresponsabilità. Viziati da impegni di spesa che rintracciavano routinariamente le coperture su valori di credito inesistenti.
Dati allarmanti che, nel loro insieme, pesano una cifra, più di quanto vale una legge di stabilità nazionale. Un assunto che imporrà ai Chiamparino e ai Crocetta di turno di rimediare, meglio di intraprendere percorsi di risanamento della durata pluriennale, con pesanti ricadute sulle «tasche» dei cittadini, sia in termini di prelievo fiscale che di ridimensionamento dei servizi, peraltro verosimilmente gravati da maggiori compartecipazioni finanziarie a carico della società civile.
Quanto accaduto in Piemonte e in Sicilia è presago di quanto capiterà alla Calabria? È verosimile!
La nostra Regione è afflitta anch’essa, e forse di più che altrove, di appostazioni strumentali a fare apparire solidità non possedute, funzionali a spendere e spandere oltre misura. Un vezzo iniziato non si sa quando e, certamente, destinato a finire nell’attuale legislatura improntata, si spera, all’insegna del ripristino delle regole e dell’etica pubblica.
Competerà alla Corte dei conti catanzarese fare un severo esame dei relativi numeri contabili fornendo di essi una immagine schietta. Il tutto ovviamente al netto dei saldi sino ad oggi irrintracciabili. Questi ultimi riferiti quantomeno alla sanità territoriale reggina, da sempre senza bilanci reali, e a quelli riferiti alle società e organismi partecipati, pieni zeppi di appostazioni non propriamente «normali», in quanto tali da fare emergere per ben assolvere alla compilazione del bilancio consolidato. Un documento, quest’ultimo, che si suppone – allo stato – dalla elaborazione impossibile, quanto a rappresentazione della verità e della certezza.
Attesa la oramai prossima emersione del pesante disavanzo calabrese – che in molti scommettono se maggiore o minore dei 3,5 miliardi -, sarebbe importante che il presidente in carica, considerata la sua estraneità alla formazione del «buco» di bilancio, elaborasse una relazione di medio termine. Uno strumento attraverso il quale distinguere le proprie dalle altrui responsabilità. Ma soprattutto un modo per fare giustizia sulle cose di ieri, per non essere colpevolizzato per fatti che non gli appartengono, per dire infine ai calabresi le verità che spettano loro e cosa fare per uscire dal guado.
* docente Unical