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Chiesti 16 mesi ciascuno per gli aguzzini del cane Angelo

PAOLA Un anno e quattro mesi di carcere ciascuno: è questa la richiesta di pena invocata, durante la propria requisitoria, dal procuratore facente funzioni di Paola, Maurizio De Franchis, per i qua…

Pubblicato il: 18/05/2017 – 13:47
Chiesti 16 mesi ciascuno per gli aguzzini del cane Angelo

PAOLA Un anno e quattro mesi di carcere ciascuno: è questa la richiesta di pena invocata, durante la propria requisitoria, dal procuratore facente funzioni di Paola, Maurizio De Franchis, per i quattro giovani di Sangineto, nel Cosentino, accusati di aver ucciso e seviziato brutalmente il cane randagio soprannominato “Angelo”. Alla sbarra ci sono Nicolas Fusaro, Giuseppe Liparato e i fratelli Francesco e Luca Bonanata accusati del reato di “uccisione di animali”. Al giudice monocratico di Paola, Alfredo Cosenza, il procuratore De Franchis ha illustrato tutta la genesi dell’indagine compiuta dai carabinieri e ha usato parole molto dure per gli imputati. L’accusa ha infatti definito il loro un «gesto crudele» e sottolineato come l’uccisione dell’animale non era neanche «necessaria» in quanto, stando alle carte dell’inchiesta, il cane non era risultato essere pericoloso per nessuno. Il pm ha infatti evidenziato come gli imputati avrebbero trovato «compiacimento» nel commettere l’assassinio del cane. In apertura di udienza, che si sta svolgendo attraverso la forma del rito abbreviato, il giudice Cosenza ha rigettato la richiesta, da parte delle difese, della «messa in prova ai servizi sociali» per i quattro giovani imputati. Se il giudice avesse accordato l’istanza il processo si sarebbe sospeso e il reato contestato si sarebbe estinto al termine della misura alternativa. Non c’erano però i presupposti, vista la gravità della vicenda, affinché i giovani potessero accedere a tale percorso riparativo. Al termine poi della camera di consiglio, durata oltre due ore, il giudice ha ammesso circa una trentina, escludendone altre dieci, di associazioni animaliste. L’omicidio del cane Angelo ha infatti mobilitato l’opinione pubblica nazionale e sono giunti a Paola decine e decine di attivisti per rivendicare i diritti degli animali e chiedere una giusta e severa condanna per i quattro giovani della provincia cosentina. 
Il fatto, avvenuto a Sangineto, risale al 21 giugno dello scorso anno. I quattro ragazzi, secondo le indagini condotte dal pm della Procura di Paola, Francesca Cerchiara, filmarono con il telefonino tutta la scena: prima attirarono il cane, che era docile e mansueto, poi lo impiccarono a un albero e infine lo uccisero con colpi di pala sulla testa. Angelo sarebbe stato seviziato poiché ritenuto “responsabile” della morte di alcune capre. Il video dell’uccisione divenne presto virale sui maggiori social network e permise ai carabinieri di identificare nei presunti responsabili i quattro ventenni di Sangineto. Che adesso rischiano una dura condanna. La sentenza del processo è prevista per il 26 maggio.

LE ASSOCIAZIONI «Il caso del cane Angelo ha suscitato e continua a suscitare grande clamore nell’opinione pubblica. A partire dal 24 giugno 2016, la data dell’uccisione di Angelo a Sangineto, l’inaudita violenza che questi quattro giovani hanno inflitto senza alcuna pietà al povero Angelo, seviziandolo, torturandolo e infine impiccandolo a un albero per poi finirlo a colpi di pala, continua a vivere nelle coscienze della gente». Lo afferma, in una nota, l’associazione “Animalisti italiani”, che è stata ammessa come parte civile nel processo davanti il Tribunale di Paola nel corso del quale oggi il pm ha chiesto la condanna dei quattro responsabili a un anno e quattro mesi di reclusione. Sull’udienza del processo a carico dei responsabili dell’ uccisione del cane Angelo è intervenuto anche l’Ente nazionale protezione animali. «L’udienza – è detto nel comunicato – ha visto la costituzione di Enpa quale parte civile con l’avvocato Claudia Ricci, che in giudizio rappresentava anche le Leidaa, ma ha visto soprattutto il rigetto della domanda di messa alla prova presentata dagli imputati. Se fosse stata accolta, il processo si sarebbe sospeso e il reato si sarebbe estinto al termine della misura alternativa disposta dal giudice a carico degli imputati. L’Enpa ha comunque sottolineato l’opportunità di riconoscere l’aggravante dei futili motivi unitamente a una dichiarazione di pericolosità sociale degli imputati».

 

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