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Delitto Chiodo-Tucci, in aula il racconto dell’unico sopravvissuto

Prosegue a Cosenza il processo sul duplice omicidio avvenuto nel novembre del 2000. Il collegio difensivo contesta il racconto dell’ex boss Bevilacqua

Pubblicato il: 16/07/2019 – 18:08

di Michele Presta
COSENZA A decretare la morte di Benito Chiodo e Francesco Tucci sono stati Francesco Bevilacqua e Gianfranco Iannuzzi. «Erano già crivellati dai colpi di kalashnikov, gli abbiamo sparato un colpo in testa giusto per essere sicuri». A parlare è proprio “Franchino ’i Mafarda”, ex boss degli Zingari diventato collaboratore di giustizia, che rispondendo alle domande del collegio difensivo rievoca ancora una volta (qui il resoconto dell’esame del pubblico ministero) gli istanti dell’efferato delitto avvenuto su via Popilia, a Cosenza, all’imbrunire del 9 novembre del 2000. Per quel duplice omicidio sono imputati Antonio Abbruzzese alias “Strusciatappine”, Fiore Abbruzzese detto “Ninuzzo”, Luigi Berlingieri noto come “Occhi di ghiaccio”, Saverio Madio e Celestino “Ciccio” Bevilacqua. Ed è per difendere la posizione dei loro assistiti che il collegio difensivo ha mosso diverse contestazioni nel corso del controesame del testimone, evidenziando alcune incongruenze tra quanto dichiarato da Bevilacqua appena iniziò la collaborazione nel 2001 e quanto invece raccontato nel corso dell’ultima udienza. «Io confermo quello che è scritto in quei verbali – taglia corto l’ex boss –. Ho passato i primi due anni della mia collaborazione a verbalizzare dichiarazioni, adesso sono passati 20 anni, non mi posso ricordare tutto», risponde alle osservazioni dell’avvocato Filippo Cinnante sul ruolo che avrebbe avuto Saverio Madio nella staffetta prima dell’omicidio. “Franchino ’i Mafarda” sostiene che alla spedizione assassina nei confronti di Chiodo parteciparono oltre a lui e a Ginfranco Iannuzzi (successivamente assassinato) anche Luigi Berlingieri e Fiore Abbruzzese. Tutti stipati in una Lancia Thema e armati di kalashnikov. «Luigi Berlingieri lo conoscevo – spiega Bevilacqua –. Partecipava a diverse riunioni, lo avevo “pratico” ma non come i cugini». «Me lo descrive fisicamente?», chiede l’avvocato Nicola Rendace, difensore di Berlingieri. «Bassino, tozzo», risponde il testimone. Una descrizione che non coinciderebbe con la realtà. È lo stesso Berlingeri che nel rendere dichiarazioni spontanee prova a smentire il pentito. Alzandosi a stento da una sedia a rotelle dice alla corte: «Io sono alto 1 metro e 80 e peso 80 chili. Chi ha parlato non lo conosco proprio». Tra gli “Italiani” di Benito Chiodo e gli “Zingari” di Francesco Bevilacqua i rapporti si erano deteriorati perché – secondo quanto sostenuto dal collaboratore – gli eredi del gruppo criminale messo in piedi da Franco Perna non rispettavano più i patti. «A noi toccava la droga, tutta la droga. A loro le estorsioni . Quando hanno iniziato a capire – spiega Bevilacqua – che il nostro settore era più proficuo sono iniziati i problemi». Invitato dall’avvocato Cesare Badolato a rispondere sulle dinamiche che portarono al delitto, Bevilacqua poi aggiunge. «Noi sapevamo che Benito Chiodo volesse uccidere Fiore Abbruzzese perché lo accusava di avere una relazione con la cognata. Abbiamo anticipato quella morte». Il collaboratore nulla sa dire sulle circostanze concrete che mettevano a rischio la vita di Abbruzzese. «Lui mi assicurò che non aveva una relazione con la cognata di Chiodo, ma se mi ha mentito non lo posso sapere».
IL SOPRAVVISSUTO I colpi di kalashnikov, la “stesa” per impedire che nessuno si affacciasse dalle finestre, il sangue di Chiodo e Tucci. Mario Trinni in tutto questo riesce a scappare alla morte. Un colpo lo ferisce al braccio, ma da via Popilia esce vivo. «Io di tutto quello che è successo non ricordo nulla». Chiamato in aula come testimone, Trinni non aggiunge nulla di nuovo. «Mi ricordo – dice al pm Camillo Falvo – che quella sera ci trovavamo alla piazzetta dell’ultimo lotto. Non ho visto nessuno arrivare, ma non so neanche dirvi come ho fatto a rimanere vivo e a scappare a casa». A sparare su Trinni, con precedenti per rapina e detenzione di arma, fu Francesco Bevilacqua. «Sono andato in ospedale per farmi medicare il braccio, ma poi della vicenda non ho voluto sapere niente. Non mi sono informato né ho mai parlato con nessuno di tutto quello che è successo». (m.presta@corrierecal.it)

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