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Il prezzo da pagare per i lavori al porto di Badolato

CATANZARO Si è preso più di una arrabbiatura Carlo Stabellini, responsabile della ditta Salteg Srl, durante i lavori per il porto di Badolato. Lo aveva detto più volte all’ingegnere Gianfranco Piet…

Pubblicato il: 07/12/2016 – 19:48
Il prezzo da pagare per i lavori al porto di Badolato

CATANZARO Si è preso più di una arrabbiatura Carlo Stabellini, responsabile della ditta Salteg Srl, durante i lavori per il porto di Badolato. Lo aveva detto più volte all’ingegnere Gianfranco Pietro Gregorace: «Questa non è una gallina dalle uova d’oro è un bene che resta alla vostra comunità e bisogna restare nel budget». Ma nel budget non ci sono rimaste mai le imprese che hanno lavorato al porto, riconducibili, secondo l’accusa, alla cosca Gallelli di Guardavalle. Sentito giovedì in udienza, Carlo Stabellini ha raccontato quella che è stata la sua esperienza da imprenditore emiliano in Calabria. Il processo fa riferimento all’operazione “Free Boat Itaca”, messa a segno dalla distrettuale antimafia di Catanzaro il tre luglio 2013 contro la consorteria Gallelli-Gallace operante nel basso Ionio Catanzarese. Sui lavori al porto di Badolato, iniziati nel primi anni 2000, predominava una figura, quella di Vincenzo Gallelli, detto “Macineiu”, al vertice dell’omonima cosca. Una figura con la quale Stabellini ha avuto pochi contatti e poche parole visto che «parlava un dialetto così stretto che non riuscivo a comprenderlo», ma che gli era stata presentata come una «persona di rispetto», uno col quale, aveva capito l’imprenditore, «bisognava andare d’accordo in modo che tutto andasse liscio e si potesse costruire». 
Ma le cose non andavano lisce e la contabilizzazione presentava delle anomalie.



GUARDIANIA DA TRE MILIONI DI LIRE AL MESE Una o due volte al mese Stabellini scendeva in Calabria per andare sul cantiere. Quello che vedeva, molto spesso, era un solo operaio al lavoro sul camion che trasportava i massi e che subito dopo si metteva al lavoro nel cantiere. I mezzi c’erano ma erano fermi. Al massimo lavoravano due persone. Sulla base di quanto rilevato, racconta l’imprenditore rispondendo alle domande del pm Vincenzo Capomolla, «un monte ore giornaliero di 20 ore era incompatibile con l’impiego di una sola persona». Stabellini avrebbe voluto mettere una persona di sua fiducia a seguire i lavori ma non gli fu permesso. Da parte sua Gregorace «si mostrava sfuggente» alle rimostranze di Stabellini. Un’altra anomalia, ricorda Stabellini, fu la spesa da 500 milioni di lire per la sabbia da inserire nel bacino, quando poteva essere usata la sabbia del bacino stesso.
All’inizio al porto lavorava anche la ditta Squillacioti che fu costretta ad andarsene dopo l’incendio di un escavatore. Dopo quell’episodio venne assunto un guardiano notturno che guadagnava tre milioni di lire al mese, uno stipendio d’oro che Stabellini pretese che venisse contabilizzato nei lavori, cosa che all’inizio non veniva fatta. «Mi adeguai al guardiano – racconta il teste – che secondo me era inutile. Lo percepii come un tributo necessario per continuare a lavorare lì».

Alessia Truzzolillo
a.truzzolillo@corrierecal.it

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