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Il ricordo dei netturbini uccisi. Ma Lamezia ha poca memoria

La morte di Tramonte e Cristiano è ancora senza colpevoli. Società civile assente nel giorno della commemorazione. Gli amici: «Ci si aspetta sempre un po’ di verità»

Pubblicato il: 24/05/2019 – 18:03
Il ricordo dei netturbini uccisi. Ma Lamezia ha poca memoria

di Alessia Truzzolillo
LAMEZIA TERME
Le figlie più piccole di Francesco Tramonte non hanno ricordi personali del papà. Brevi sprazzi nella loro memoria, ma erano troppo piccole quando, il 24 maggio 1991, una raffica di proiettili calibro 7,62 – sparati da un uomo che imbracciava un kalashnikov del modello usato nell’esercito degli Stati Uniti – portò via la vita di Tramonte e del suo amico e collega Pasquale Cristiano.
A ricordare a Maria, Stefania e Antonella chi fosse il loro papà ha contribuito Francesco Stella, amico d’infanzia di Francesco Tramonte. «Me lo ricordo come un ragazzo sempre con la battuta pronta, disponibile allo scherzo, con lui ci si trovava bene. Era un tipo che se non ti vedeva ti veniva a trovare, ti raggiungeva anche a casa». Avevano i loro soprannomi, Francesco avevano preso a chiamarlo “tarantella” perché fischiettava sempre una tarantella. «Era talmente allegro che lui fischiettava, anche se c’era un momento di tensione», racconta l’amico. Anche se col tempo i rapporti si erano diradati perché Francesco si era fatto una famiglia, questo non gli impediva di dedicare agli affetti il sabato o la domenica. «Ho saputo della sua morte in piazza, nel quartiere Bella, girava voce che avevano sparato a due netturbini. Non si sapeva chi fossero. Non pensavamo che potesse essere lui. Poi era accaduto a Sambiase, non era zona di sua competenza. Dopo un paio d’ore, verso mezzogiorno, abbiamo saputo che era lui». Cose ne pensa del fatto che ancora non si sia scoperto chi sia stato a ordinare e commettere quella strage? «Secondo me c’è stata leggerezza nel condurre le indagini. Non possono passare 30 anni così, senza una notizia che ti faccia calmare un po’ l’animo, perché ancora gli animi sono nervosi. Ci si aspetta sempre un po’ di verità». Francesco Stella si guarda intorno: «Avrei voluto che ci fossero un po’ di persone in più: forze politiche, ma la politica è morta. C’è qualcuno che sarà stato invitato, qualcuno magari avrà pure rifiutato. Ma non si dovrebbe arrivare all’invito per essere partecipi, non è un matrimonio è una commemorazione, chiunque si dovrebbe svegliare la mattina col pensiero di venire qua a commemorare questi due ragazzi massacrati. E oggi ci sono questi bambini, riempiono un po’ la piazza ma va fagli capire davvero cos’è successo. Per loro è un’uscita da scuola. Domani ricorderanno qualcosa questi bambini? Ci vorrebbe un po’ di società civile in più, e di politica».

PASQUALE Pasquale aveva 28 anni quando è morto. Un passato non semplice – un incidente da bambino gli aveva lasciato lesioni che lo esponevano ad attacchi epilettici – e un forte desiderio di riscatto. Faceva il capo scout. «Pasquale me lo ricordo come una persona splendida e disponibile – ricorda Raffaele Viscomi, capo scout insieme a Pasquale –. Se vedeva un ragazzo in difficoltà cercava subito di intervenire, su questo era molto attento. Pur con i suoi limiti aveva la volontà di fare sempre meglio. Il lavoro era il suo punto di forza, era abile e con quello si esprimeva». Raffaele ha saputo della morte di Pasquale per caso, in un tabacchino. «Ero andato a comprare le sigarette e ho sentito dire che avevano ammazzato due netturbini. Poi ho scoperto che uno di questi era lui. Sono notizie che ti frastornano. Il giorno dopo avevo gli occhi sbarrati per la stanchezza, dovevamo anche spiegare ai ragazzi quello che era accaduto, non era facile. Pasquale si sentiva accolto da noi e lui seppe farsi accogliere». Sulla mancanza di una risposta e di giustizia rispetto a quanto accaduto, Raffaele Viscomi avverte «il dramma di questo silenzio e tanta amarezza». «Ricordo che all’epoca come gruppo scout ci volevamo costituire parte civile nel processo, contattammo un avvocato ma ci fu detto che non avevamo i titoli per farlo. Continua a permanere un senso di impotenza e amarezza».
«RIAPRITE IL CASO» Sono trascorsi 28 anni. A riempire la piazza, nel quartiere Miraglia di Sambiase a Lamezia Terme, dove avvenne l’eccidio, ci sono due scolaresche e poche, troppo poche persone. Ci sono i familiari delle vittime, che non si arrendono e protestano, affidando il proprio sdegno a uno striscione: “Ora basta prendersi in giro!! Vogliamo la riapertura del caso!! Verità e giustizia per Pasquale e Francesco”. Ci sono i rappresentanti della Compagnia dei carabinieri di Lamezia, dell’associazione Libera Catanzaro – che a Pasquale e Francesco ha dedicato la sezione del capoluogo –, c’è il deputato Giuseppe D’Ippolito, ex consiglieri comunali come Rosario Piccioni e l’avvocato Luigi Muraca, l’ex sindaco Gianni Speranza, il commissario prefettizio Francesco Alecci.
C’è il testimone di giustizia Rocco Mangiardi, il regista Francesco Pileggi. Manca la società civile. Quella parte è muta. Mancano i professionisti di Lamezia Terme, i cittadini, le tante organizzazioni, gli innumerevoli comitati.



STRAGE DEGLI INNOCENTI Cristiano, 28 anni, e Tramonte, 40 anni, non sono stati vittime di una pallottola vagante, non sono stati presi di mira perché scomodi a qualcuno dei clan che infestano Lamezia. Non sono stati eroi, come i giornalisti, gli imprenditori, gli investigatori e i magistrati uccisi dalla mafia. Cristiano e Tramonte sono stati due agnelli sacrificali, uccisi sull’altare della guerra per il controllo della raccolta dei rifiuti, che da pochissimo tempo era stata privatizzata a Lamezia. La Corte d’Assise, che assolse l’unico imputato per il delitto, oggi deceduto, Agostino Isabella, mise nero su bianco quella che era la situazione amministrativa dell’epoca, parlando di «macroscopici favoritismi attuati mediante evidenti violazioni di legge che non potevano non rendere il settore della nettezza urbana del Comune di Lamezia Terme terreno di conquista di spregiudicati operatori mafiosi. E l’egemonia del gruppo facente capo prima alla Cise e poi alla Sepi non tardò a subire gli assalti di chi con ferocia e con metodi mafiosi perseguiva il chiaro fine di scalzarlo e di prenderne il posto». Il segnale doveva arrivare in maniera eclatante agli amministratori e arrivò a colpi di kalashnikov, esplosi alle cinque del mattino.
UN SOLO SOPRAVVISSUTO Pasquale Cristiano e Francesco Tramonte erano dipendenti comunali col compito di spazzare le strade. Non erano dipendenti della Sepi, società che aveva l’appalto per prendere i camion e raccogliere i rifiuti dai cassonetti. Ma il 24 maggio 1991 c’erano Tramonte e Cristiano sul camion della Sepi a sostituire due dipendenti della società che erano assenti. E già questo fatto lascia diverse perplessità. Perché due dipendenti comunali, di cui uno con problemi di salute che gli dovevano impedire di lavorare di notte e con mezzi meccanici, erano stati assegnati alla raccolta sul camion che competeva ai dipendenti Sepi? A guidare il camion c’è un’unico dipendente Sepi, Vincenzo Bonaddio, allora 35 anni. Mentre faceva manovra per agganciare i cassonetti vide nello specchietto retrovisore un uomo, barba e capelli lunghi. Fece in tempo a scappare, con tre proiettili in corpo, di cui uno che gli ha quasi staccato un polso. Si salva, testimonia. Il processo ci mette due anni a partire, la sentenza arriva a giugno 1993. E dopo l’assoluzione non ci sarà appello perché il pm, Luciano D’Agostino, presentò in ritardo la richiesta di ricorso. Oggi Bonaddio, ciglia biondissime, il polso che porta ancora i segni di quella mattina, era presente alla commemorazione. Non ha voluto parlare, non ce la fa: da 28 anni a questa parte, ogni notte prima dell’anniversario non dorme, rivive quello che è stato.


AFFARE IMMONDIZIA Due amministrazioni comunali coinvolte. Una è quella in carica dal 1988 al 1990. È l’amministrazione che ha dato il via alla privatizzazione della raccolta dei rifiuti solidi urbani, affidandola alla Cise, i cui titolari erano Serafino Piacente, Giovannino Iannazzo e Giovanni Rocca che dovevano eseguire i lavori rispettivamente a Nicastro, Sambiase e Sant’Eufemia. In un primo momento i lavori vennero dati, per questioni di urgenza e indifferibilità, con il sistema della trattativa privata. Per gli interventi straordinari vennero incaricate verbalmente dall’assessore al ramo (Giuseppe Paladino) le tre ditte di Piacente, Iannazzo e Rocca. Le ditte lavorarono così da giugno a ottobre 1988. A novembre partì la gara d’appalto, si presentano in tre: la ditta Muraca, la ditta Misuraca e la riunione temporanea di imprese Cise sas di Francesco Piacente e c., Giovannino Iannazzo e Rocca Giovanni, rappresentata dal mandatario Serafino Piacente. Vince la Cise perché le prime due non risultano iscritte alla Camera di Commercio, come richiesto nel capitolato di gara. La Cise tenne i lavori fino ad aprile 1990. Viste le indagini che stavano coinvolgendo la giunta comunale il consiglio deliberò di tentare nuovamente con la gestione diretta ma dopo poco tempo si ritornò all’affidamento ai privati. Con un appalto il servizio viene affidato alla Sepi di Francesco Piacente&c sas, società derivata dalla trasformazione della Cise. Solo la spazzatura delle strade restava pubblica. E tra i suoi dipendenti c’erano Pasquale Cristiano e Francesco Tramonte, che su quei camion per la raccolta proprio non ci dovevano salire.
Poi c’è l’amministrazione sciolta per mafia a settembre 1991, eletta durante le amministrative del 12 e 13 maggio precedente, dieci giorni prima del duplice omicidio. Aveva vinto una coalizione Dc-Psi, in piena continuità con le giunte precedenti, che si era aggiudicata il 70% delle preferenze. Secondo la relazione del ministro dell’Interno, il consiglio comunale presentava fenomeni di condizionamento e infiltrazioni di tipo mafioso. Sette le persone individuate con collegamenti con le famiglie Giampà e Torcasio. Eppure ancora oggi, tra i numerosi collaboratori di giustizia di Lamezia Terme, nessuno racconta questa storia. Come ha ricordato la presidente di “Risveglio ideale”, Angela Napoli, con una lettera affidata a Rocco Mangiardi: «Ricordo bene che nel periodo in cui è avvenuta la barbara uccisione dei due onesti ed innocenti operai era in corso una guerra di ‘ndrangheta tra le famiglie mafiose della città e mi sembra assurdo che, ancora oggi, non vi sia alcuno dei collaboratori di giustizia che dia indicazioni utili a scoprire la verità su questo duplice omicidio». (a.truzzolillo@corrierecal.it)

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