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Tramonte e Cristiano, due lapidi e 27 anni di vuoto

di Alessia Truzzolillo

Pubblicato il: 24/05/2018 – 7:47
Tramonte e Cristiano, due lapidi e 27 anni di vuoto

LAMEZIA TERME Certi momenti non si dimenticano. Restano impressi anche i particolari come se non fosse trascorso un solo giorno. Invece sono passati 27 anni. Pasquale era un uomo buono, taciturno, sensibile. Aveva occhi chiari, spesso velati, e fisico solido, nerboruto. Fumava tanto e non parlava mai, preferiva lavorare. Forse grazie a questo sarà più facile ricordarlo. Ti giri e vedi una cassa da lavoro, un tavolo, degli sgabelli. C’è la mano di Pasquale dietro a tanti attrezzi che ancora oggi i ragazzi del gruppo scout Lamezia Terme 5 adoperano. Il 24 maggio 1991 i più grandi di noi avranno avuto 15 anni. Una serata come tante: riunioni, parole, progetti. Per chi non aveva il motorino c’era il passaggio a casa da parte dei capi scout. Pasquale era tra questi, tra gli adulti. Che poi… all’epoca aveva 28 anni. Però era serio, sembrava il più grande di tutti con quella sua vita da lavoratore precoce. Faceva il netturbino. La sera del 23 maggio 1991 accompagnò a casa me e un gruppo di altri ragazzini. Saranno state le 22 circa. Se avessimo saputo che quella era l’ultima volta che ti vedevamo, ragazzone. Se avessimo saputo che ti avremmo presto superato in vecchiaia e che tu saresti rimasto per sempre il 28enne alto e scuro che di nascosto dagli altri capi ci aiutava nei lavori pesanti… Ma all’epoca avevamo poca dimestichezza con la morte e ancora meno con la ‘ndrangheta. Ragazzi di buona famiglia, non ci rendevamo conto che dentro alla mafia ci eravamo cresciuti. Non avevamo capito che quel disordine urbano, quell’assenza di tutto, la mancanza di prospettive, la necessità di inventarsi ogni diversivo, il dovere stare attenti in quale quartiere capitavi, la mancanza di mezzi pubblici adeguati, di interi tratti di strada, tutto gridava che stavamo soffocando sotto la cappa velenosa delle famiglie di ‘ndrangheta. Gli omicidi erano lontani come in un film, ai nostri occhi messi in qualche modo al riparo. Ma Pasquale, lui no, era vero e adesso lo vedevamo, lo intuivamo attraverso il televisore: doveva essere una di quelle ombre immobili dentro il camion della nettezza urbana fermo in contrada Miraglia nel quartiere di Sambiase. Io non c’ero mai nemmeno stata alla Miraglia prima di allora. Facemmo una riunione, eravamo smarriti. Ci dissero che Pasquale non doveva proprio salirci su uno di quei camion: era epilettico a causa di un incidente da piccolo. Non lo sapevamo e, in qualche modo, Pasquale ci mancò ancora di più.
Giusto ieri ho incontrato Francesco Cristiano, suo fratello. È scuro e nerboruto come Pasquale ma più espansivo. Non prende pace. Non capisce come possa essere possibile che un fatto così grave come la morte di due innocenti galleggi nel tempo senza trovare soluzione. Ha paura, Francesco, di non trovare mai risposte com’è successo a suo padre
Nessuno parla. Nessuno ci dice perché quella mattina proprio Pasquale, spazzino dipendente comunale, e il suo amico Francesco Tramonte, siano saliti su un camion sul quale non dovevano e non potevano salire visto che non erano dipendenti della ditta privata Sepi. Non era mai successo prima e accadde proprio quel giorno. Nessuno ci spiega perché nessuna coscienza si smuova con tutta quella gente coinvolta.
CISE E SEPI Due amministrazioni comunali coinvolte. Una è quella in carica dal 1988 al 1990. È l’amministrazione che ha dato il via alla privatizzazione della raccolta dei rifiuti solidi urbani, affidandola alla Cise, i cui titolari erano Serafino Piacente, Giovannino Iannazzo e Giovanni Rocca che dovevano eseguire i lavori rispettivamente a Nicastro, Sambiase e Sant’Eufemia. In un primo momento i lavori vennero dati, per questioni di urgenza e indifferibilità, con il sistema della trattativa privata. Per gli interventi straordinari vennero incaricate verbalmente dall’assessore al ramo (Giuseppe Paladino) le tre ditte di Piacente, Iannazzo e Rocca. Le ditte lavorarono così da giugno a ottobre 1988. A novembre partì la gara d’appalto, si presentano in tre: la ditta Muraca, la ditta Misuraca e la riunione temporanea di imprese Cise sas di Francesco Piacente e c., Giovannino Iannazzo e Rocca Giovanni, rappresentata dal mandatario Serafino Piacente. Vince la Cise perché le prime due non risultarono iscritte alla Camera di Commercio, come richiesto nel capitolato di gara. La Cise tenne i lavori fino ad aprile 1990. Viste le indagini che stavano coinvolgendo la giunta comunale il consiglio deliberò di tentare nuovamente con la gestione diretta ma dopo poco tempo si ritornò all’affidamento ai privati. Con un appalto il servizio viene affidato alla Sepi di Francesco Piacente&c sas, società derivata dalla trasformazione della Cise. Solo la spazzatura delle strade restava pubblica. E tra i suoi dipendenti c’erano Pasquale Cristiano e Francesco Tramonte, che su quei camion per la raccolta proprio non ci dovevano salire.
Poi c’è l’amministrazione sciolta per mafia a settembre 1991, eletta durante le votazioni del 12 e 13 maggio precedente, dieci giorni prima del duplice omicidio. Secondo la relazione del ministro dell’Interno il consiglio presentava fenomeni di condizionamento e infiltrazioni di tipo mafioso. Sette le persone individuate con collegamenti con le famiglie Giampà e Torcasio. Ma qui la storia si allunga e si complica e sarà bene dedicarle qualche altro capitolo.
IL VUOTO Quelli che restano sono 27 anni di vuoto. Il vuoto lasciato da un unico processo, contro un unico imputato, Agostino Isabella, finito con un’assoluzione e nemmeno la possibilità di un appello perché il pm non presentò in tempo il ricorso. Il vuoto di una classe politica che senza rimorsi è andata avanti di padre in figlio. Il vuoto di due lapidi sulle quali fermarsi a commemorare una volta all’anno. Il vuoto di una strada sperduta, che nessuno conosce, dedicata a Tramonte e Cristiano. Solo l’associazione Libera ha dedicato ai due netturbini la sezione di Catanzaro e un premio per i ragazzi delle scuole superiori. Per il resto, Lamezia dimentica, nasconde, e i protagonisti di allora continuano a baccagliare di politica come se niente fosse. Resta, però, anche chi cerca di ricostruire. Sono i giovani, quelli che scrivono tesi e relazioni. Quelli che Pasquale amava aiutare, col suo lavoro silenzioso da capo scout.

a.truzzolillo@corrierecal.it

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