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Lamezia, annullata l’assoluzione di Domenico Chirico “u Duru"

La Cassazione dispone un nuovo giudizio. L’uomo è accusato di estorsione aggravata. Fu arrestato per aver imposto ingressi e consumazioni in alcune discoteche

Pubblicato il: 18/06/2018 – 13:36
Lamezia, annullata l’assoluzione di Domenico Chirico “u Duru"

LAMEZIA TERME La seconda sezione penale della Corte di Cassazione, nell’udienza dell’8 giugno ha annullato la sentenza emessa dalla Corte d’Appello di Catanzaro il 22 marzo 2017, che aveva assolto Domenica Chirico, detto “u Duru”, dal reato di estorsione commessa con modalità mafiose.
La Procura generale, infatti, impugnando il verdetto, ne ha ottenuto l’annullamento dello stesso con conseguente rinvio ad altra sezione della stessa Corte.
Chirico era stato arrestato nel giugno del 2015 in esecuzione di un’ordinanza di custodia cautelare emessa dal Tribunale di Catanzaro (gip Assunta Maiore), su richiesta della Direzione distrettuale antimafia del capoluogo calabrese, a firma del pm Elio Romano e del procuratore della Repubblica Antonio Vincenzo Lombardo, dopo le indagini svolte dalla guardia di finanza di Lamezia Terme, alla guida del tenente colonnello Fabio Bianco.
I reati per i quali il giudice aveva emesso il provvedimento restrittivo, erano, per l’appunto, estorsioni plurime ed aggravate dall’essere state commesse con il metodo mafioso a danno di imprenditori titolari di locali pubblici notturni del Lametino.
Secondo l’accusa, Chirico, avvalendosi del potere intimidatorio derivante dalla sua fama criminale, imponeva ai gestori di diverse discoteche della zona l’erogazione di ingressi e consumazioni gratuite.
In primo grado, al termine del processo con rito abbreviato, l’uomo fu condannato dal Tribunale di Lamezia Terme – il collegio era presieduto dal Carlo Fontanazza (a latere Prignani e Martire) – alla pena di anni 5 e mesi 4 di reclusione e duemila euro di multa perché ritenuto colpevole del reato di estorsione aggravato dal metodo mafioso.
A Chirico fu applicata anche la pena accessoria dell’interdizione perpetua dai pubblici uffici e dell’interdizione legale durante la pena, oltre al pagamento delle spese di giudizio e di custodia.
Ora la Corte d’Appello di Catanzaro dovrà pronunciarsi nuovamente, attenendosi alle censure della Cassazione.

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