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L'estate di sangue di Mileto: una talpa aiutò l'“inchiesta” del clan

VIBO VALENTIA La cosca arriva prima delle forze dell’ordine e, grazie a complicità inconfessabili, riesce a individuare gli autori di un omicidio di cui ci si deve vendicare. C’è una sorta di indag…

Pubblicato il: 19/03/2018 – 17:03
L'estate di sangue di Mileto: una talpa aiutò l'“inchiesta” del clan

VIBO VALENTIA La cosca arriva prima delle forze dell’ordine e, grazie a complicità inconfessabili, riesce a individuare gli autori di un omicidio di cui ci si deve vendicare. C’è una sorta di indagine parallela al centro di uno dei passaggi chiave dell’inchiesta che ha portato a fare luce sull’estate di sangue del 2013 a Mileto (qui i dettagli sui cinque arresti disposti sulla scorta delle investigazioni di Dda di Catanzaro e dei carabinieri di Vibo). Un’“inchiesta” rapida e risolutiva portata avanti dalla famiglia Mesiano per capire chi materialmente avesse ucciso Giuseppe, padre di Francesco, la sera del 17 luglio 2013.
Il figlio della vittima, “Franco” Mesiano, è una delle persone ritenute responsabili dell’omicidio del piccolo Nicholas Green ed ha espiato la sua condanna in carcere prima di tornare libero. Sarebbe lui, secondo quanto emerge dall’ordinanza di custodia vergata dal gip Giovanna Gioia, il mandante dell’omicidio di Angelo Antonio Corigliano, ucciso in pieno centro a Mileto, nei pressi di un bar in corso Vittorio Emanuele, da diversi colpi di pistola 9×21 che lo hanno raggiunto alla testa, all’addome e al fianco sinistro. Il delitto avviene il 19 agosto 2013, a poco più di un mese dall’omicidio di Giuseppe Mesiano: si tratterebbe di una vendetta contro i Corigliano, ritenuti i responsabili di quel delitto. E sarebbe un delitto pianificato e autorizzato in un summit “presieduto” dal capo della locale di Mileto, Pasquale Pititto – arrestato assieme al cugino Salvatore nell’ambito dell’operazione antidroga “Stammer” – per punire chi si era mosso al di fuori delle “regole” della ‘ndrangheta.

LE TELECAMERE Secondo gli inquirenti un ruolo chiave nell’indagine parallela dei Mesiano lo avrebbero avuto Gaetano Elia, un tecnico informatico 50enne, e il 41enne Giuseppe Ventrice. Quest’ultimo è titolare di una ditta di autotrasporti e risulta «l’effettivo utilizzatore» dell’impianto di videosorveglianza installato all’esterno del magazzino di proprietà del padre. Quelle telecamere sono importanti perché danno sulla strada che conduce al luogo in cui a luglio è stato ucciso Giuseppe Mesiano.
Oltre ad essere un tecnico installatore, Elia è l’addetto alla manutenzione di quell’impianto e proprio la sera dell’omicidio tra lui e Ventrice sarebbero intercorsi alcuni contatti telefonici. Secondo l’accusa, su richiesta di Franco Mesiano e del suo braccio destro Vincenzo Corso, i due avrebbero fornito loro il dischetto con le registrazioni delle immagini dei sicari che il 17 luglio 2013 erano passati davanti al magazzino per poi dirigersi sul luogo del delitto.

LA TALPA Dalle prime indagini emerge subito una cosa strana: l’hard disk di quell’impianto di videosorveglianza non c’è. I Ventrice (padre e figlio) sostengono che l’impianto era stato danneggiato nei mesi precedenti dalle intemperie e che era stato affidato in riparazione proprio ad Elia. Una versione, questa, a cui gli inquirenti non credono, così sottopongono ad intercettazione sia Elia che Giuseppe Ventrice. Il tecnico informatico però si accorge che sulla sua auto c’è una cimice e si attiva «attraverso le proprie conoscenze» per avere informazioni su eventuali indagini a suo carico. Dopo essersi mosso per capirne di più, Elia – che in passato, secondo quanto riferito dai carabinieri, avrebbe collaborato con la Procura di Vibo – si vanta «di aver ricevuto indicazioni circa l’attività d’indagine in corso dopo aver contattato ed incontrato tale “Mimmo”», una persona che utilizzava un’utenza intestata al dipartimento di Pubblica Sicurezza del Ministero dell’Interno. Una talpa, dunque, che lavorava a stretto contatto con le forze di polizia, avrebbe avvertito delle indagini a suo carico il tecnico informatico. Che a sua volta si sarebbe preoccupato di riferire tutto a un commercialista di cui è cliente e che è in «assidui rapporti con la famiglia Mesiano».

LE ACCUSE In relazione al secondo omicidio, quello di Angelo Antonio Corigliano, oltre ad Elia e Ventrice, sono indagati: Franco Mesiano quale mandante; Pasquale Pititto quale organizzatore delle fasi preliminari ed esecutive; Salvatore Pititto e Domenico Iannello quali esecutori materiali; Vincenzo Corso quale braccio destro di Mesiano e referente del gruppo Pititto-Iannello, incaricato di presidiare i luoghi prescelti per il delitto e di monitorare movimenti della vittima
Per il primo omicidio, quello di Giuseppe Mesiano (ucciso da 7 proiettili di pistola semiautomatica alla schiena al collo e alla testa nel suo podere di campagna) sono accusati Giuseppe Corigliano, in concorso con il figlio Angelo Antonio (poi ucciso un mese dopo).

IL MOVENTE Tutto sarebbe nato dai contrasti tra le famiglie Mesiano e Corigliano. C’era stato un tentativo di estorsione da parte di Franco Mesiano ai danni dei titolari di supermercato a Santa Domenica di Ricadi che erano imparentati con i Corigliano, e questi ultimi si erano rifiutati di partecipare a un danneggiamento contro l’esercizio commerciale, che aveva interrotto la fornitura dal panificio dei Mesiano. C’erano state ritorsioni e minacce di Mesiano, che più volte aveva sconfinato con il bestiame nei terreni dei Corigliano. Al culmine dei contrasti Angelo Antonio Corigliano e il padre Giuseppe avevano affrontato Giuseppe Mesiano, uccidendolo «in un climax crescente di esasperazione». E dopo l’omicidio del padre Franco Mesiano aveva più volte tentato di investire con il suo furgone Marianna Ventrici (madre di Angelo Antonio). Una spirale di vendette andata avanti finché i conti non furono definitvamente pareggiati, a distanza di un mese, con l’omicidio di Angelo Antonio Corigliano.

Sergio Pelaia
s.pelaia@corrierecal.it

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