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L'anno giudiziario a Reggio, dove manca anche il Palazzo di Giustizia

L’allarme del presidente della Corte d’Appello Luciano Gerardis: «Questo distretto non è solo il luogo d’origine della ‘ndrangheta, qui c’è l’attuale comando unitario. La subcultura mafiosa ha cont…

Pubblicato il: 26/01/2019 – 11:01
L'anno giudiziario a Reggio, dove manca anche il Palazzo di Giustizia

REGGIO CALABRIA Mancano magistrati, manca personale amministrativo, manca persino un palazzo che possa ospitare degnamente l’inaugurazione dell’anno giudiziario. È ancora una volta un grido di dolore quello che il presidente della Corte d’Appello Luciano Gerardis è costretto a lanciare prima di suonare la campanella che segna l’inizio dell’anno giudiziario. E subito chiarisce i termini di una questione che nessuna propaganda sulla sicurezza può cancellare: «Se il contrasto della ‘ndrangheta è un prioritario problema nazionale, secondo quanto costantemente affermato da tutti gli organi centrali, anche costituzionali, e se questo distretto ne è non solo il luogo storico d’origine ma anche il luogo in cui si concentra il suo attuale unitario comando, non è possibile non trarne ancora tutte le conseguenze. La giustizia ha bisogno di risorse adeguate; l’adeguatezza è rapportabile alle esigenze. Se le esigenze sono straordinarie, straordinarie devono essere le risorse. Nel distretto di Reggio Calabria la straordinarietà delle esigenze costituisce l’ordinario». Lo dicono i numeri dei processi in corso e delle inchieste in trattazione, lo urlano i dati sulle scoperture d’organico. «Mancano al momento in primo grado nei soli Tribunali ordinari 24 unità su un organico di 119, pari ad una scopertura di circa il 20% che diventa quasi 30% considerando le assenze per maternità», dice Gerardis.
I magistrati che ci sono lavorano. E tanto. Il carico di lavoro è improbo. «Come considerare normale che i magistrati che si stanno occupando in sede dibattimentale a Reggio del processo “Gotha”, in cui sono confluiti altri 5 filoni d’indagine e devono essere sentiti oltre 400 testimoni e valutate circa 10mila intercettazioni; gli altri che si stanno occupando del procedimento a carico dell’ex parlamentare Claudio Scajola, ove sono stati già sentiti oltre 300 testimoni; gli altri ancora, dinanzi a cui pende a Locri un procedimento con 171 imputati, siano tutti contemporaneamente impegnati nella trattazione di tanti altri procedimenti, ed assommino udienze su udienze, talvolta anche cinque per ciascuno nella stessa settimana? Rientra nell’ordinario che 14 magistrati in pianta, ridotti di fatto a 11, in Corte di Appello debbano trattare 107 procedimenti di criminalità organizzata ed oltre 6.000 giudizi d’impugnazione, con 510 imputati detenuti? E che dire del settore civile, costretto generalmente a sopportare il maggior numero di scoperture (circa il 40% al Tribunale di Reggio Calabria, e percentuali non di molto inferiori ai Tribunali di Palmi e di Locri), malgrado la necessità di aggredire un arretrato pesante, spesso gravosissimo per gli utenti, che produce anche danni allo Stato per i risarcimenti previsti dalla legge n. 89 del 2001 (cosiddetta legge Pinto)?». Ma nonostante questo i risultati ci sono, l’arretrato pendente è stato abbattuto e i reati sono in calo. Ma Reggio Calabria e la sua provincia rimangono preda della subcultura mafiosa.
Una mentalità che contamina non solo chi dell’organizzazione fa parte, ma anche chi la subisce. È pur rimanendo «in larga parte vittima» dei clan, ha ampie responsabilità nel mantenimento del regime che hanno instaurato. «La rassegnazione, il fatalismo, l’abdicazione ad un ruolo attivo da artefici della propria storia sono colpe gravissime che hanno consentito l’espandersi di un cancro maligno ed aggressivo – dice Gerardis -. È però innegabile che la ‘ndrangheta abbia nel tempo alterato la mentalità comune. Cos’altro è l’identificazione del diritto col favore, la ricerca di scorciatoie nell’affermazione dei diritti, l’abitudine a rivolgersi all’”amico” anche nell’ordinario disbrigo di pubbliche pratiche se non l’effetto di una nefanda contaminazione del modo di pensare collettivo da parte di una subcultura mafiosa?».
Una subcultura che – afferma netto Gerardis – ha contaminato anche la gestione degli enti pubblici e la politica. E il riferimento è agli innumerevoli procedimenti che attestano «commistioni tra ‘ndrangheta e pezzi di politica, istituzioni, mondo professionale ed imprenditoriale, con comitati di affari che finirebbero per distorcere qualsiasi sbocco occupazionale o pubblico finanziamento ad illeciti fini di consorteria». E lancia l’allarme: «Non è dubbio però che la percezione dei cittadini di una maggiore illegalità è connessa alla perdita di fiducia nei sistemi di selezione e di accesso tanto ad opportunità lavorative che agli stessi organi rappresentativi. Insomma, agli occhi della gente comune ciò che appare più soffocante è un sistema torbido e corrotto da un modo di atteggiarsi prevaricatore ed iniquo. Il fenomeno non è solo locale, ma qui assume connotati peculiari sia per la mescolanza con la criminalità organizzata, sia per la storica disaffezione nei confronti del pubblico potere, sia per l’incidenza su un tessuto sociale più povero e bisognoso. Ecco allora che il cittadino si consolida nel convincimento che l’onestà non paghi e che per soddisfare i propri bisogni sia inevitabile la sottomissione a metodi illeciti. E ciò rende più che mai attuale e percepibile “a pelle” la ben nota considerazione di Corrado Alvaro secondo cui “la disperazione più grande di una società è il dubbio che vivere onestamente sia inutile”».

Alessia Candito
a.candito@corrierecal.it

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