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Il “castello fatato” del Pd che implode (e implora Battaglia)

di Paolo Pollichieni

Pubblicato il: 04/04/2018 – 16:14
Il “castello fatato” del Pd che implode (e implora Battaglia)

Corre veloce verso l’implosione quel che resta del Pd calabrese. Questo, ormai, è più di un rischio, alla luce del fallimento nelle ultime ore del tentativo di trovare, anche all’indomani della disfatta elettorale, un minimo di compattezza. Si sperava, in sostanza, di voltare pagina per mettere mano a un profondo rinnovamento capace di riconquistare la base degli iscritti, recuperare l’ampia fascia di simpatizzanti delusi, riannodare il dialogo con i tanti elettori persi.
Lo si era sperato anche all’indomani dell’autoassoluzione del governatore Mario Oliverio e della cerchia dei grandi eletti che siedono in consiglio regionale. Secondo Oliverio non solo non era il caso di un bagno di umiltà e indossare, se non il cilicio, almeno un saio penitenziale. Niente di tutto questo, anzi, le dimissioni del segretario regionale, in uno con il disfacimento della deputazione calabrese, diventavano l’occasione buona per annunciare la propria ricandidatura. Un po’ come il Re Sole: «Lo Stato (la Regione) sono io». E via con gli applausi della sua maggioranza asserragliata in un Palazzo Campanella che somiglia sempre più al “Palazzo d’inverno”.
Non restava che sperare in una svolta almeno nel rinnovo degli organismi regionali, segreteria in testa, del partito. In fondo Magorno sembrava determinato e si faceva largo anche qualche candidatura credibile. Altri, tuttavia, temevano che il peggio dovesse ancora arrivare. L’asse Oliverio-Adamo, e i poteri forti che gli fanno da collante, hanno trattenuto il fiato per qualche giorno, il tempo di scrutare l’orizzonte e capire se tirava aria da resa dei conti. Niente da segnalare: qualche battutaccia da parte di Demetrio Naccari; le critiche del sempre più isolato Guccione; la reprimenda stagionata di Franchino; i raffinati rimbrotti di Franco Laratta. E basta così.
«L’abbiamo sfangata anche stavolta», dà di gomito Nicola Adamo (commissario liquidatore del Pd cosentino) a Maruzzo Oliverio (commissario liquidatore del regionalismo calabrese). E che la premiata ditta considerasse risolta anche l’ennesima crisi lo si è capito subito, già in occasione dell’affollata assemblea regionale del lunedì santo. Molti hanno atteso la relazione di Magorno per capire. Altri l’intervento dei due parlamentari superstiti (Viscomi e Bruno Bossio). Altri ancora hanno atteso, ma vanamente, la parola del governatore e quella di Demetrio Battaglia, candidato taumaturgico di queste ore. Qualcuno, più sgamato, ha atteso che prendesse la parola Guglielmelli, segretario provinciale del Pd cosentino. Uomo dai record elettorali: perde tutte le competizioni, ma proprio tutte, tranne quelle che lo vedono candidato alla segreteria provinciale. Guglielmelli è l’ultimo prodotto (probabilmente anche il meglio riuscito) del laboratorio politico di Enza Bruno Bossio e del di lei consorte Nicola Adamo. In politica ha l’agilità di una foca ammaestrata, ma proprio come la foca, per sua conformazione, non rischia mai di inciampare. Se vuoi sapere qual è la parola d’ordine dalle parti del castello fatato di Nicola ed Enza, nessun menestrello è più utile di Guglielmelli. E in questo non va trovata una ragione di critica o una voglia di essere suoi detrattori. Dio solo sa, in tempi come questi, in cui ti ritrovi tradito prima ancora che il gallo esca dal pollaio, quanto siano da apprezzare fedeltà e abnegazione.
Guglielmelli è salito sul palco e ha spiegato che nessuno aveva da farsi perdonare alcunché, semmai andava preso atto che in Calabria la sinistra aveva avuto la stessa cattiva sorte toccatale anche in Norvegia. Insomma il Pd calabrese gemellato, nella sconfitta, con il Partito della sinistra socialista norvegese.
Non manca di originalità l’autodifesa del recordman Guglielmelli. Offriamogli un piccolo contributo, un passaggio della lunga intervista concessa da Ingar Johnsrud, uno dei massimi scrittori norvegesi e scandinavi, a “Repubblica”. Chissà che nella parte che elenca le ragioni della sconfitta in Norvegia. Guglielmelli non trovi qualche altra similitudine.
Domanda: «Perché le sinistre democratiche perdono contatto con cittadini ed elettori e con i loro feelings e timori?»,
Risposta: «Questioni molto complesse. Forse il problema è legato a un certo elitarismo, team di consiglieri non eletti, vengono da cerchie ristrette della società. I laburisti devono essere capaci di ascoltare ogni componente della società, una società dove la classe lavoratrice non è più composta da operai dell’industria bensì da insegnanti, accademici, infermiere, medici. Per vincere i laburisti hanno bisogno di un progetto che convinca la maggioranza delle classi medie».
Guglielmelli? Pronto? Ci sei? Non mi svenire che il bello deve ancora arrivare.
Eccolo: «Il povero Jens Stottenberg, leader del Pss in Norvegia, ha portato la sinistra al governo per ben due volte e lui stesso è stato premier per undici anni filati. Ora ha perso le elezioni perché il suo partito si è fermato al 27,4% dei voti conquistando 49 seggi su 169. Capito Guglielmelli: il 27% dei voti, esattamente il doppio di quelli del Pd in Calabria.
Vendicato l’onore della sinistra norvegese, possiamo tornare agli altipiani silani.
Oggi l’assembla regionale doveva riprendere i suoi lavori. Non lo ha fatto perché serve più spazio per ospitare le decine e decine di richieste di intervenire nel dibattito. Ma dibatteranno di cosa se “il Gran consiglio degli eletti” ha già deciso tutto, ovvero ha deciso di non decidere e di far proprie le decisioni di Oliverio quando questi avrà grazia di comunicarle? Dibatteranno del calendario. Dovranno decidere un cronoprogramma che porti all’elezione del nuovo segretario regionale. E a che serve un cronoprogramma se già la maggioranza ha deciso chi eleggere?
Magorno non ha dubbi. Dipendesse da lui il testimone andrebbe a Demetrio Battaglia, parlamentare uscente non ricandidato per sua determinata volontà. Volto noto nel panorama delle associazioni di categoria. Capace di contare sempre su un voto di opinione che non lo ha mai abbandonato ogni volta che è sceso in campo. Ha il non comune vantaggio di odiare i telefonini e non sapere minimamente cosa sia un “social network”. Paziente come un elefante ma determinato come un bisonte. Media fino all’inverosimile ma se rompe un rapporto lo fa per sempre. Con il potere mantiene un sacro distacco e c’è chi giura di avere visto annuire e sorridere quando Giorgio Napolitano, inaugurando il nuovo Senato, ha accusato il governo Gentiloni di essere rimasto vittima di una pericolosa “autoesaltazione”.
Profilo perfetto per un candidato alla segreteria capace di superare ogni scetticismo?
Fino a qualche giorno fa lo credevano in molti. Oggi comincia ad affiorare qualche crepa. Il fatto è che il suo nome pare essere condiviso da tanti, da troppi, quasi dall’unanimità. Addirittura Mario Oliverio gli ha appena proposto di entrare in giunta come vicepresidente, al posto di Viscomi. Battaglia ha ringraziato ma subito rifiutato. Sarà tollerante, ma di finire tra le spire degli Apicella o dei Varone di turno non gli aggrada proprio.
Insomma, se tutti concordano sul suo nome come candidato unico alla segreteria regionale, qualcuno fatalmente sbaglia. Se la sua storia e la sua parola offrono, nel contempo, garanzie a chi vuole il rinnovamento e a chi resta ancorato alla conservazione più ottusa, chi fa male i suoi conti?
Tanti gli abbracci che si sprecano attorno a Demetrio Battaglia. Alcuni di questi, però, sono del tipo “all’americana”: servono per tastale sotto la giacca l’artiglieria dell’“amico”.

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