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«Necessario il ricorso al Mes»

di Antonino Mazza Laboccetta*

Pubblicato il: 06/11/2020 – 10:00
«Necessario il ricorso al Mes»

La crescita del debito pubblico
È sotto gli occhi di tutti – e, d’altronde, parlano chiaro gli indicatori economico-finanziari – che la pandemia abbia assai aggravato la crisi economica, rischiando, peraltro, di innescare gravi ricadute sul piano della tenuta sociale, delle quali finora abbiamo visto solo le prime avvisaglie. La crisi fa registrare una pesante contrazione dell’attività economica, a fronte di una domanda sempre più debole. Le misure di politica monetaria e fiscale sin qui adottate dall’Europa avranno effetti diversi nei diversi contesti nazionali. In Italia certamente grave sarà l’impennata del già elevato debito pubblico, che dal 135% del 2019 è salito ad oggi intorno al 160% in rapporto al Pil. È appena il caso di soggiungere che l’aggravamento del debito è legato ai necessari interventi – da farsi ovviamente “a debito”, non potendosi aggravare la già elevata pressione fiscale – a sostegno delle attività produttive, dei redditi duramente colpiti dalla pandemia, dell’occupazione e, infine – ma non da ultimo – del sistema bancario. Non meno importante, infatti, è la tenuta del sistema bancario, perché la sua eventuale crisi, in sistemi bank oriented, produrrebbe effetti a catena sull’economia reale, aggravando l’instabilità del sistema economico sotto il duplice profilo del c.d. credit crunch (restrizione dell’offerta di credito) e dell’impennata dei crediti deteriorati (c.d. non performing loans), senza dire che gli istituti bancari “tengono in pancia” titoli del nostro debito pubblico.
Certo, c’è debito e debito. Come autorevolmente ha detto Draghi, c’è debito buono e debito cattivo. Se non costituisce esito di dissennate politiche di sprechi o di gestione allegra o clientelare della spesa, il debito pubblico è volano di crescita economica. Vi è, però, una soglia – non definita né individuabile in astratto ma solo in relazione a situazioni concrete – al di là della quale si pone inevitabilmente un problema di “sostenibilità” del debito pubblico. E sulla sostenibilità incidono numerosi fattori che possiamo sintetizzare in una parola sola: la fiducia degli investitori. Superata la soglia critica, il debito pubblico diventa fattore di distorsione che produce sia esternalità negative sul piano dell’allocazione della spesa per investimenti produttivi e finanziari (la conseguenza negativa è di avere l’indesiderato trade-off tra crescita scarsa a fronte di un debito alto) sia la pressione verso l’aumento della tassazione, oltre che la pericolosissima spirale dell’aumento dei tassi di rendimento dei titoli (spread).
Le resistenze sul MES
A fronte di una situazione di questo tipo, caratterizzata da un’inevitabile crescita del debito pubblico, in Italia c’è chi “tentenna” sul MES vuoi per ragioni di orgoglio nazionale, vuoi per ragioni ideologiche o identitarie.
Com’è noto, il MES è il Meccanismo europeo di stabilità, meglio conosciuto come “Fondo salva-Stati”, del quale sono azionisti i Paesi dell’«area euro» secondo quote più o meno pari al loro peso economico. Istituito nel 2012 su base intergovernativa per far fronte alle crisi di finanza pubblica dei Paesi dell’eurozona ed evitare, quindi, rischi di insolvenza (default nei casi peggiori o ristrutturazione del debito nelle ipotesi meno estreme) che produrrebbero i ben conosciuti effetti sistemici di cui si è avuta chiara percezione solo a seguito della crisi del 2008, il Fondo è autorizzato a emettere strumenti di debito i) per finanziare prestiti nell’ambito di programmi di aggiustamento macroeconomico, ii) per acquistare titolo di debito sui mercati finanziari sia primari che secondari (stante l’impossibilità di “stampare moneta”, la BCE può acquistare e vendere i titoli “solo” sui mercati secondari, e in questa forma l’ha fatto con il programma di quantitative easing), iii) per fornire assistenza finanziaria aprendo linee di credito, iv) per finanziare, in modo diretto o indiretto, la capitalizzazione di istituzioni finanziarie in difficoltà. Per molti versi, si può dire che rappresenta una tappa di avvicinamento verso la costruzione del secondo pilastro dell’Unione (monetaria) europea: quello fiscale.
Nell’ambito delle proprie funzioni il MES ha aperto una specifica linea di credito (Pandemic Crisis Support) che gli Stati dell’eurozona possono utilizzare per far fronte al finanziamento del sistema sanitario assai fortemente stressato dalla pandemia da Covid-19. Il valore della linea di credito è pari, per ciascun Paese, al 2% del suo prodotto interno lordo, e, per l’Italia, si aggira, pertanto intorno ai 36 miliardi di euro. Il vantaggio dell’operazione di finanziamento è il risparmio sugli interessi, derivante “ad oggi” dalla differenza rispetto ai tassi che si spunterebbero finanziandosi sul mercato. In questo momento si ipotizza che, in caso di scadenza a sette anni, il tasso di interesse sarebbe addirittura negativo, considerati i rendimenti attuali; nel caso di scadenza a 10 anni, sarebbe vicino allo zero (0,08%), con la conseguenza che il nostro Paese risparmierebbe circa 4,8 miliardi di euro rispetto ad ipotesi di finanziamento sul mercato. È vero che il mercato potrebbe offrire di qui alla fine del 2022 (la dead line per l’accesso alla linea di credito, salvo ulteriori proroghe ove la situazione lo rendesse necessario) tassi migliori, ma è anche vero che, nella situazione che abbiamo descritto in esordio, non è così scontata una prognosi positiva sull’evoluzione della sostenibilità del debito pubblico.
E, allora, perché in Italia si tentenna davanti alla possibilità di utilizzare la linea di credito messa a disposizione dal MES, pari a 36 miliardi di euro?! Eppure, sono fondi che consentirebbero di far fronte alle debolezze e alle criticità del sistema sanitario che la pandemia ha messo a nudo. Consentirebbero di rafforzare la medicina di territorio, le strutture intermedie per evitare la pressione sugli ospedali, gli investimenti nelle assunzioni e nella ricerca scientifica. Consentirebbero di mettere mano alla riforma delle residenze sanitarie assistenziali (RSA) in modo da inserirle più organicamente nel sistema di prevenzione e di cura e, inoltre, di affrontare il welfare dell’età anziana.
Le ragioni di orgoglio nazionale o ideologico-identitarie, di cui dicevamo sopra, sono legate, in estrema sintesi, al c.d. principio di condizionalità, che impone di subordinare gli interventi del MES all’attuazione di rigorose politiche di risanamento macro-economico concordate con la Commissione europea, con la Banca centrale europea e con il Fondo monetario internazionale (la famosa/famigerata troika, che a tutti ricorda l’intervento di salvataggio della Grecia).
In realtà, il dibattito attuale nasconde molta mistificazione, se non avversione rispetto al progetto di costruzione europea, perché l’unica condizione per accedere alla linea di credito è quella di destinare le somme alle «spese sanitarie dirette e indirette» legate all’emergenza Covid-19, senza che ne derivi l’“onta” di meccanismi di «sorveglianza rafforzata». Oltretutto, la possibilità di finanziare il sistema sanitario nel periodo dell’emergenza provocata dal Covid-19 si inscrive nel quadro di altri importantissimi programmi di intervento che l’Europa è riuscita con rapidità ad approntare: da un lato, il Recovery Fund (più esattamente, Next Generation EU), che mette a disposizione nei prossimi anni 750 miliardi di euro a livello europeo, di cui ben 209 destinati all’Italia, da investire nell’ambiente, nella digitalizzazione, nell’istruzione, nella ricerca, nell’efficienza della pubblica amministrazione; dall’altro, il Sure (temporary support to mitigate unemployment in an emergency), un fondo europeo di sostegno ai lavoratori che abbiano subito o subiscano la perdita di lavoro.
Un’occasione unica
Se ben programmate ed utilizzate, si tratta di occasioni uniche per realizzare riforme ed interventi strutturali sul piano economico-sociale in grado di aumentare stabilmente la crescita del Pil (denominatore) ed assicurare così la “sostenibilità” del debito pubblico (numeratore), della quale abbiamo detto sopra: si consideri che dei 209 miliardi messi a disposizione dell’Italia dal Recovery Fund, 127 sono prestiti e non aiuti a fondo perduto. Ciò significa che se l’Italia non sarà in grado di realizzare riforme capaci di produrre crescita, il numeratore è destinato a schizzare in alto. E tra gli interventi strutturali destinati ad incidere positivamente sulla dinamica della crescita del nostro Paese, c’è la riforma sanitaria cui può dare un contributo fondamentale la linea di credito aperta dal MES. E la Calabria, considerata la situazione della sua sanità che l’ha vista penalizzata dall’ultimo provvedimento governativo adottato per contenere l’emergenza da Covd-19, potrà trarne certamente vantaggio nel quadro di misure di “equa” ripartizione delle misure finanziabili.
Gli interventi messi in campo dall’Europa, al di là dell’impatto che avranno sul piano delle misure di contenimento dell’emergenza sanitaria e delle riforme strutturali dei Paesi che ne sapranno beneficiare, sono, tra l’altro, importantissimi di per sé, in quanto, attraverso l’emissione di debito europeo (debito federale), prefigurano una politica fiscale comune da affiancare alla politica comune monetaria. È l’ora di rimboccarsi le maniche, perché la leva fiscale è quella che tanto attendono gli europeisti convinti, dopo che l’Europa è riuscita a mettere in comune quella monetaria.
*docente Università Mediterranea

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