Rifiuti spa, condannati tutti gli uomini di Alampi
REGGIO CALABRIA Otto anni di carcere per gli avvocati Giulia Dieni e Giuseppe Putortì, la stessa pena per l’amministratore giudiziario Rosario Spinella, tutti accusati associazione mafiosa. E poi una…

REGGIO CALABRIA Otto anni di carcere per gli avvocati Giulia Dieni e Giuseppe Putortì, la stessa pena per l’amministratore giudiziario Rosario Spinella, tutti accusati associazione mafiosa. E poi una valanga di condanne pesantissime per tutti gli uomini del clan e un’unica assoluzione, ma solo di un imputato per reati minori. È una conferma rotonda dell’impianto accusatorio costruito dai pm Giuseppe Lombardo e Rosario Ferracane, la sentenza emessa dal gup Antonio Scortecci, al termine del procedimento Rifiuti 2 spa, che ha svelato come il clan Alampi abbia continuato a mantenere il controllo sullo smaltimento in città, nonostante inchieste e processi ne avessero svelato e sanzionato l’infiltrazione.
PENE PESANTI PER I COLLETTI BIANCHI Un dominio rimasto incontrastato – ha svelato l’inchiesta – grazie ai legali Giulia Dieni e Giuseppe Putortì e all’amministratore giudiziario, Rosario Spinella, per questo tutti puniti con 8 anni di reclusione ciascuno. Ancora più pesante, è la pena inflitta all’amministratore dell’impresa Lauro Mamone, condannato a 11 anni perché considerato il vero «alter ego» del boss, del quale seguiva scrupolosamente tutte le direttive. Dieci anni e 2 mesi vanno invece al direttore tecnico Domenico Alati.
LA SCURE DELLA DDA SUL CLAN Incassa una condanna a 17 anni, 2 mesi e 15 giorni, calcolati in continuazione con quelle già rimediate il boss Matteo Alampi, vero e proprio regista dell’impresa che – quanto meno in teoria – era stata sottratta al suo controllo. Dieci anni, sempre in continuazione, vanno invece a Giovanni Alampi, scagionato dall’accusa di associazione mafiosa per ne bis in idem, il principio secondo cui imputato prosciolto o condannato con sentenza definitiva non può essere di nuovo sottoposto a procedimento penale per il medesimo fatto, neppure se questo viene diversamente considerato per il titolo, per il grado o per le circostanze. Otto anni e otto mesi di carcere ciascuno sono stati inflitti alla moglie del boss, Giovanna Siclari, a Paolo Siclari, e ad Antonio Quattrone, mentre è di 8 anni la pena stabilita per Carmela Alampi. Infine, 1 anno e 4 mesi di carcere con pena sospesa è stato disposto per Laura Cutrupi e Carmela Barreca, mentre esce assolto da ogni accusa Andrea Itri.
L’INCHIESTA In linea di continuità con quanto accertato dalla prima inchiesta Rifiuti, la nuova tranche investigativa da cui è scaturito il procedimento ha mostrato come gli Alampi operassero con le medesime modalità, secondo il medesimo descritto canovaccio e per il perseguimento dei medesimi fini – la diretta gestione degli appalti nel settore dei rifiuti – del passato. Oggi come allora – ha svelato l’inchiesta e confermato il gup – il clan è riuscito a entrare nel nel settore degli appalti pubblici tramite proprie aziende e imprese risultate vincitrici di gare i cui proventi venivano poi distribuiti con il direttorio criminale della città.
UN MECCANISMO SOFISTICATO «Mediante il fittizio paravento giuridico di un’impresa – la Rossato sud s.r.l. ed il Consorzio Stabile Airone sud – della quale continua a mantenere la direzione e la gestione, nonostante i provvedimenti ablativi dell’autorità giudiziaria – scriveva nell’ordinanza il gup Bennato – la cosca riesce a perseguire i propri scopi illeciti e ad assicurarsi guadagni dall’esercizio di attività imprenditoriali dalle quali è formalmente estranea». Il meccanismo – ha confermato il procedimento – era sofisticato e necessitava dell’appoggio di professionisti come i legali Dieni e Putortì, incaricati di far filtrare ordini e direttive, come di Lauro Mamone, scelto da Matteo Alampi e tanto fedele e scrupoloso nell’attuazione delle direttive da essere definito dal gip vero “alter ego” del boss, e del direttore tecnico Domenico Alati.
IL RUOLO DEI PROFESSIONISTI Seguendo scrupolosamente le direttive di Alampi, vero e proprio regista dell’impresa – all’epoca detenuto – i professionisti da lui scelti hanno provveduto a risanare economicamente i bilanci dell’impresa sequestrata al clan, con una mirata attività di saldo dei debiti e concomitante recupero dei crediti, ma soprattutto con il sistematico ricorso ai tradizionali metodi di intimidazione mafiosa nei confronti di fornitori e clienti. Nel frattempo però, la Edilprimavera – con la complicità dell’amministratore giudiziario Rosario Spinella – veniva progressivamente svuotata e utilizzata esclusivamente per il nolo a freddo dei mezzi d’opera a tutto vantaggio della Rossato Sud e del Consorzio Stabile Airone Sud. Ed erano proprio queste le società che oltre ad assumere fittiziamente personaggi del calibro di Diego Rosmini e Francesco Condello – il figlio del superboss Pasquale- come di altri uomini riconducibili ai clan, fatturavano operazioni inesistenti o emettevano fatture ben al di sopra delle reali spese per creare il nero necessario per le necessità della cosca o per “retribuire” la cosca territorialmente competente, quando i lavori si svolgevano fuori dall’area di competenza degli Alampi.
DA CALANNA A GIOIA TAURO, LAVORA SOLO ALAMPI È quanto successo – ad esempio – nel caso dei lavori per la bonifica e la successiva riapertura della discarica del piccolo comune di Calanna , ottenuta con la compiacenza dell’ex sindaco, Luigi Catalano, che avrebbe fatto redigere dall’ufficio tecnico comunale un bando di gara, con parametri concordati con i vertici dell’impresa mafiosa. Ma il piccolo comune del reggino non è stato l’unico a sentire sulla pelle il peso del ramificatissimo clan. A Gioia Tauro, gli Alampi sono riusciti a inserirsi con un proprio referente all’interno della Termoenergia spa, controllata di Veolia, il colosso francese che all’epoca gestiva le attività gravitanti intorno al termovalorizzatore, come ad aggiudicarsi i lavori di ricopertura della discarica Marrella di Gioia. Ma le indagini anno anche evidenziato l’esistenza di accordi tra gli Alampi ed i titolari della società Filtrans, per appropriarsi di rilevanti somme di denaro ai danni della stessa Veolia, attraverso un collaudato sistema di false fatturazioni per prestazioni in subappalto.
MERCATO ASSUEFATTO AL CRIMINE «L’ingente mole di attività captative – supportata da ulteriori attività tecniche, sottolineava il gip nell’ordinanza – ha fornito la possibilità di comprendere e documentare altresì la illecita gestione di attività realizzate nel settore “ecologico”, realizzata con la complicità di molteplici soggetti (privati e pubblici), risultata prezioso humus funzionale all’incremento degli introiti del sodalizio, nonché – si leggeva nelle carte- un inquietante spaccato della vita economica del territorio, caratterizzato dall’impossibilità di un regolare e corretto funzionamento del mercato, ormai assuefatto a meccanismi basati sull’intimidazione mafiosa e sulla connivenza, tale da consentire il conseguimento di ingenti profitti tanto a favore delle cosche dominanti sul territorio che degli imprenditori “a disposizione” delle medesime. cosche dominanti sul territorio che degli imprenditori». Un quadro devastante che la sentenza ha confermato.
Alessia Candito
a.candito@corrierecal.it