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La promessa di Oliverio il Magnifico e la sua "corte" di nani

di Paolo Pollichieni

Pubblicato il: 24/03/2018 – 21:38
La promessa di Oliverio il Magnifico e la sua "corte" di nani
In ogni caso si parte da un dato certo: Il destino del Pd in Calabria è intimamente legato al destino politico di Mario Oliverio. Non esistono più possibilità di distinguo tra la classe dirigente del Pd calabrese e il governatore. Non più, da quando quest’ultimo, nel momento peggiore della sua parabola, nel momento in cui il Pd segna un tracollo elettorale senza precedenti in Calabria e con punte record proprio nella sua roccaforte cosentina, incassa non solo una incondizionata fiducia da parte della maggioranza in consiglio regionale ma anche una investitura in autonomia a decidere sul futuro, ivi compresa la sua ricandidatura alle Regionali del 2019.
Ovviamente il fatto stesso che un manipolo di consiglieri regionali, in conclave con il governatore, decida anche sulle future candidature, la dice lunga sulla considerazione (nessuna) in cui tengono il loro partito, che pure seguita a definirsi democratico. C’è un congresso alle porte, un rapporto con i circoli da ricostruire, un consenso da ristrutturare perché fortemente compromesso, insomma un insieme di indicazioni che dovrebbero spingere a un bagno di umiltà e a una vera apertura al confronto, interno ed esterno, e invece, inaudita altera parte, il manipolo di disgregatori stabilisce di lasciare briglia sciolta sul rimpasto di giunta; di risparmiare qualsivoglia indicazione di priorità per il finale di legislatura e di mettere un’ipoteca anche sulla ricandidatura di Oliverio a presidente. Come dire: chiunque abbia un pensiero diverso o anche solo voglia di ragionarci sopra vada via, si guardi in giro e trovi altra soluzione, altra casa, altra forma di aggregazione.
Ovviamente a dare tanta sicurezza nel sol dell’avvenire, c’è l’avvenuta individuazione dei mali che fin qui hanno impedito il successo dell’opera amministrativa di Mario Oliverio. Ergo i veri responsabili della sequela di disfatte abbattutesi sul Pd, dalle comunali di Cosenza alle recentissime consultazioni politiche. E sono Ernesto Magorno, segretario regionale dimissionario; una certa stampa ingenerosa, che poi si riduce al solo Corriere della Calabria (Arturo Bova dixit); una riottosa burocrazia regionale che ha sempre remato contro.
Passi per Ernesto Magorno, che le sue colpe le ha per essere stato l’unico allocco, insieme a Marco Minniti, a credere nell’impegno castrovillarese di Mario Oliverio. Esistono le registrazioni filmate del candidato presidente che ammonisce i detrattori: «Sono l’unico che può rivoltare la Calabria. Con sette legislature sulle spalle debbo solo chiudere la mia carriera politica ricambiando la generosità della mia terra e del mio partito. Nessuno potrà tenermi in ostaggio del voto perché fatta questa esperienza mi ritirerò dalla politica». Impegno mantenuto ma non nel senso auspicato dagli elettori. Oliverio ha spostato tutti gli uomini di Scopelliti… ma solo per promuoverli a incarichi di maggior potere e prestigio.
E passi anche l’accusa del camaleontico Bova (aveva decine di occasioni di lamentarsi del nostro modo di fare giornalismo nelle tante occasioni in cui è stato nostro ospite… ha preferito farlo in contumacia. Questione di stile) che si è spinto dove, occorre dargliene onestamente atto, mai neanche Oliverio ha inteso arrivare.
Ma la burocrazia no. Per favore no. Ogni sei mesi, le cronache di tutti i giornali ne rendono testimonianza, abbiamo assistito a due solenni pronunciamenti da parte di Oliverio il Magnifico. Il primo era l’annuncio di una «ripartenza», il che confessava che una partenza valida non vi era mai stata; il secondo riferiva, appunto, di una lotta alla burocrazia.
Da ultimo nel luglio scorso, quando è sceso ad Arcavacata mezzo governo con Minniti in testa per plaudire al quarto annuncio di «ripartenza». Anche in quella occasione si disse con termini perentori che per certi burocrati «la pacchia era finita». In verità, l’unico vero rischio che hanno corso i vari gran sacerdoti della Cittadella, partendo dalla A di Apicella fino alla Z di Zito, è un infarto da risate. I burocrati dell’era Oliverio hanno provocato, e provocano, danni inenarrabili. Hanno fatto lievitare il contenzioso e soccombere puntualmente la Regione in ogni lite giudiziaria. Hanno assegnato appalti e negato contratti a piacimento. Hanno esposto al ridicolo l’immagine della Calabria: che fine ha fatto l’indagine sulle foto “pubblicitarie” nelle pubblicazioni di Ryanair che tanto fecero incazzare Selvaggia Lucarelli? E chi ha scelto e pagato l’agenzia che per curare l’immagine della Calabria all’Expo dell’artigianato a Milano ha fatto pubblicare le foto di artigiani marocchini indicandoli come calabresi? O vogliamo parlare di Vinitaly, che per la prima volta si conclude senza alcun vino calabrese tra i primi cento del Paese? E i fondi comunitari persi? E i direttori generali nella sanità?
C’è poi il capitolo delle nomine, muovendo dalle ultime, quelle ai vertici di Calabria lavoro e di Fondazione Terina. Ascrivibili a Magorno? Suggerite da “certa stampa”? Certamente fatte proprie e condivise dalla totalità dei consiglieri regionali di centrosinistra che, eccezion fatta per il reprobo Guccione, non hanno battuto ciglio… o almeno non in pubblico.
E le barzellette sugli ospedali di Vibo, Gioia Tauro e Sibari? Suvvia, quali cantieri volete che aprano due imprese con i curatori giudiziari in casa? Sanno benissimo tutti che si sfiora quotidianamente il ridicolo (e si scivola altrettanto quotidianamente nell’illecito) ogni volta che si parla di apertura dei cantieri, salvo poi spiegare nelle righe minute che si tratta delle mere opere di urbanizzazione delle aree scelte.
Ciò detto, chiediamo scusa a tutti e rientriamo nei ranghi. Non saremo certo noi la pietra d’inciampo alla ritrovata compattezza che porterà i fieri combattenti del progresso calabro, gli indomiti alfieri della sinistra calabrese o, più “terrenamente” parlando, i pretoriani di Oliverio il Magnifico alla cavalcata trionfale che spazzerà via gli infedeli e segnerà una nuova plebiscitaria vittoria elettorale. Un primato senza precedenti visto che in Calabria mai alcun governatore è stato eletto per due legislature consecutive. Non saremo certo noi a mettere in dubbio probità e saggezza del nostro amico Oliverio, offendendo i suoi più convinti sostenitori, Aieta e Bova in testa (che Seby Romeo a confronto appare un timidissimo moderato).
Certo, non basta la nostra ritirata. Debbono anche sperare che Magorno continui a tacere e Minniti faccia altrettanto ma questa, direbbe Lucarelli (Carlo, non Selvaggia), è un’altra storia.
Davanti alla riconquistata compattezza del centrosinistra di Palazzo “certa stampa” si inchina e chiede scusa. Promette di non infastidire oltre. Anche perché non intende sostituire Magorno nel fornire un paravento dietro il quale vili e ipocriti, «consumati nell’arte di farsi dar retta», troverebbero riparo per dire, come hanno fatto, di tutto e di peggio su Mario Oliverio, salvo poi accovacciarsi ossequiosi attorno al suo trono.
Di tutta questa partita di giro, Mario Oliverio è assolutamente il personaggio più apprezzabile e più genuino. E chissà che non stia, proprio attraverso questa sacrificale strada, mantenendo la promessa di liberare la Calabria dal politicume delle mezze calzette. Li attira tutti a bordo. Poi dà fuoco alle polveri. Perirà con loro ma sarà ricordato come colui che ci ha liberato da nani, ballerine, scemi di guerra, brutti ceffi, tagliagole, rinnegati e senza Dio.

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